di Flavia Amabile
La Stampa, 5 luglio 2025
A Borgo Mezzanone nel Foggiano vivono duemila lavoratori agricoli: un ghetto di lamiere nella morsa del caldo. La distesa di tetti di lamiera di Borgo Mezzanone è accecante sotto il sole del primo pomeriggio. Non è possibile nemmeno guardarla, figurarsi stare dentro una delle centinaia di baracche di questo ghetto di migranti fra i più estesi d’Europa, un paese che non è un vero paese, dove le regole spesso sono un’opinione ma che con le temperature impazzite di questi giorni fatica anche a ritrovarsi nell’opaco sistema di abitudini che lo hanno guidato finora.
In questi giorni nel ghetto di Borgo Mezzanone si ammassano oltre duemila persone con una temperatura di 40 gradi che arriva a quasi 50 al suolo, ma fra qualche settimana - quando avrà inizio la raccolta del pomodoro - le persone nel ghetto potrebbero anche raddoppiare. E nessuno è in grado di prevedere quello che accadrà a quel punto qui, ma anche nei tanti insediamenti creati nelle campagne pugliesi dai braccianti.
“Già adesso abbiamo l’acqua due volte a settimana. La portano con l’autocisterna”, racconta Yakoub, 29 anni. È l’acqua che serve per fare tutto: lavarsi, bere, cucinare, pulire. Con queste temperature finisce rapidamente. Alle cinque di pomeriggio alla fontana del paese vicino c’è la fila. Ogni auto arriva con una ventina di taniche e decine di bottiglie di plastica da riempire. “Anche la corrente l’abbiamo solo a giorni alterni”, continua Yakoub. La sua casa è una stanza di mattoni con una passata di intonaco chiaro.
“Me la sono costruita io, è bollente in estate e gelida in inverno ma questo ho”. Yakoub sarebbe maliano di origine ma ormai non sa più nemmeno lui che cos’è. “Vivo da dieci anni qui, due terzi della mia vita. E non ho un altro luogo dove andare. Sono senza documenti, senza poter fare altro che uscire, andare a lavorare in nero e tornare qui. È la mia prigione questa”. dice abbracciando con lo sguardo le decine di baracche del ghetto. Alcune in mattoni come la sua. altre in lamiera che in questi giorni alle undici del mattino è già rovente.
“Non posso stare dentro, devo cercare un posto all’ombra, racconta Adam. Lui arriva dal Senegal. Altri invece sono originari di Gambia, Ghana. Nigeria. Qualcuno ha il permesso di soggiorno ma la grande maggioranza vive qui senza esistere, prigioniero di una vita che ha perso ogni contorno di dignità.
“Se sto male, non posso chiamare l’ambulanza, non arriva fin qui. Devo farmi accompagnare fino a Foggia e poi andare al pronto soccorso”, racconta Mohammed, anche lui del Senegal. E stare male capita spesso in questo ghetto dove non ci sono bagni, dove in un angolo due uomini si preparano a sgozzare una pecora che diventerà la cena comune, dove a volte corre un po’ troppo alcol e si fa presto a tirare fuori un coltello per una parola di troppo.
La vita senza diritti di Mohammed è iniziata presto. Alle quattro del mattino era già fuori. “Ci mettiamo in auto in tre-quattro e raggiungiamo chi ci dà lavoro”, racconta. “In questa stagione il lavoro è poco. Ci sono da raccogliere le ultime albicocche, le pesche e le susine. E poi bisogna tenere puliti i filari di pomodori e occuparsi delle zucchine. Non molto di più”, spiega Yakub. In molti non trovano lavoro oppure all’una, le due sono già di ritorno.
Qualcun altro, invece, rientra più tardi contravvenendo le regole dell’ordinanza della regione Puglia che vieta di lavorare all’aperto dalle 12.30 alle 16. “Nonostante ci siano ordinanze che vietino il lavoro nelle ore più calde dalle 12 alle 16, vediamo molto spesso migranti in bici sotto il sole nelle ore centrali rientrare o recarsi al lavoro. Lì a Mezzanone è una non vita - conferma Domenico Rizzi, presidente provinciale Arci Foggia -. Vi sembra umano vivere così? Quando verrà smantellato quel ghetto ora che ci sono i fondi del Pnrr?”
Per il momento a non rispettare i divieti sono una minoranza. “Il problema sarà quando inizierà la raccolta del pomodoro. Allora le illegalità potrebbero essere diffuse”, avverte Michele Chiuccariello, segretario provinciale della Flai Cgil di Foggia. Anche se rischiano, i braccianti non dicono di no quando gli si chiede di lavorare sotto il sole. “I migranti che non hanno ancora il rinnovo del permesso, pur di lavorare sottostanno a qualsiasi tipo di proposta. Lavorano per pochi spiccioli in condizioni disumane”, spiega Giovanni Tarantella, segretario generale Flai Cgil Foggia. “Noi già da quattro anni con queste temperature facciamo lavorare i nostri braccianti al massimo fino alle undici e mezza”, dice Nicola Giordano, titolare di un’impresa agricola della zona. “Ma l’ordinanza è giusta, c’è chi farebbe lavorare le persone anche a 50 gradi”.











