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di Vincenzo R. Spagnolo

Avvenire, 14 dicembre 2025

Irma Conti, componente del Garante dei detenuti: il sovraffollamento accresce il disagio, con 77 suicidi e 1.700 tentativi Una soluzione? Accelerare sulle misure alternative e sul lavoro esterno.  “Il Giubileo dei detenuti è l’ultimo dell’anno giubilare. Mi piace pensarlo così, perché è quello degli ultimi che spero poi rinascano e riescano ad essere primi. Personalmente, lo sto vivendo in questa chiave, con la speranza che ci si possa incamminare su un percorso concreto di recupero e riabilitazione di chi oggi sta scontando una pena”.

Inizia così il colloquio di Avvenire con Irma Conti, componente del collegio a tre (insieme al presidente, Riccardo Turrini Vita, e al professor Mario Serio) che guida l’Autorità Garante per i detenuti e le persone private di libertà. Un compito non semplice, in anni in cui gli istituti di pena restano attanagliati da problemi di cui il sovraffollamento, con 63mila detenuti a fronte di 47mila posti, è insieme l’aspetto più grave e quello più evidente.

Dal 2024 lei è del collegio del Garante. Durante le visite nei penitenziari, cosa l’ha fatta davvero disperare?

Il fatto che il sistema penitenziario italiano si trovi in una condizione di emergenza cronica strutturale. Negli istituti, ho visto situazioni fatiscenti che sono lì da anni.

Quali situazioni?

Posso citarne alcune: il tetto di Regina Coeli, a Roma, caduto; la mancanza di docce nelle celle, coi detenuti costretti a improvvisare con bottiglie di plastica delle geniali opere di “ingegneria idraulica” pur di potersi lavare con acqua calda. Sono situazioni croniche in edifici vetusti. Ma adesso si sta intervenendo.

Questo la fa sperare?

Sì. Mi fa sperare l’impegno economico, i 780 milioni di euro stanziati dal Governo per rinnovare le strutture, con bandi in fase di pubblicazione. Mi fanno sperare gli strumenti normativi che sono stati introdotti: la legge 199, l’estensione della possibilità di applicare le misure provvisorie alternative per l’esecuzione della pena all’esterno degli istituti penitenziari. Mi fa sperare la task force del ministero della Giustizia per le misure alternative a chi ha pene residue sotto i due anni. Mi fa sperare il bando, anch’esso in fase di pubblicazione, per le strutture residenziali e il lavoro. Un domicilio all’esterno e un impiego. Due condizioni che potrebbero cambiare davvero la vita di molti detenuti in uscita. A me piace basare il mio lavoro sui dati. Dal 1° gennaio al 12 dicembre, sono entrate negli istituti penitenziari 41.586 persone, ne sono uscite in libertà 29.917 e in misura alternativa 19.087. Sono numeri che necessariamente debbono aumentare, con un’accelerazione sull’esecuzione della pena all’esterno. Ma a normativa vigente, affinché un giudice la disponga, occorrono casa e lavoro, di cui molti reclusi non dispongono. Insomma, trovare chi assume non basta, senza abitazioni da assegnare.

Cosa si fa per questo?

C’è un regolamento pubblicato in Gazzetta ufficiale il 15 settembre, con 7 milioni di euro per realizzare strutture residenziali esterne, collegate però al lavoro. Un modo per reinserire persone che non hanno avuto altre opportunità o non le hanno sapute cogliere. Ciò non giustifica i reati compiuti. Ma dare a queste persone una chance concreta di cambiare vita alimenta speranza. E può abbattere, secondo le statistiche, la recidiva. Per la Costituzione, la pena deve avere una funzione rieducativa. E con la proroga della legge Smuraglia, per i 18 mesi successivi alla riconquistata libertà del recluso, l’impresa che l’ha assunto potrà continuare a fruire di sgravi fiscali. E ci sono progetti come “Folson freedom”, avviati dai ministeri di Istruzione e Giustizia, insieme alle Ferrovie dello Stato, per ora in tre carceri - Taranto, Civitavecchia - per fornire nuove competenze ai detenuti grazie a visori e all’uso della realtà virtuale.

Reale è, intanto, la sofferenza dietro le sbarre. Quanta ne ha vista e ne vede ancora?

Forse la maggior sofferenza, per un essere umano recluso, è il non poter fare niente per tutto il giorno: un’amarezza per la persona e un danno per la società. Molti detenuti chiedono un impegno lavorativo che li renda utili e vivi. E necessari sono pure il Terzo settore e le attività culturali all’interno degli istituti: dal teatro all’alfabetizzazione.

La circolare di ottobre del Dap non ha penalizzato quelle attività?

Dal monitoraggio effettuato col Dap, si è passati dal 95% delle richieste evase al 100%. La circolare ha sì disposto un accentramento del vaglio, che tuttavia consente risposte tempestive alle richieste. Come Garante, non abbiamo riscontrato un pregiudizio.

Da inizio anno si contano 77 suicidi fra i detenuti. Una spirale di dolore che non si riesce a interrompere. Perché?

Quei numeri sono la spia più evidente del disagio in carcere. Va registrato comunque un calo rispetto allo scorso anno, quando furono 92. Ogni giorno verifichiamo 500 eventi critici: dal disagio del detenuto straniero in attesa di essere rimpatriato; alle rivolte che scoppiano. E ci sono stati 1.700 tentativi di suicidio, sventati dagli agenti penitenziari, anche loro sottoposti a forti tensioni. Io sto incontrando molti sopravvissuti, cioè chi non è riuscito a suicidarsi e chi è stato interrotto nel percorso. Ciò bisogna fare è prosciugare le sacche di disagio, ridurle. E confido che i numeri dei decessi si abbasseranno ancora.

Le tensioni logorano chiunque operi in carcere. E la magistratura ha scoperto casi di violenze sui detenuti, compiute da agenti. Cosa ne pensa?

Penso che la Polizia penitenziaria, che è un corpo sano, abbia anticorpi per individuare chi li compie.

Nell’indire il Giubileo, papa Francesco aveva chiesto, come altri pontefici, un gesto di clemenza per i detenuti. Lei sarebbe favorevole?

Come Garante, preferisco non commentare scelte che competono al Parlamento. Constato, comunque, che il Guardasigilli Nordio lavora su diverse misure per far calare il sovraffollamento. Nell’attesa, per citare il capo dello Stato Sergio Mattarella, le condizioni in alcune carceri restano “inaccettabili”. Le valutazioni del capo dello Stato sono preziose. Molti problemi nascono dal sovraffollamento. In carcere ci sono 20mila persone con pene residue sotto i 3 anni. Accelerare la concessione delle misure alternative, a chi ne ha i requisiti. Gli strumenti ci sono, applichiamoli.

Ma i giudici di sorveglianza sono solo 250 a fronte di 63mila detenuti…

Vero, ma forse si può dare una consiglia preferenziale a chi ha pene inferiori, nel solco di ciò che sta facendo il Ministero con la Task Force. Nel frattempo, su un altro aspetto, c’è un concreto passo in avanti.

Quale?

La giustizia riparativa, che favorisce l’incontro costruttivo fra autori di crimini e vittime, benché introdotta con la legge Cartabia, finora era inattuata per mancanza di strutture. Ora i “centri riparativi” si faranno. E si potrà provare a suturare le ferite sociali e personali inferte dai reati. Un modo, anche questo, per generare speranza.