di Riccardo Saporiti
wired.it, 15 novembre 2024
Wired ha estratto i dati del ministero della Giustizia: sono più di 2.800 le celle definite “non disponibili”. Circa il doppio di quelle che lo stesso dicastero considera “fisiologiche”. Anche al netto delle 29 celle del carcere femminile di Pozzuoli, rimaste vuote dacché la struttura è stata chiusa a fine maggio a causa dei danni provocati dallo sciame sismico dei Campi Flegrei, nelle carceri italiane ci sono 2.837 stanze di detenzione non disponibili. Esatto, celle vuote in un sistema che soffre per il sovraffollamento, causa di suicidi e atti di autolesionismo da parte dei detenuti.
Le celle non disponibili - È lo stesso ministero della Giustizia a pubblicare sul proprio sito i dati relativi alle celle non disponibili. Non si tratta di opendata: Wired li ha ottenuti grazie all’impegno dell’associazione onData nell’ambito dell’iniziativa Liberiamoli tutti, una campagna di apertura dei dati della pubblica amministrazione italiana. In totale, alla data del 12 ottobre scorso, sono 120 su 189 i penitenziari italiani (sempre esclusa Pozzuoli) in cui almeno una stanza di detenzione non è disponibile, come mostra la mappa sottostante.
Le situazioni più gravi si registrano ad Alba, in provincia di Cuneo, dove il 76,8% delle celle non sono agibili. Seguono Fossombrone (Pesaro e Urbino) con il 65,9%, Arezzo con il 64,9%, Sciacca (Agrigento) con il 64% e Livorno con il 60,5%. Anche se forse quella maggiormente problematica riguarda San Vittore a Milano: qui al 12 ottobre c’erano 197 stanze non disponibili su un totale di 492, circostanza che riduceva la capienza da 700 detenuti a 447. Quelli effettivamente presenti erano però 1.022, ovvero il 228,6% rispetto alla capienza effettiva. Sì, più del doppio.
Gli interventi di manutenzione - Ma perché tutte queste celle non sono agibili? Esiste un piano di manutenzioni che ne preveda il ripristino? Ci sono degli stanziamenti? Tutte domande che Wired ha girato al ministero della Giustizia, che però non ha mai risposto. “In realtà il fenomeno non è tanto patologico”, spiega invece Alessio Scandurra, coordinatore nazionale dell’Osservatorio Antigone sulle condizioni di detenzione.
“Quando si ha uno stock di 190 istituti penitenziari e migliaia di celle [31.927 per l’esattezza, ndr] è abbastanza normale”, prosegue, “può succedere che in una si rompa il termosifone o che in una sezione si guasti l’impianto idrico. Quindi, periodicamente, devi chiudere e ristrutturare”. Certo, ci sono anche casi in cui si può parlare di fenomeno patologico: “penso per esempio al carcere di Sollicciano a Firenze o a quello di Arezzo, buona parte del quale è chiuso da 15 anni per ristrutturazione”.
Ora, chi deve occuparsi delle manutenzioni? “Ogni singolo istituto ha un budget ordinario con cui paga dei detenuti che lavorano e manutengono il fabbricato. Ma questo consente di imbiancare o svolgere piccoli interventi elettrici o idraulici”, spiega sempre Scandurra, “quando invece servono interventi più costosi e significativi, la direzione deve chiedere fondi ad hoc e il permesso di intervenire”. Il tema è capire dove spostare i detenuti che occupano le celle oggetto di intervento, tenendo conto del fatto che “le persone hanno il diritto di scontare la pena non lontano da dove vivono i famigliari”.
Nella relazione presentata lo scorso 24 gennaio in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il ministero afferma di aver stanziato dei fondi, pur non quantificandoli, per le manutenzioni. Risorse messe a disposizione con l’obiettivo di “tendere al raggiungimento della soglia fisiologica del 5% di posti indisponibili, quota percentuale legata all’espletamento dei normali cicli di manutenzione ordinaria dei fabbricati (cadenza ventennale)”.
Il 5% di celle indisponibili significherebbe 1.596, mentre al 12 ottobre erano 2.837. Il 5% di posti indisponibili vorrebbe dire 2.560, mentre al 12 ottobre erano 4.437. L’obiettivo, insomma, è ancora lontano. Soprattutto se si tiene conto che mentre il sistema penitenziario italiano è pensato per accogliere poco più di 51mila persone, oggi i detenuti italiani sono quasi 62mila.
Le soluzioni possibili - Sempre nella relazione presentata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il ministero citava una serie di interventi di ampliamento in corso in diversi istituti penitenziari. In particolare si tratta due nuovi padiglioni da 400 posti, uno al carcere milanese di Opera, l’altro nel nuovo complesso di Rebibbia a Roma, con quest’ultimo che dovrebbe essere completato entro il 2024.
Ci sono poi tre padiglioni da 200 posti in costruzione rispettivamente a Bollate, nel milanese, a Bologna, dove l’apertura è prevista per il 2025, e a Sulmona (L’Aquila). A Forlì entro il 2025 sarà completato un nuovo istituto da 250 posti, è in corso un ampliamento da 220 posti a Brescia Verziano ed entro cinque anni sarà pronto un nuovo istituto a San Vito al Tagliamento (Pordenone) capace di accogliere 300 persone. Sono poi in costruzione un padiglione da 92 posti per detenuti al 41-bis nella casa circondariale di Cagliari e 30 per una sezione a custodia attenuata nel carcere minorile di Lecce Monteroni.
Si tratta, in totale, di 2.292 nuovi posti. Non sufficienti a risolvere il problema del sovraffollamento, ma capaci di assorbire una quota significativa di quei detenuti oggi stretti in celle non adatte ad ospitarli tutti. A questi si uniscono otto interventi per complessivi 84 milioni di euro in istituti già esistenti, finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che però la relazione non specifica se aumenteranno la capienza delle carceri.
Per completare questi cantieri, però, ci vogliono anni. E l’emergenza sovraffollamento è invece un tema attuale: ci sono soluzioni più veloci? Detto che la maggioranza attuale è contraria ad un provvedimento di indulto, “occorre agire per abbassare il tasso di recidiva”, afferma Scandurra. Secondo dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, raccolti e distribuiti dalla stessa Antigone, nel 2021 il 62% delle persone detenute erano già state in carcere.
“Siamo immersi in un circolo più che vizioso: il sovraffollamento è causato da un alto numero di persone che tornano in carcere per l’ennesima volta, così che l’inefficacia del sistema a garantire il loro reinserimento diventa il motivo per cui ci sono più detenuti che spazi disponibili nelle celle”. Si tratterebbe insomma di investire per rendere effettiva la previsione dell’articolo 27 della Costituzione, in cui si dice che le pene detentive “devono tendere alla rieducazione del condannato”.











