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di Vanna Iori

vita.it, 10 luglio 2024

Per la prima volta anche le carceri minorili sono sovraffollate. Puntare solo sulla risposta punitiva però è controproducente: c’è bisogno di comunità educanti che dialoghino con gli Ipm e che accompagnino le fragilità dei ragazzi. La sfida? Evitare di ripetere contesti è impossibile guardare con fiducia al futuro. Lo scorso 20 giugno l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, ha presentato a Montecitorio la Relazione annuale al Parlamento. I reati a carico dei 14-17enni sono calati in un anno del 4,15%, tuttavia oggi anche il sistema carcerario minorile, oltre a quello per gli adulti, è in grande difficoltà.

C’è un dato, tra le statistiche pubblicate dal Ministero della Giustizia, che certifica questa emergenza: sono 516 i ragazzi reclusi negli istituti penali per minorenni (Ipm) al 31 gennaio 2024. Si tratta del numero più alto mai registrato dal 2006, da quando vengono diffuse le statistiche sulla giustizia minorile. Un anno fa i minorenni e i giovani adulti (18-24 anni) reclusi negli Ipm erano 385, circa un terzo in meno.

Questo sovraccarico rischia di compromettere l’efficacia dei percorsi di rieducazione e recupero indispensabili per restituire i ragazzi al loro futuro una volta terminata la detenzione. Il disagio giovanile è un fenomeno difficile e complesso che non si può affrontare soltanto in un quadro repressivo e sanzionatorio senza intervenire sulle cause, sulla prevenzione e mettere in campo azioni efficaci.

In primo luogo occorre conoscere i vissuti dei ragazzi, agendo nella prospettiva della costruzione di una prospettiva preventiva ed educativa che eviti un possibile effetto della carcerazione come sorta di avvio alla carriera criminale ai condannati. Il monito è quello di recuperare i ragazzi alla società: in linea, del resto, con la specificità positiva e all’avanguardia del sistema della giustizia penale minorile nel nostro paese, che lo rende un modello per l’intera Europa. Questo significa avere gli strumenti e la capacità di non fondare la risposta sulla sola dimensione carceraria, articolandola invece sul rafforzamento di un approccio educativo presente nel Codice di procedura penale minorile.

Investire sulla giustizia riparativa - Parliamo nella maggior parte di ragazzi che hanno abbandonato la scuola e vengono reclutati dalla criminalità, avviati allo spaccio, adolescenti che vivono in contesti degradati con famiglie fragili, povere e incapaci di sostenere ed educare i propri figli. Non è quindi solo sanzionando o ricorrendo a misure esclusivamente repressive e punitive che si potranno ricostruire i loro vissuti: se non si porta il lavoro educativo dentro le istituzioni penitenziarie per un recupero valoriale socio-educativo, quando usciranno dal carcere saranno ancora più aggressivi. Per citare il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei: “occorre investire sulle carceri minorili, aiutare il reinserimento dei minori che lasciano gli istituti di pena, lavorando sulla giustizia riparativa, garantendo i mezzi e la continuità perché possa svolgere il suo ruolo”. Come? Con soluzioni improntate a un modello educativo ma anche alla costruzione di un sistema preventivo fondato su reti territoriali e sulla comunità educante, soprattutto, laddove le istituzioni fanno più fatica a sostenere i bisogni, dove la povertà è più feroce e le politiche sociali spesso completamente assenti.

Giustizia minorile chiama comunità educante - La punizione è un aspetto necessario e non va certo trascurata, ma senza una responsabilizzazione collettiva non basta. Abbiamo bisogno di insegnanti, educatori, assistenti sociali, operatori della cultura. E questo bisogno di costruire una comunità educante è dentro e fuori le carceri minorili. Per questo occorre offrire opportunità e fornire strumenti e servizi, accompagnandoli con l’educazione alla progettualità, alla costruzione di progetti di vita, di avviamento e orientamento al lavoro.

Una comunità che accompagni le fragilità e dia risposte ai bisogni. Il nostro compito è riempire il vuoto in cui spesso hanno vissuto questi ragazzi che ha determinato le premesse affinché si riproducessero contesti in cui mancano le condizioni minime per guardare con fiducia al futuro. Dobbiamo dire a quei ragazzi che il loro destino non è già segnato in modo inesorabile. E questo è il compito più difficile ma indispensabile: prevenire e aver cura. Dare opportunità concrete con la formazione, i servizi educativi, sociali, culturali che ridiano ai ragazzi dignità esistenziale e progettuale.