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di Andrew Francisco*

Il Manifesto, 27 maggio 2026

“Ogni fase ha le sue procedure e il suo personale: la macchina non è un singolo ministro. Gli uomini e le donne palestinesi i cui messaggi in arabo erano graffiati sulle pareti sono i bersagli, le persone per cui sono state costruite le gabbie e le catene”. Erano passate circa quarantasei ore dal nostro sequestro quando la donna mascherata con il megafono è comparsa sopra di noi, sulla passerella della nostra nave-prigione israeliana. A quel punto, più di qualche compagno era riuscito a sbirciare sotto uno dei nostri dormitori improvvisati e a intravedere una lunga striscia verde di terra. Per due giorni avevamo letto il sole come un presagio, cercando di capire se ci stessero portando verso l’Egitto, Cipro, la Grecia o Israele.

Sud significava una forma di speranza. Nord un’altra. Est significava la cosa che nessuno di noi voleva dire troppo ad alta voce. Nelle ultime ore del viaggio, la nave si muoveva inequivocabilmente verso est. E tuttavia una parte di noi continuava a sperare che ci stessimo sbagliando. Poi la donna ha guardato giù dal suo trespolo e ha annunciato: “Buongiorno, e benvenuti in Israele”.

È SEGUITA una conferma silenziosa. Le teste si sono abbassate. Gli occhi di alcuni si sono riempiti di lacrime. Sapevamo, o credevamo di sapere, dove ci stavano portando. Ma sentirlo annunciare dall’alto, con quel tono quasi allegro, ha reso il terrore ufficiale. Eravamo più di duecento, stipati dentro un rettangolo d’acciaio a cielo aperto. Sei container erano stati disposti in modo da creare un cortile-prigione sul ponte della nave. Il filo spinato lamato ne coronava la sommità. Una dozzina di bagni chimici riempiva lo spazio vuoto. Sopra di noi, soldati mascherati pattugliavano con fucili d’assalto. Due cannoni ad acqua restavano puntati su di noi. Da un container sotto il ponte di comando, i nostri carcerieri uscivano con caffè e snack, si sedevano su sedie di plastica a guardarci, fotografarci e ridere, come se fossimo animali in un serraglio. Attraverso il megafono, la donna mascherata ci ha detto che la nave avrebbe attraccato presto ad Ashdod. Saremmo stati portati via e sottoposti alle procedure dell’immigrazione. Ci ha esortati a collaborare. Non opponete resistenza. Non cantate. Non intonate “Free Palestine”. Obbedite agli ordini, ha detto, e non vi sarà fatto del male.

Uno dei miei compagni, Marco, un attivista italiano di straordinario coraggio e lucidità morale, ha preteso che lei ci desse la sua parola. Non voleva soltanto un’istruzione. Voleva una garanzia. Lei gliel’ha data. Se avessimo obbedito, ha promesso, non saremmo stati feriti. Alcuni di noi volevano crederle. La nostra era la “migliore” delle due navi-prigione che trasportavano i 430 membri della nostra flottiglia verso un destino incerto. È una frase oscena, ma vera. Sulla nostra nave, persone erano state colpite e mutilate. Eravamo stati inzuppati di acqua fetida. I nostri vestiti caldi ci erano stati portati via. Eravamo stati costretti a dormire alle intemperie, ammassati dentro container sporchi sul ponte della nave, che si allagava quando il mezzo navale anfibio si immergeva oltre una certa profondità. Ci erano stati negati cibo, acqua, servizi igienici, cure mediche e riparo adeguati.

MA RISPETTO ai compagni sull’altra imbarcazione, eravamo stati risparmiati. Non eravamo stati tutti picchiati, colpiti ripetutamente con il taser fino a perdere conoscenza, o costretti ad ascoltare ora dopo ora le grida di persone a cui erano già state spezzate costole e altre ossa. Questo era l’universo morale che Israele aveva creato: un luogo in cui essere colpiti, spogliati, congelati, affamati e rinchiusi poteva ancora contare come il destino “migliore”. Quando la donna mascherata ha promesso che l’obbedienza ci avrebbe protetti, alcuni di noi hanno creduto, o hanno voluto disperatamente credere, che esistesse ancora un limite. Non l’abbiamo mai più vista.

Dopo che i marinai israeliani hanno ormeggiato la nave, siamo stati radunati dietro una linea di nastro adesivo sul ponte della nave. Davanti a noi sono comparsi uomini armati e corazzati, forse a due metri di distanza, con fucili d’assalto e fucili a pompa puntati verso i nostri volti. Io ero seduto a gambe incrociate vicino alla prima fila, con solo una o due file di persone tra me e questi uomini appena arrivati, ancora più militarizzati. Un soldato teneva in mano una pila di passaporti e ha cominciato a chiamare i nomi. All’inizio, il procedimento sembrava quasi ordinato. Veniva chiamato un nome. La persona si alzava, ritirava il passaporto e scompariva attraverso la porta aperta in uno dei container. Il primo nome chiamato è stato quello di una donna francese la cui coscia era stata squarciata due giorni prima. Abbiamo applaudito per lei. Abbiamo applaudito anche per gli altri, offrendo il più piccolo gesto pubblico di coraggio a persone che camminavano verso un ignoto che noi non potevamo vedere. I soldati sono diventati impazienti. Forse le persone si muovevano troppo lentamente. Forse gli applausi li irritavano. Forse non ci voleva nulla per farli scattare. Il soldato che teneva i passaporti ha interrotto la procedura e ha ordinato a tutti di uscire sul ponte della nave.

MENTRE le persone uscivano dai container, ha indicato un uomo magro, bello, dalla pelle scura, apparentemente arabo, con una barba leggera e i capelli brizzolati. A differenza di quelli i cui nomi erano stati chiamati dai passaporti, lui non è stato scelto tramite un documento o una procedura. È stato scelto con un gesto. “Tu. Vieni qui”. Quando è arrivato a portata di mano, diversi soldati lo hanno afferrato, lo hanno spinto attraverso la porta aperta e lo hanno trascinato fuori dalla nostra vista. Subito dopo abbiamo sentito urla da gelare il sangue. Non erano solo grida di paura. Era il suono di una sofferenza animale, di quell’uomo brutalizzato oltre ciò che, dietro una lamiera sottile, potevamo ancora immaginare. Per un secondo, la folla non ha capito cosa stesse ascoltando. Poi la consapevolezza ci ha colpiti come una mazzata. “Tortura!”. “Basta!”. “Vergogna!”.

Le persone hanno cominciato ad alzarsi. La protesta si era appena formata quando dalla linea dei soldati esplose verso la folla un colpo da fucile a pompa. Ero a circa un metro da Emir quando l’ho visto piegarsi all’indietro. Ho visto il suo volto deformarsi mentre cadeva nell’onda di corpi attorno a lui. Più tardi, dopo la nostra evacuazione in Turchia, ho visto la ferita nella sua gamba, grande come una moneta da due euro, lo stesso disegno che tanti compagni portavano addosso per i proiettili d’acciaio rivestiti di gomma e munizioni simili. Ma in quel momento, tutto ciò che sapevo era che un altro uomo dalla pelle scura era stato colpito da distanza ravvicinata.

I SOLDATI si sono precipitati dentro la folla, hanno afferrato Emir e lo hanno trascinato via per i piedi. Urlava mentre lo tiravano attraverso la stessa porta aperta, la sua voce che svaniva in grida così acute da far sembrare che il pestaggio continuasse anche mentre lo portavano via dalla nave. In quell’istante è cambiato tutto. Non eravamo più soltanto prigionieri miserabili a cui venivano negati cibo, acqua, riparo, medicine, servizi igienici e sonno. Abbiamo capito che ciò che ci attendeva oltre quella soglia era terrore organizzato, immotivato, sadico. Qualunque regola avessimo immaginato esistesse ancora era sparita. La procedura è ripresa. Il soldato chiamava i nomi dai passaporti. Le persone si alzavano e avanzavano. Ma gli applausi erano diminuiti. La nostra solidarietà visibile si è ritirata in gesti più piccoli: uno sguardo, una mano su una spalla, una stretta fugace.

Quando è stato chiamato il mio nome, ho cercato Abdessmad, un marocchino calvo, dalla barba folta, di cuore caldo, che viaggiava con passaporto francese. Ci eravamo conosciuti solo pochi giorni prima a Marmaris, quando eravamo stati assegnati alla stessa barca a vela, Josef. Parlava correntemente francese, tedesco e arabo, ma solo un po’ d’inglese. Io non parlo nessuna delle sue lingue. La prigionia aveva reso la lingua meno importante. Ci capivamo nel modo in cui ci si capisce quando l’unica vera conversazione è la sopravvivenza. Durante l’intercettazione di due giorni prima, Abdessmad era stato colpito due volte alla schiena come ritorsione per aver gettato i nostri cellulari in mare, così che i commando non potessero sequestrarli. Anche allora, era rimasto dolce e gentile. Mentre mi alzavo, gli ho toccato la spalla. Mi ha offerto il miglior sorriso spezzato, impaurito e incoraggiante che è riuscito a trovare. Presi il passaporto. Poi attraversai la porta.

APPENA OLTRE, ci aspettavano decine di soldati mascherati. Mi hanno spinto la testa verso il basso. Mi hanno strattonato in avanti. Mi hanno forzato le mani dietro la schiena e le hanno sollevate in alto, mentre mi spingevano il collo e il viso verso il ponte d’acciaio della nave sotto di me. Il dolore è stato immediato e acuto. Avevo già deciso che non avrei urlato. Mi sono aggrappato a quella decisione con tutte le mie forze. Non sono rimasto a lungo in piedi. I soldati mi hanno stretto i polsi con fascette di plastica il più forte possibile e mi hanno trasportato in un modo che mi ha fatto pensare che gli arti potessero separarsi dal torso. Il dolore ha preso il sopravvento così completamente che il tempo è scomparso. Da qualche parte in quella nebbia, i miei carcerieri mi hanno portato giù dalla barca e dentro un piccolo spazio dalle pareti bianche, a terra, che più tardi avremmo battezzato “la tenda della tortura”.

“Che cosa hai addosso?” mi ha urlato un soldato nell’orecchio. “Niente”, ho deglutito. “Non ho niente”. I colpi sono arrivati rapidamente: alla testa, alle braccia, alle gambe, al petto. Mi hanno lasciato cadere, rialzato, contorto, tirato. Non ero più una persona capace di muoversi. Ero una bambola di pezza nelle mani di uomini che sembravano provare piacere nel trovare nuovi modi per infliggere dolore. A un certo punto, due soldati mi hanno aperto le gambe con forza mentre un altro mi teneva sospeso in aria. Hanno tirato così forte che ho pensato che l’inguine mi si sarebbe strappato. Attraverso il dolore e la violazione, ho capito che quello doveva essere una specie di perquisizione. Poi è arrivato il colpo finale. Ha colpito il lato destro della gabbia toracica, più netto e più deliberato degli altri. Non posso dire se fosse un calcio o un pugno. Conosco soltanto la sensazione dell’osso che si spezza sotto la pelle, così chiara, secca e violenta che avrei giurato di averla sentita, come un ramo che si rompe sotto un piede.

SONO SICURO che anche il soldato l’ha sentito, perché dopo quel colpo il pestaggio è cessato. Sono stato rimesso in piedi, stordito e appena cosciente per il dolore. Il soldato si è chinato vicino al mio orecchio e ha sussurrato, in inglese: “Welcome to Israel”. Da lì sono stato trascinato in una tenda molto più grande, dove decine di miei compagni erano già costretti nella posizione inginocchiata che il ministro israeliano della sicurezza Itamar Ben-Gvir avrebbe di lì a poco mostrato al mondo. Da qualche parte tra la nave e quella tenda, le mie fascette di plastica si erano spezzate. Durante il pestaggio avevo anche perso il passaporto. Ho detto, ansimando, qualcosa a proposito. In qualche modo, una volta a terra, mi è stato restituito.

Ho detto: “Grazie”. Ancora non lo capisco. Non capisco perché, in quelle condizioni, dopo essere stato picchiato e spezzato dallo stesso apparato che ora mi rimetteva davanti il passaporto, in me sia sopravvissuto un riflesso di cortesia. Forse il dominio insegna al corpo a recitare gratitudine per la più piccola interruzione della crudeltà. O forse il mio passaporto rappresentava ancora qualcosa di cui avevo disperatamente bisogno per sopravvivere, qualcosa a cui nessuna brutalità poteva togliere del tutto significato. Nonostante quella confusione, ho capito presto il dono di quelle fascette spezzate. Le mie mani erano libere. Potevo sentire le dita. Potevo torcere la plastica deformata in modo che, a uno sguardo, sembrasse ancora legarmi. Potevo usare i gomiti per togliere un po’ di peso dalle ginocchia e dalla schiena.

ATTORNO a me, altri non hanno avuto la stessa fortuna. Dopo qualche tempo, la mia fila è stata spinta a calci verso il lato sinistro della tenda, premuta contro un’altra linea di corpi. Le urla continuavano da ogni direzione, punteggiando il lamento da sirena dell’inno nazionale israeliano messo in ripetizione. Le donne urlavano in un registro diverso, il suono di una violazione più profonda. Non osavo sollevare la testa. Muovevo soltanto gli occhi e il collo quanto bastava per vedere la testa calva e la grande barba accanto a me. Era Abdessmad. Aveva le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica. Poiché non poteva usare i gomiti, doveva sostenere il corpo con la fronte premuta contro il cemento ruvido e ghiaioso. Non sono riuscito a guardargli direttamente le mani, ma ho potuto intravedere abbastanza pelle di un viola scuro per capire cosa stesse succedendo. Il suo corpo era stato costretto in una posizione calcolata per produrre pura agonia. Pensavo di conoscere il dolore. Guardando lui, ho capito che era in un luogo ben oltre ciò che io avevo ancora sperimentato. Quest’uomo gentile, il mio compagno di barca, il mio amico, l’uomo a cui avevo toccato la spalla prima di attraversare la soglia, era piegato in una postura di tortura a pochi centimetri da me. E io non potevo fare nulla. Ho trascorso la mia vita professionale come difensore pubblico. Ho costruito la mia identità nello stare accanto alle persone in gabbia, alle persone brutalizzate dal potere statale, alle persone che il mondo ha deciso di non vedere. Questa vocazione è parte del motivo per cui mi sono trovato su una flottiglia, a bordo di qualche decina di barche malandate, in sfida all’assedio israeliano di Gaza.

È PARTE del motivo per cui la Palestina conta per me. Ma lì, sdraiato accanto ad Abdessmad, incapace di liberargli le mani o alleviare il suo dolore, ho provato l’impotenza più completa che abbia mai conosciuto. Con il dono non meritato di una mano libera, ho spinto il suo passaporto verso il suo volto. “Alza la testa”, ho sussurrato. I nostri occhi si sono incontrati per un istante. “Andrew?” ha detto. “Per favore, Andrew, le mie mani”. “Come?” ho sussurrato. “Chiedi loro di aiutarmi con le mani”. Voleva che chiamassi le guardie. Aveva troppa paura per farlo da solo. Sapeva, come lo sapevo io, che l’attenzione di quegli uomini avrebbe portato più probabilmente dolore che sollievo. Ma il dolore alle mani era diventato così insopportabile che mi chiedeva di correre quel rischio.

Non volevo parlare. Ogni istinto dentro di me pretendeva silenzio. Ma un’altra parte di me, la parte che avevo passato la vita a credere fosse il nucleo di ciò che sono, non poteva rifiutarglielo. Quando il paio successivo di anfibi è entrato nel mio campo visivo ristretto, ho costretto le parole a uscire.

“Signore, per favore aiuti quest’uomo. Per favore, aiuti le sue mani”.

Silenzio. Gli anfibi sono passati oltre.

Ci ho riprovato, un po’ più forte.

“Per favore aiuti le sue mani, signore. Per favore”.

Niente. Ho aspettato un altro paio di anfibi. “Le sue mani”, ho detto ancora. “Per favore, aiuti le sue mani”.

Questa volta ho ottenuto attenzione. Un colpo mi è arrivato sulla sommità della testa. “Le sue mani”, ho piagnucolato. “Aiuti le sue mani”.

Poi Abdessmad ha urlato con tutto il fiato dei suoi polmoni torturati, un urlo fermo, acuto e ininterrotto. “Le sue mani!” ho gridato insieme a lui. “Qualcuno aiuti le sue mani!”.

Di nuovo, nulla. “Mi dispiace”, alla fine ho ansimato trattenendo le lacrime. “Mi dispiace tanto di non poterti aiutare”. Siamo rimasti in quella tenda forse un’ora, forse di più. Alla fine Abdessmad è stato trascinato via. Le sue urla, a quel punto, erano diventate un gemito più debole. La mia scorta è venuta a prendermi: una piccola soldatessa, saltellante e ridacchiante di gioia davanti alla nostra miseria, pronta a guidarmi nella fase successiva del procedimento.

QUELLA FRASE conta: la fase successiva del procedimento. Perché ciò che accadde dopo non fu disordine. Fu presa in carico. Fu burocrazia. La tenda della tortura, la tenda in cui ci costringevano in ginocchio, la tenda dove ci spogliavano e ci perquisivano, i tavoli dell’immigrazione, le udienze legali, il trasporto carcerario, le celle di detenzione, le visite consolari, i documenti di deportazione. Ogni fase aveva i suoi rituali e il suo personale. Alcuni erano apertamente sadici. Altri annoiati. Altri inscenavano la legalità sopra le urla, efficienti e vuoti.

Ma la macchina non smetteva mai di muoversi. Qualche ora dopo, dopo le procedure dell’immigrazione ad Ashdod e prima degli orrori che ci attendevano nella prigione di Ktzi’ot, ho rivisto Abdessmad dentro un trasporto blindato affollato. Diciotto di noi erano stipati in una cella minuscola, con mani e gambe ormai serrate in pesanti ferri d’acciaio. La sua fronte era visibilmente scorticata a sangue. Mi ha riconosciuto subito. E poi ha sorriso.

Nel suo inglese limitato, Abdessmad ha detto alle persone attorno a noi che io lo avevo aiutato. Mi ha quasi spezzato. Non avevo fatto quasi nulla. Gli avevo fatto scivolare un passaporto sotto la testa. Avevo implorato uomini che mi avevano picchiato di allentargli le mani. Avevo fallito. Eppure eccolo lì, ancora sofferente, a ringraziarmi per un gesto così piccolo da sembrare indegno della sua gratitudine. In quel momento ho capito, senza alcun dubbio, che lui avrebbe fatto lo stesso per me. Questa è la solidarietà: non uno slogan, non un coro, non una rappresentazione di coraggio, ma la decisione di restare responsabili gli uni degli altri anche quando la responsabilità è stata resa quasi impossibile. Abdessmad mi ha ricordato perché ero lì. Mi ha dato abbastanza forza per affrontare ciò che stava arrivando.

DENTRO quel trasporto carcerario c’erano messaggi incisi sulle pareti, graffiati in arabo dalle persone che erano state in quella gabbia prima di noi. Non potevo leggerli. Ma sapevo cosa significavano. Non eravamo le prime persone trasportate in quel modo, e non eravamo le persone per cui quella macchina era stata costruita. Eravamo perlopiù volontari internazionali bianchi provenienti dai paesi del Nord, persone con credenziali solide e governi che, alla fine, potevano essere messi nell’imbarazzo di interessarsi. Eravamo passeggeri temporanei. Stavamo ricevendo una versione attenuata, protetta dai nostri passaporti, del trattamento riservato ai palestinesi.

Le pareti conoscevano già le persone per cui quella macchina era stata costruita. Fu lì che la verità più grande si posò su di me. I nostri passaporti non ci avevano protetto dall’essere picchiati. Non ci avevano protetto dall’umiliazione sessuale, dalle ossa rotte, dal terrore o dal piacere sadico dei nostri carcerieri. Ma ci avevano protetto con la cosa che ai palestinesi è così spesso negata: una via d’uscita. È per questo che scrivo. Non perché ciò che è accaduto a noi sia eccezionale, ma perché è ordinario. I leader israeliani e i loro difensori hanno cercato di fare di Ben-Gvir il centro della storia. Ma Ben-Gvir non ha costruito la macchina che ci ha tenuti prigionieri. Non ha inventato le gabbie, le posizioni di stress, le perquisizioni in cui ci costringevano a spogliarci, l’umiliazione sessuale, le catene, i pestaggi, le udienze performative o la crudeltà burocratica che ci ha spinti da una fase alla successiva. Ha fatto ciò che fanno gli uomini come lui. L’ha celebrata. L’ha filmata. Ha trasformato la nostra sofferenza in spettacolo. Ma la macchina era già lì. Era lì prima che arrivassimo ad Ashdod, prima che la nostra flottiglia salpasse da Marmaris, prima che Ben-Gvir sovrastasse i nostri corpi legati e inginocchiati e ci schernisse per le sue telecamere. Ciò che abbiamo vissuto non era una deviazione dal sistema. Era il sistema, brevemente rivolto contro persone i cui passaporti rendevano la violenza più difficile da ignorare per i governi occidentali.

PER SETTANTOTTO ORE, le forze israeliane ci hanno trattati con un livello di crudeltà che molti di noi non avrebbero mai immaginato di sperimentare personalmente. E tuttavia eravamo protetti. Non sembra vero nelle mie costole. Non sembra vero quando ricordo le mani di Abdessmad, il volto di Emir, le urla dietro la parete metallica, o i compagni le cui ferite dovrebbero coprire di vergogna ogni governo che continua ad armare e proteggere Israele. Ma è vero. Eravamo protetti perché i nostri governi conoscevano i nostri nomi, perché i giornalisti facevano domande, perché gli avvocati erano in attesa, perché i nostri passaporti restavano, per quanto imperfettamente, una pretesa sull’attenzione di stati che preferirebbero non vederci ma non possono fingere che non esistiamo. Gli uomini e le donne i cui messaggi in arabo erano graffiati sulle pareti di quel trasporto carcerario non erano passeggeri temporanei della macchina, diretti a visite consolari e voli di deportazione. Erano i bersagli designati della macchina, le persone per cui erano state costruite le gabbie, le catene, le posizioni di stress, gli interrogatori, le umiliazioni e le finzioni legali. Scrivo perché li ho sentiti. Non direttamente, non pienamente, non abbastanza. Ho sentito la loro eco in quel trasporto. Li ho visti sui muri della prigione. Li ho visti nei murales a Ktzi’ot, dove immagini di distruzione erano esposte come trofei, dove paesaggi urbani apparivano ridotti in macerie sotto didascalie in arabo che annunciavano “La nuova Gaza”. Li ho visti nella brutalità speciale diretta contro compagni arabi, musulmani, neri, di pelle bruna e asiatici. I governi occidentali non possono rispondere esprimendo preoccupazione, accettando le rassicurazioni di Israele e andando avanti. Non possono fingere che Ben-Gvir sia il problema mentre continuano ad armare, finanziare, giustificare e proteggere diplomaticamente l’apparato statale che lui contribuisce ad amministrare. Non possono condannare lo spettacolo preservando il sistema che ha reso possibile lo spettacolo.

LA RICHIESTA non può essere soltanto che gli internazionali vengano trattati meglio la prossima volta. Il sistema carcerario israeliano deve essere aperto a ispezioni internazionali indipendenti. Le accuse di tortura, violenza sessuale, abusi razzializzati, negazione di cure mediche e morti in custodia devono essere indagate come crimini, non gestite come problemi di pubbliche relazioni. Devono essere accertate le responsabilità per la tortura degli attivisti della flottiglia. Ma se la responsabilità si ferma a noi, riprodurrà la stessa gerarchia che ha permesso a questo sistema di prosperare. La nostra sofferenza conta perché ogni sofferenza conta. Non conta di più perché siamo occidentali, internazionali o perché abbiamo passaporti potenti. La richiesta centrale deve restare la liberazione palestinese: la fine dell’assedio di Gaza, la libertà per i prigionieri palestinesi e la fine dell’architettura carceraria di dominio sulla vita palestinese.

Pensavamo che i nostri passaporti ci avrebbero protetto. Non ci sbagliavamo. Ci hanno protetto. Ci hanno protetti dalla permanenza. Ci hanno protetti dalla sparizione. Ci hanno protetti dall’essere inghiottiti interi. I palestinesi meritano più di un testimone che è passato per un breve tratto attraverso la macchina ed è sopravvissuto per descriverla in prima persona. Meritano di essere liberi.

*Andrew Francisco, cittadino statunitense, è stato catturato dalla marina israeliana il 18 maggio scorso insieme a oltre 430 attivisti della Global Sumud Flotilla