di Nadia Conticelli*
La Stampa, 11 agosto 2025
il cinquantesimo anniversario della riforma carceraria sarebbe un’occasione per dirci se quello spirito, in una fase di grandi riforme nello spirito costituzionale, abbia trovato reale applicazione e dato i frutti sperati. E invece ci si trova a contare i suicidi, già oltre 50 e siamo a poco più di metà anno. Ai problemi endemici dell’istituzione carceraria italiana - organico carente, strutture fatiscenti e inadeguate - si è aggiunto un disinvestimento sulle attività: dai laboratori all’istruzione superiore, filo tenue che collega detenzione e orizzonte di reinserimento sociale. Tra una notizia di cronaca e l’altra i mantra del governo sono nuove carceri e solidarietà alla polizia penitenziaria. Due temi importanti, declinati però a colpi di slogan. Le forze dell’ordine in carcere lavorano in condizioni di forte precarietà, legata al sottodimensionamento dell’organico e al forte disagio fisico, psicologico e strutturale in cui vivono i detenuti.
Affrontare il tema della vivibilità all’interno degli istituti di pena e dei reali percorsi di rieducazione significa affrontare i problemi quotidiani di tutti coloro che sono trattenuti o che lavorano all’interno di queste strutture. Non ci sono scorciatoie. Ed è preoccupante lo scivolone politico, e anche di merito, dei colleghi consiglieri regionali di Fratelli d’Italia rispetto al ruolo del Garante. Una figura di garanzia che ha il compito specifico di coadiuvare l’applicazione della legge nel rispetto dei diritti e delle condizioni della popolazione carceraria.
Servono nuovi carceri? Cominciamo a intervenire su quelle già esistenti, garantire il personale sufficiente per le misure alternative alla detenzione, procedimenti rapidi e rispettosi della dignità e della vita delle persone. Non serve cercare altri tappeti dove spazzare sotto la polvere, bisogna affrontare il problema della polvere. In tal senso, il lavoro dei Garanti regionale e comunale sono stati encomiabili. Senza partigianeria, un aiuto per le istituzioni, di denuncia ma anche di collaborazione nell’individuare le migliori soluzioni possibili.
La maggioranza regionale a trazione meloniana ha voluto invece imprimere una direzione diversa, superficiale e politicamente identitaria, che non mira a risultati concreti e verrà pagata sulla pelle da tutti coloro che conducono, per un motivo per l’altro, l’esistenza all’interno delle carceri. In questo quadro, la scelta della/del Garante torinese si carica di una valenza e di una responsabilità particolare nell’individuare una figura che sia di reale garanzia, di esperienza, con capacità di dialogo e confronto istituzionale. I presupposti ci sono.
*Consigliera regionale del Pd











