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di Riccardo Piccolo

linkiesta.it, 28 maggio 2025

Le testimonianze al Parlamento europeo dei cittadini ucraini liberati rivelano un protocollo istituzionalizzato di trattamento disumano, in totale violazione delle convenzioni internazionali. “Ogni giorno venivano picchiati da infermieri speciali, da lavoratori del carcere, ci è capitato perfino di essere aggrediti da cani”. Così Vladislav Hatsun, marinaio ucraino di ventitré anni, ha descritto al Parlamento europeo i ventinove mesi trascorsi in una prigione russa. La sua testimonianza si inserisce in un quadro più ampio di abusi documentati, che riguardano migliaia di civili e militari ucraini ancora detenuti in strutture dove le convenzioni internazionali risultano sistematicamente violate.

Proprio mentre Hatsun riferiva la sua esperienza a Bruxelles, la scorsa settimana a Istanbul, Russia e Ucraina hanno concluso il più ampio scambio di prigionieri dall’inizio del conflitto: mille detenuti per parte, liberati in tre giorni. È stato l’unico risultato tangibile dei primi colloqui diretti tra i due Paesi, dopo oltre tre anni. L’operazione, ribattezzata “mille per mille”, ha rappresentato un gesto simbolico di apertura, ma i margini per un vero negoziato restano ristretti.

I colloqui si arenano non appena si affronta il tema del cessate il fuoco, e mostrano un evidente squilibrio: da un lato, la volontà di dialogo dell’Ucraina, dall’altro, le ambiguità - o la chiusura - della Russia. A dimostrarlo è il paradosso di domenica: mentre i prigionieri venivano rilasciati, Mosca lanciava uno dei più massicci attacchi aerei del conflitto, colpendo le città ucraine con trecento sessantasette droni e missili, e causando almeno dodici morti.

La questione dei prigionieri è diventata uno dei capitoli più delicati del conflitto. Dal marzo 2022, secondo il Centro di coordinamento ucraino per il trattamento dei prigionieri di guerra, quasi cinquemila cittadini ucraini sono stati rilasciati, ma oltre duemila civili ucraini si trovano ancora detenuti dalle autorità russe, insieme a un numero imprecisato di militari.

Le immagini di domenica, con gli autobus carichi di soldati ucraini appena rientrati - volti emaciati, capelli rasati - suggeriscono condizioni di prigionia estremamente dure. Una realtà che resta in gran parte nascosta, dal momento che ai media e alle organizzazioni indipendenti è impedito l’accesso diretto, e che può essere ricostruita solo grazie alle testimonianze di chi è riuscito a tornare.

La gestione dei prigionieri ucraini, infatti, segue un iter complesso e poco trasparente: molti vengono trattenuti inizialmente in strutture nei territori occupati, ma spesso sono soggetti a trasferimenti multipli all’interno della Federazione Russa, dove le condizioni di detenzione variano significativamente, e includono centri con standard molto inferiori a quelli riconosciuti dal diritto internazionale. Questo sistema decentrato e volutamente poco tracciabile rende estremamente difficile monitorare lo stato dei detenuti, limitando fortemente l’accesso di organizzazioni umanitarie indipendenti.

Le testimonianze dirette, però, restituiscono un quadro preciso. Vladislav Hatsun ha raccontato di un regime carcerario che mira a privare i prigionieri della dignità più elementare: “Dovevamo comportarci come animali, non potevamo andare in bagno quando volevamo. Dovevamo aspettare il permesso dei lavoratori del carcere”. Le violenze erano quotidiane, inflitte con tubi, bastoni di plastica o di gomma, e strumenti elettrici.

Più che singoli abusi, i prigionieri descrivono una brutalità sistematica, segno di pratiche istituzionalizzate. Secondo Yevgeny Malik - anche lui detenuto per oltre due anni, e oggi responsabile operativo dell’Ong Borderlands - il sistema penitenziario russo ha sviluppato regole specifiche per i prigionieri ucraini. In alcune strutture è stato introdotto quello che lui ha definito “regime da strada”: un protocollo che impone ai detenuti di restare in piedi ogni giorno, dalle sei del mattino alle dieci di sera, indipendentemente dall’età o dalle condizioni di salute. Sedici ore consecutive in posizione eretta costituiscono, di fatto, una forma di tortura posizionale, che compromette in modo permanente le articolazioni e la circolazione.

Le limitazioni imposte all’interno delle carceri creano un ambiente di controllo totale. Non è consentito camminare, parlare, sorridere, appoggiarsi a un muro o a un letto. “Ogni stanza ha una videocamera, e ogni prigione russa ha un ufficiale di servizio giornaliero che controlla tutta la situazione”, ha continuato Malik. Persino azioni elementari, come andare in bagno o bere acqua, sono concesse solo su ordine esplicito. Guardare fuori dalla finestra può scatenare punizioni collettive. La procedura punitiva segue protocolli precisi. “Le guardie fanno uscire tutti i prigionieri dalla stanza nel corridoio”, dove vengono picchiati e torturati, spesso utilizzando cani addestrati all’aggressione. Le conseguenze sono durature: “molti prigionieri ucraini tornano a casa dalla Russia senza pelle sui piedi”, a causa delle infezioni contratte dalle ferite non curate.

Gli interrogatori rappresentano un ulteriore livello di violenza organizzata. Malik ha testimoniato che “utilizzano metodi tradizionali per loro. Sottopongono i prigionieri al waterboarding, rompono le loro ossa con tubi di plastica. Li elettrizzano regolarmente, e persino inseriscono aghi sotto le unghie”. Un trattamento che nemmeno fa distinzione tra militari e civili: “Nella mia stanza c’era un uomo civile che non era mai stato in nessun esercito, nemmeno in Ucraina”, che è stato picchiato fino a perdere “una quantità enormemente grande del suo peso naturale”.

Anche le precarie condizioni sanitarie si sono trasformate in uno strumento strategico di tortura, nelle mani delle autorità russe. Vladyslav Jayvoronok, ex combattente del reggimento Azov, ha raccontato che “l’assistenza medica durante la prigionia russa… è stata terribile”. Ferito gravemente in combattimento, e catturato poche ore dopo - le lesioni gli sono costate una gamba - ha ricevuto antibiotici soltanto al settimo giorno, con il rischio concreto di setticemia e cancrena. “A dire il vero, i russi non volevano ucciderci. Non ne avevano motivo… forse stavano semplicemente aspettando che morissi, non lo so. Ma sono stato fortunato, sono ancora vivo. Molti altri non lo sono stati”.

In alcuni casi, la negazione di cure mediche essenziali si è tradotta in una condanna a morte. Jayvoronok ha ricordato la vicenda di un civile ucraino affetto da epatite, che avrebbe avuto bisogno di farmaci salvavita. “Un medico russo - se così si può chiamare - ha detto: “Posso solo pregare che venga scambiato, perché questo medicinale è troppo costoso”“. L’uomo è morto sei mesi dopo, in carcere, senza che la sua cattura fosse mai notificata alla parte ucraina. “Per tutto quel tempo - ha aggiunto Jayvoronok - i russi non hanno mai informato l’Ucraina che era stato preso”. La mancata registrazione presso il Comitato Internazionale della Croce Rossa lascia infatti i detenuti ucraini senza alcuna tutela legale, esposti a condizioni di prigionia senza controlli e garanzie.

Le pratiche descritte dai testimoni costituiscono chiare violazioni degli articoli tredici-quattordici e diciassette-trentadue della Terza Convenzione di Ginevra, che garantiscono ai prigionieri di guerra protezione contro violenza, intimidazione e umiliazioni, stabilendo al contempo standard minimi internazionali per alloggio, nutrizione e cure mediche. Di fronte a queste testimonianze, la presidente del gruppo Renew Europe, Valérie Hayer, ha qualificato senza esitazioni questi atti come “crimini contro l’umanità”, sottolineando con fermezza che “l’Europa non chiuderà un occhio su queste violazioni. Non ci può essere compromesso sulla dignità umana”.

Durante l’audizione organizzata dal gruppo Renew Europe, è intervenuto anche Petras Auštrevičius, parlamentare lituano e relatore ombra per l’Ucraina, che ha ribadito che “qualsiasi pace con lo stato aggressore, la Russia, deve includere disposizioni molto chiare sul ritorno” di tutti i prigionieri, dei civili detenuti e dei circa “ventimila bambini ucraini” trasferiti in Russia. Per quest’ultima violazione del diritto internazionale, la Corte penale internazionale ha già emesso un mandato d’arresto contro Vladimir Putin.

Accanto alle violazioni materiali dei diritti, va posta particolare attenzione anche ai danni psicologici, che rappresentano una ferita profonda e duratura per i prigionieri di guerra. I soldati, consapevoli di questa realtà, hanno affrontato anche questo tema durante la conferenza stampa al Parlamento europeo. Hanno infatti sottolineato come le torture subite lascino conseguenze mentali destinate a protrarsi nel tempo, con disturbi post-traumatici da stress (Ptsd), che possono manifestarsi anche “venti o trent’anni dopo” l’esperienza della prigionia. Malik, in particolare, ha illustrato però come l’Ucraina abbia già sviluppato “un sistema di assistenza medica efficace, in collaborazione con i paesi europei e gli Stati Uniti”, mentre la sua organizzazione, Borderlands, ha avviato un centro specializzato per il trattamento del Ptsd, che accoglie e cura civili e militari.