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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 31 marzo 2025

Cos’è la realtà, per chi nasce già immerso in una dimensione digitale? Meglio: dove si trova la realtà? E come possiamo tutelare i giovani dai pericoli della rete, quando siamo i primi a ignorare le regole del gioco? “Se la sola risposta che sappiamo dare è quella di proibizioni goffe e tardive significa che siamo in grande difficoltà”, dice il neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni. Che nel suo intervento al convegno “Genitori e figli nell’era digitale”, organizzato lo scorso gennaio dal Cnf, ha analizzato le principali “fragilità” che emergono dalla dimensione on-life del minore, illuminando i nodi del diritto con i dubbi dell’epistemologia.

Direbbe che un ragazzo è più vulnerabile in rete che nella “realtà”?

Dipende molto da come definiamo i termini di questa equazione: realtà, vulnerabilità, dimensione on-life. La rete non è in sé, sempre e comunque un “rischio”. Il punto che forse fatichiamo a comprendere e che - giusto per citare l’ultima - serie come Adolescence mettono a nudo, è che la “realtà” dei figli oggi include la rete. Ne è una parte integrante inscindibile. Uno dei problemi più grossi che abbiamo come adulti rispetto a questi temi è continuare a pensare che esista un mondo “reale” e poi esista il mondo “finto” dei social. La vita online per i figli non è una fuga dalla realtà, ma nella realtà. Per i nativi digitali questa distinzione è quasi priva di senso. Certo online i figli possono incontrare anche esperienze molto disturbanti, critiche e pericolose. Ma la distanza fisica è anche un modo per proteggersi dall’esposizione troppo immediata dei corpi, delle relazioni e degli incontri. Il punto è che in questa realtà ci trovano il meglio, ma anche il peggio di ciò che abbiamo meticolosamente allestito per loro. Il cosiddetto mondo post-ideologico che abbiamo alacremente contribuito a costruire è imperniato su una precisa ideologia individualista: godi, realizzati, sii veramente te stesso. Questi imperativi ubiqui sono una costante sorgente di possibili esperienze di vulnerabilità. La rete non ne è l’origine. Al limite ne è un efficiente cassa di risonanza.

Lei definisce i genitori come “immigrati digitali”. Cosa intende? E in che modo, possono esercitare la propria responsabilità accorciando le distanze in un contesto in cui il mutamento sociale è sempre più rapido?

Oggi, il gap generazionale tra un adulto e suo figlio di 8 anni, è lo stesso salto che 20 anni fa c’era tra quel genitore e i suoi nonni. Si chiama accelerazione dei mutamenti sociali. Un bambino di 3 anni parla un linguaggio e vive in una ecologia semiotica completamente diversa dalla sorella adolescente. Tra di loro passano ere. Questo è un tema critico quando parliamo di proteggere i figli dalle insidie del digitale. Siamo come immigrati in un mondo di cui comprendiamo poco. Non si tratta di rinunciare alle nostre responsabilità. Si tratta di comprendere che la forma propria, radicale della responsabilità è la responsività, che è prima di tutto l’arte di farsi delle domande. Per muoverci su questo terreno difficile abbiamo bisogno di interrogarci in modo molto serio sui limiti della nostra conoscenza, sulla distanza che c’è con le nuove generazioni, sulla nostra reale capacità di comprensione della loro esperienza. Se la sola risposta che sappiamo dare è quella di proibizioni goffe e tardive significa che siamo in grande difficoltà.

Quali sono i disturbi meno “ovvi” e immediati che affliggono la popolazione dei minori calati in rete?

L’esperienza immersiva e prolungata della rete può certo essere molto disfunzionale, innescando mutamenti significativi dell’organizzazione del ciclo sonno-veglia, dei processi attentivi, dei meccanismi di ricerca del piacere e dell’appagamento, per dirne solo alcuni.

Lei parla di “tragica transizione dall’identità al profilo”, in un contesto in cui l’algoritmo sa “prima” e più di noi cosa ci piace...

È un mutamento che hanno descritto molti filosofi, psicologi e sociologhi. I nativi digitali sono sempre di più soggetti “infomani”. Entità dedite al consumo insaziabile di informazioni. Questo definisce un modo di stare al mondo e di relazionarsi con gli oggetti. Come scrive B. C. Han (filosofo sudcoreano naturalizzato tedesco, ndr) con la sfera del digitale gli oggetti hanno cessato di obicere, di opporre resistenza. La vita digitale è senza crucci. Cerca l’appagamento e la soddisfazione immediata. Il rapporto con l’azione si modifica. Le azioni in rete possono non avere conseguenze oppure avere conseguenze reversibili. Undo, refresh, reset, elimina per me, elimina per tutti. Soggetto e profilo si confondono.

In un mondo sempre più “medicalizzato”, c’è il rischio che anche la diagnosi e il rimedio chimico diventino una tendenza da inseguire?

Direi che è più una realtà che un rischio. I social sono pieni di video di autorpoclamate communities di giovanissimi pazienti di questa e quella patologia psichica. Si autodiagnosticano, offrendo consigli e rimedi pronti all’uso. La società digitale è in effetti anche la società algofobica (“La società senza dolore”, B. C. Han). Rifiuta il dolore e forse cerca nella medicalizzazione un riconoscimento, una possibile identità. Li incontriamo nei nostri studi i ragazzi di 11 e di 13 anni. Si presentano spesso con la diagnosi in tasca e con la richiesta di un certificato. Dicono “non voglio che mi curi, non voglio cambiare. Voglio solo che scrivi che ho l’ADHD, ho l’autismo, ho l’ansia… perché tutti ci credano”.