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di Gianpaolo Catanzariti*

Il Dubbio, 21 febbraio 2025

Mentre leggiamo l’accusa rivoltaci dal Procuratore Ardita di esserci avventurati, attraverso un “ contorsionismo concettuale”, in un “ difficoltoso tentativo di difendere il regime delle celle aperte”, tralasciando, da parte nostra, la dovuta considerazione al moltiplicarsi di “tutte le espressioni di disagio e di sofferenza della popolazione detenuta”, a distanza di poche ore dal suicidio di un cittadino egiziano avvenuto nel carcere di Pescara e che ha provocato un moto di indignazione e protesta tra i suoi compagni di detenzione, giunge la ferale notizia dell’ennesimo detenuto che ha deciso di togliersi la vita nel silenzio di una cella. Il dramma delle morti in carcere, stavolta, si è consumato a Frosinone. Era un 52enne, come tanti suicidi, a pochi passi dalla espiazione della pena. E siamo già a 14 dall’inizio dell’anno.

Una falcidia che non risparmia nessuna condizione detentiva. In espiazione pena o in attesa di processo, italiano o straniero. Tutti, però, secondo i dati dell’ultimo rapporto del Garante nazionale, detenuti in sezioni a “custodia chiusa” e in istituti particolarmente affollati. Nessun cruccio, dottor Ardita. Non è per noi un compito “difficoltoso” denunciare la scelleratezza della circolare ministeriale con cui si è stabilita, dopo l’emergenza da Covid 19, la chiusura generalizzata delle celle per la media sicurezza. Una scelta inopportuna che ha visto, per come si legge nella recente relazione del ministero della Giustizia, la configurazione di “tutti gli istituti penitenziari secondo le direttive contenute nella circolare” del luglio 2022. Lo abbiamo sempre fatto, continueremo a dirlo senza farci zittire per la solita e pur vecchia “come il cucco” ragione emergenziale della mafia che impera nelle carceri, immortalata, in maniera sarcastica, anche da Fabrizio De Andrè, nel 1990, in Don Raffae’.

È, per noi, maledettamente troppo agevole affrontare certi argomenti, forti dei dati che le statistiche ufficiali - non quelle riservate che, per definizione, sono prive di trasparenza e, quindi, di verifica e studio - ci offrono, oltre alla cruda realtà degli istituti penitenziari che abbiamo modo di riscontrare in occasione delle nostre visite. Numerosi sono i nostri documenti, le nostre relazioni, le nostre prese di posizione sulla sofferenza, sul disagio fisico e psichico, sulla malasanità, sulle dipendenze, sui diritti negati e calpestati anche da chi dovrebbe tutelare e garantirli quei diritti, sui maltrattamenti subiti da tutti i detenuti, a prescindere dal reato. Lo testimonia la continua e incessante attività di denuncia dell’Unione delle Camere Penali sulla vergognosa condizione delle carceri. E non è una situazione venutasi a determinare, chissà poi perché, a far data dal 2012.

Anche stavolta sono gli impietosi numeri della detenzione, offerte dalle statistiche nazionali ed europee, a dire che dal 1992 le carceri scoppiano per sovraccarico umano, raggiungendo proprio nel 2010 e nel 2011 la cifra record di oltre 67.000 detenuti. Ed è proprio in quegli anni che, finalmente, l’Italia veniva pesantemente condannata dalla Cedu per le condizioni disumane e degradanti nelle carceri (Sulejmanovic c/ Italia, 2009; Torreggiani e altri c/ Italia 2013). Non è nemmeno “contorsionismo concettuale” ribadire la collocazione dei detenuti in Alta Sicurezza nelle sezioni a regime chiuso. L’ultimo rapporto pubblicato dal Garante Nazionale delle Persone private della Libertà personale ci segnala come, al 12 febbraio 2025, tra i 37.447 detenuti ristretti nelle sezioni “chiuse” ci siano tutti i 9.394 dell’Alta Sicurezza e tutti i 742 del 41 bis. Purtroppo, ci troviamo dinanzi a una errata concezione, tipica di chi governa - nel senso istituzionale - le carceri, nonché retaggio di un passato autoritario, quella di ritenere il detenuto non più al centro del sistema penitenziario quanto strumento delle scelte di politiche criminali. Ne siamo consapevoli.

Continueremo, nonostante tutto e tutti, a batterci perché diventi patrimonio comune l’idea che nelle carceri non si trovano rinchiusi i reati, mafiosi e non, fenomeni criminali o sociali da contrastare. Nelle carceri si trovano, temporaneamente, rinchiuse delle persone, con le loro fragilità, i loro diritti, la loro dignità, e che un giorno dovremo pur sapere riaccogliere nelle nostre comunità.

*Osservatorio Carcere Ucpi