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di Ilaria Zaffino

La Repubblica, 15 luglio 2024

Il libro di Nila, attivista iraniana sotto pseudonimo, prima di tutto è una testimonianza. Intima, appassionata, e ci arriva direttamente dalle strade di Teheran, dalla viva voce di una delle protagoniste della nuova rivoluzione iraniana che dall’interno, giorno dopo giorno, nei mesi successivi alla morte di Mahsa Amini, la giovane curda arrestata nel settembre del 2022 per non aver indossato correttamente l’hijab, ricostruisce cosa succede. “In questo momento della nostra storia testimoniare è una parola più ardente di vivere: si può vivere una vita restando spettatori. Testimoniare significa essere artefici del nostro destino”, scrive Nila, autrice e attivista iraniana per i diritti delle donne e delle minoranze.

Nata a Teheran nel 1980, bambina durante la guerra più lunga del XX secolo - quella tra Iran e Iraq - ha deciso di scrivere questo libro sotto pseudonimo e farlo circolare al di fuori dei confini del suo Paese. Pubblicato dapprima in Francia per Calmann-Lévy, arriva ora anche in Italia per Gramma Feltrinelli con il titolo “Nelle strade di Teheran” (Gramma Feltrinelli Traduzione Vincenzo Barca pagg. 112 euro 15).

Ed è esattamente lì che l’autrice ci porta, dove al grido di “Donna, vita, libertà” sfilano con lei le donne che riscoprono la vita notturna abolita dal regime: sono i giorni dell’entusiasmo ai quali seguiranno quelli della repressione, delle umiliazioni, le lapidazioni e le esecuzioni: “Il patriarcato trae il suo potere dal fatto che, in tutta la storia e nel mondo intero, rendere giustizia alle donne è stato visto come un’esigenza aberrante e punibile”, confessa nei momenti più cupi. La protesta delle donne però non arretra: “Continuiamo a marciare con la testa piena di pensieri confusi: l’importante è rimanere in strada per sfinirli”. Perché il desiderio di libertà viene da lontano e unisce in un unico abbraccio le donne di ieri e di oggi.

Uno dei meriti più grandi di questo libro infatti è quello di farci conoscere la poetessa mistica Tahereh, prima voce libera e femminista in Iran, che a metà Ottocento si tolse il velo guardando gli uomini negli occhi, in segno di sfida. Giustiziata per “aver seminato corruzione sulla Terra”, il suo corpo gettato in un pozzo alla periferia di Teheran, ancora oggi la sua vita e le sue opere in Iran sono censurate e di lei poco si sa. Eppure il suo gesto simbolico, con il quale ha sfidato i limiti imposti alle donne del suo tempo, viene ripetuto adesso in Iran da migliaia di giovani donne, come seguendo un invisibile filo rosso che da lei giunge sino a noi.

E Tahereh offre anche l’occasione all’autrice per riflettere sul senso della letteratura che “deve per sua vocazione turbare la tranquillità dei vivi e dei morti”, perché “scrivere vuol dire riesumare, scavare pozzi profondi, gallerie collegate tra loro”, e della poesia: “In persiano, noi non leggiamo la poesia, la consumiamo come una droga”. Nila cita Pessoa, Anna Achmatova, che ha tenuto testa a uno dei regimi più violenti mai esistiti, e passando per la storia dell’hijab in Iran, da quando lo shah Pahlavi nel 1936 vide nello “svelamento” delle donne un segno di modernità occidentale (la moglie e le figlie furono le prime a uscire con il capo e il viso scoperti), arriva alla rivolta di oggi.

Con le sportive che si tolgono il velo nelle competizioni, le compagnie teatrali che sui social diffondono rappresentazioni anti-regime, sacchi di vernice gettati sui ritratti dei militari vicini al regime appesi ai muri, l’acqua delle fontane tinta del colore del sangue, mentre dai cavalcavia pendono manifesti con i nomi dei morti: “Sembra l’inizio di un miracolo nazionale. Mi sembra ogni volta di essere seduta sulle spalle di un mostro gigantesco a contemplare un territorio finalmente conquistato, ogni volta ho la sensazione che le nostre guerre millenarie non siano state che un lungo preludio a un libro composto da un’unica frase: le donne riprenderanno il potere sui loro corpi”.

Eppure una domanda, nonostante tutto, continua ad aleggiare nell’aria e rimbomba nella sua testa: “Che ne è dei sogni di una persona che ha vagheggiato chissà quante volte di scappare da una stanza e che, una notte, ci finisce bruciata dentro? È da un anno che urliamo questa domanda”, scrive Nila a nome di tutte le donne di Teheran. A chi verrà dopo di loro il compito di trovarvi risposta.