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di Franco Corleone

L’Espresso, 12 giugno 2026

L’inazione non è una possibilità. A meno che non si voglia cinicamente far esplodere la situazione. Sovraffollamento è un superlativo che però non rende l’idea, o meglio la realtà. Neppure il dato di 64.741 detenuti presenti, ben 18.118 in più della capienza regolamentare, rende plasticamente la situazione. Occorre passare dai freddi numeri allo sforzo di immaginare una cella bollente in cui sono previste due brande - il linguaggio paramilitare è consono - e trovarne quattro o addirittura sei accatastate. Vi è un tavolino quadrato con due o quattro sgabelli, che sono un elemento di ulteriore afflizione: le sedie non sono previste perché comode per la schiena. A saturare del tutto lo spazio vi sono poi degli armadietti per le poche povere cose consentite.

Il colore dei miserabili arredi è un orribile marrone. Il Regolamento penitenziario, approvato nel lontano 2000, prevede all’art. 13 che í pasti siano consumati in appositi luoghi, cioè in mense o refettori come in tutte le comunità, ma è disapplicato: il vitto viene portato con carrelli non sempre termici e consegnato attraverso le sbarre della porta alle persone chiuse in cella, spesso costrette a consumarlo in piedi.

L’apice è raggiunto per l’uso dei servizi igienici, infatti si deve immaginare la coda la sera e in particolare la mattina per andare al cesso, ubicato accanto al lavandino dove si lavano anche gli alimenti. Il sovraffollamento, dunque, consiste in una coabitazione forzata e in una promiscuità fatta di odori, rumori, contatti che ledono la dignità della persona, negano l’igiene e minano la salute. Questo affresco grottesco è reso ancor più allucinante perché, dopo le circolari che impongono la chiusura continua delle celle, la “camera di pernottamento”, come era stata ribattezzata, è diventata il mondo chiuso per 24 lunghe ore, da passare tra televisione, terapie e, spesso, autolesionismi.

Il Garante nazionale dei diritti dei detenuti ha pubblicato un Report analitico relativo al 2025 assai istruttivo sui decessi in carcere. Nell’introduzione si premura di sottolineare che la presenza media di detenuti è passata da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025 e che “questo aumento è conseguenza di dinamiche complesse che includono politiche penali”. Detto con parole più esplicite, significa che si sono prodotte nuove leggi repressive che hanno determinato una carcerizzazione impressionante.

Così i suicidi sono balzati da 59 a 80 e il totale dei decessi da 178 a 254; inquietante anche la cifra relativa ai decessi per cause da accertare, passati da 13 a 50. È significativo che i suicidi riguardino per il 75% le sezioni a custodia chiusa. Deve poi far riflettere il dato che la loro incidenza è notevolmente maggiore per gli stranieri rispetto agli italiani e per le donne rispetto agli uomini. Anche nel 2025, si conferma che i suicidi riguardano la detenzione sociale o di media sicurezza e non l’alta sicurezza: solo uno di loro era recluso per associazione mafiosa.

Consueta la modalità: tutti i suicidi sono per impiccamento, solo due per inalazione del gas delle bombolette usate per cucinare. Infine, alcuni altri dati sconvolgenti relativi al 2025: 1.981 i tentati suicidi, 12.704 gli atti di autolesionismo, 11.584 manifestazioni di protesta, di cui 5.965 scioperi della fame o della sete. Il quadro, insomma, è quello di una pentola a pressione e dovrebbe spingere governo e Parlamento a misure urgenti. A meno che non si punti cinicamente a farla esplodere.