di Mariano Croce*
Il Domani, 23 maggio 2025
La sentenza della Corte costituzionale che riconosce alla nascita entrambe le madri di una famiglia non deve cogliere di sorpresa. Si allunga l’elenco delle riforme ottenute nelle aule di giustizia anziché in parlamento. Perché i politici si pongono in un’ottica fuori dal tempo. Che si provi nostalgia oppure no per la novecentesca politica dei partiti e dei parlamenti, essa è per noi come la radiazione cosmica di fondo: la traccia impercettibile di un passato distantissimo. Oggi le più significative riforme in molti campi della vita associata passano per le Corti. La sentenza n. 68/2025 della Corte costituzionale riafferma con mirabile coerenza questo stato di cose, che impone una presa d’atto meno sgomenta e impreparata.
In sintesi, la sentenza stabilisce che è contro la Costituzione vietare alla madre intenzionale di riconoscere come proprio il figlio nato in Italia da procreazione assistita legittimamente praticata all’estero. Asserisce altresì che non sussistono ostacoli di natura costituzionale a un’eventuale estensione, ad opera del legislatore, dell’accesso alla procreazione assistita anche a nuclei familiari diversi da quelli attualmente indicati.
Tutto ciò potrebbe sembrare l’esito di una semplice benché scrupolosa ricognizione del diritto costituzionale vigente. Ma c’è molto di più. C’è l’esclusione di una presunta “inidoneità genitoriale, in sé, della coppia omossessuale”; c’è l’idea, massimamente illuminata, che la costruzione di legami parentali abbia a che fare col “comune impegno volontariamente assunto”; c’è la tesi dirompente secondo cui l’intenzione e gli affetti vengono prima del sangue.
E in questo c’è qualcosa di davvero notevole: i giudici fanno leva non tanto (certo anche) sul principio del superiore interesse del minore, quanto su un’intera teoria della parentela - quella che per comodità, e non senza qualche imprecisione, si usa chiamare “queer”. La sentenza n. 68/2025 nutre l’immagine della famiglia come una rete di relazioni costituite da pratiche di obbligo volontario, sostegno e cura nei confronti di altri che riteniamo particolarmente significativi e che amiamo.
A meno che non si voglia pensare l’attuale Corte come composta di impenitenti attivisti da marcia dell’orgoglio, viene da chiedersi come e perché i suoi membri riescano a porsi in un’ottica che la politica ostinatamente rifiuta. Sia quella di destra, legata a ideali certo legittimi, ma che suscitano melancolia per la loro morbosa e pervicace tendenza a leggere la realtà con le categorie del primo Novecento - quando quelle categorie olezzavano già di rancido. Sia quella di sinistra, che muove da solenni dichiarazioni di principio, secondo lo schema dell’infinita compossibilità dei diritti, salvo astenersi dal tradurli in legge quando si trova al governo.
Come mai, dunque, il diritto riesce là dove la politica fallisce con tanto studiata sistematicità? Perché una corte, e non il parlamento, vede come il primo dei suoi problemi quello di riconoscere i bisogni più urgenti e nodali della cittadinanza? Forse perché questo manipolo di non-eletti - secondo la comoda caricatura di un’erronea vulgata - fa suo il punto di vista di una società che abbisogna di strumenti per regolare le interazioni in modo tale che, nel caso insorgessero conflitti, ciascuno sappia cosa aspettarsi e a chi rivolgersi. Se il diritto fissa le regole che guidano la condotta, stabilizzano le aspettative e tutelano le parti più deboli, sta nelle cose che le corti affrontino il problema dirimente di come cambiare queste regole quando cambia il mondo.
Si dirà che la politica fa ben altro: immagina mondi alternativi, pretende il concretarsi di altissime idealità, riduce la distanza tra realtà e utopia. Ma questa politica, che pure seppe scolpire il nostro Occidente, la si trova ormai solo nei manuali di storia del pensiero politico (dove anzi continua ad abbondare). Oggi la gente vuol morire senza accanimenti, poter tirare su famiglia, non annegare quando insegue una vita meno ingrata, respirare un poco d’aria se finisce in galera. Per tutto questo, la politica odierna - priva d’idee più che di ideali - non ha tempo. Se così è, la supplenza “legislativa” delle Corti sarà pure un’anomalia, ma di quelle che illustrano al meglio il perché, da che fu “inventato”, il diritto abbia l’istintiva e compiaciuta tendenza a pensarsi come il più inestimabile dei lasciti della nostra antichità.
*Filosofo











