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di David Allegranti


Corriere Fiorentino, 15 marzo 2020

 

Non c'era purtroppo bisogno dell'emergenza coronavirus per capire che le carceri italiane sono generalmente inadeguate e sovraffollate. Ma se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sul vertice dell'amministrazione penitenziaria, se li sarà tolti dopo le rivolte in tutta Italia, Toscana compresa (Sollicciano, Prato): che cosa aspetta Francesco Basentini, capo del Dap, a dimettersi? È evidente che non è in grado di fronteggiare una situazione "ordinaria" (anche se ordinaria non è), figuriamoci adesso.

Basta leggere la sua intervista a Interris del 12 marzo nella quale Basentini, nominato nel giugno 2018 capo del Dap su proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (che lo ha confermato nel 2019), ha spiegato che "una delle criticità più serie deriva dall'assistenza sanitaria, che l'amministrazione penitenziaria non gestisce. La sanità pubblica è già in difficoltà: chi vive in una condizione di assembramento obbligato, si sente preoccupato. L'occasione è stata utile per far emergere una serie di carenze e una voglia di libertà dei detenuti". Nell'ultima settimana ci sono stati 12 morti tra i detenuti e 40 feriti tra gli agenti di Polizia penitenziaria e "l'occasione" è stata utile a far emergere "una serie di carenze" e una "voglia di libertà dei detenuti"? Ma stiamo scherzando?

Nelle carceri basta entrarci per capire che uno dei problemi reali è il sovraffollamento, al quale si è aggiunta pure l'emergenza coronavirus. Ma Basentini ha sempre negato la questione. "Al contrario di quanto molti affermino, quello del sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani è un falso problema, sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista dimensionale-logistico", ha detto Basentini nel marzo 2019. Nei giorni scorsi, invece, persino il ministro Bonafede ha dovuto ammettere che "tanti detenuti siano effettivamente preoccupati, soprattutto in condizioni di sovraffollamento, dell'impatto del coronavirus sulla propria salute e sulle condizioni detentive".

La motivazione della preoccupazione dei detenuti è evidente. "Se c'è un posto sovraffollato con alta concentrazione di persone con problemi di deficit immunitari, malattie infettive e respiratorie quello è il carcere", ha spiegato Emilio Santoro, ordinario di filosofia del diritto all'Università di Firenze: "Tutti sappiamo che un terzo dei detenuti è tossicodipendente, è malato di Aids, di tubercolosi o ha comunque problemi infettivi.

Se il virus entra lì, fa una strage. Il carcere già di suo è un lazzaretto, quindi i detenuti sono oggi terrorizzati perché sanno di poter essere condannati a morte. E noi, come al solito, ci siamo scordati di loro. Perché sono cittadini di serie C". Purtroppo, cercare di capire che cosa succede nelle carceri italiane - vera bomba batteriologica - è molto difficile. Anche perché le istituzioni non aiutano a far chiarezza sul rischio sanitario nelle prigioni.

Il caso toscano è piuttosto eclatante. Questa settimana chi scrive ha cercato di intervistare un medico infettivologo che ha 15 anni di esperienza e lavoro nelle prigioni italiane. Una direttiva della Ausl Toscana impedisce ai medici di rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. Già questo è discutibile ma dopo aver chiesto l'autorizzazione all'ufficio stampa della Aus la risposta è stata questa: "In questa particolare e delicata fase si ritiene inopportuna un'intervista del dottor X. Anche se si tratta di un contributo medico esso sarebbe comunque contestualizzato negli attuali fatti di cronaca. Sono certa che comprenderai le nostre ragioni".

No, non è comprensibile. I contributi scientifici sono di aiuto proprio in questa "particolare e delicata fase". Non è con la mancanza di informazione e di conoscenza che si può rendere un buon servizio ai cittadini.

"Prendiamo atto - osserva Sofia Ciuffoletti, direttrice de L'altro diritto e garante dei detenuti di San Gimignano - che sull'emergenza sanitaria in carcere non sia possibile avere notizie, quando ogni mattina, giorno, sera (giustamente) un virologo/immunologo/anestesista/microbiologo ci parla dei rischi nella società aperta. Ma se dei rischi della società dei reclusi non si parla è un problema. Di tutti, dato che quei reclusi oggi domani o tra un mese torneranno a essere liberi".