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di Daniela Passeri

Il Manifesto, 6 novembre 2022

Cop27. Oggi al via nel paese nordafricano la Conferenza Onu sul clima: si apre con i (pochi) soldi mai erogati dai paesi ricchi per frenare i cambiamenti climatici. Divisioni anche dentro la Ue. Responsabilità, giustizia climatica e soldi (pochi) promessi e mai erogati. Al tavolo della Cop 27, la Conferenza delle parti delle Nazioni unite sul clima in programma da oggi al 18 novembre a Sharm el-Sheikh (Egitto), i paesi ricchi e industrializzati siedono sapendo di non aver onorato le promesse di finanza climatica nei confronti del Sud del mondo. Di fronte, avranno paesi in via di sviluppo che nutrono la legittima aspettativa di farsi aiutare ad affrontare gli impatti di una crisi di cui non sono affatto responsabili.

Sulla discussione pesano i quattromila miliardi di dollari di profitti (stima del Guardian) incassati in questo 2022 dall’industria fossile globale, che fanno sembrare briciole i 100 miliardi di dollari l’anno di finanza climatica per investimenti in energie rinnovabili e per affrontare gli impatti del clima, fondi promessi alla Cop 15 di Copenaghen nel 2009 (una delle più fallimentari nella storia della diplomazia climatica) e solo parzialmente arrivati a destinazione nel 2020, per lo più in forma di prestiti invece che a fondo perduto, aggravando il debito dei paesi più poveri. Oggi scopriamo che 100 miliardi l’anno non bastano: secondo un rapporto Unep (programma ambientale dell’Onu) pubblicato nei giorni scorsi, ai paesi in via di sviluppo di miliardi ne servirebbero almeno 340 ogni anno per affrontare il clima impazzito.

Al vertice di Sharm el-Sheikh Giorgia Meloni presenterà lunedì 7 il Fondo italiano sul clima, dotazione di 840 milioni di euro l’anno per cinque anni, messa a disposizione a Glasgow lo scorso anno e ora inserita nella legge di bilancio 2022. Secondo l’inviato speciale per il clima Alessandro Modiano, nominato nel gennaio scorso dai ministri Di Maio e Cingolani, “il governo italiano è deciso a mantenere gli impegni di mitigazione che invece vengono messi in discussione in ambito G20”. Dunque, è più al G20 di Bali in programma il 15/16 novembre che bisognerà guardare per capire che clima farà.

Quel tetto di 1,5° C di aumento della temperatura media globale da non sforare, messo nero su bianco nell’Accordo di Parigi nel 2015, non è ancora un dato assodato, ma oggetto continuo di pericolose negoziazioni al rialzo. “Questa Cop deve salvaguardare i risultati ottenuti lo scorso anno a Glasgow, su questo l’Ue non intende arretrare: vista la situazione, sarebbe già un successo. Certo è che il rispetto di questi vincoli implica trasformazioni profonde”, ha ammesso Modiano.

Il primo sforzo negoziale della Cop 27 sarà quello di “ricostruire la fiducia - come sottolinea un documento di Greenpeace - tra tutti i governi che devono cooperare e trovare un terreno comune per affrontare l’emergenza climatica che minaccia l’esistenza stessa dell’umanità”.

Se il multilateralismo sul clima arranca, quando si affronta il capitolo perdite e danni (loss & damage), cioè strumenti finanziari di compensazione in caso di disastri climatici richiesti dal gruppo G77+Cina, le divisioni emergono anche a livello dei paesi Ue che alla Cop 27 negoziano con un vincolo comune, ma con un fronte per niente compatto e per di più con il pacchetto Fit for 55% ancora da approvare nel merito. Entro il 2050, i danni da mettere in relazione al clima stravolto e in conto ai paesi che ne sono più responsabili, potrebbero ammontare a mille miliardi di dollari, cifra che spiega lo stallo dei negoziati.

Intanto, la comunità scientifica non si stanca di ripetere che ogni decimo di grado può fare la differenza per minimizzare i rischi peggiori, visto che il cambiamento climatico è già una realtà, in particolare in Europa dove le temperature sono aumentate il doppio della media globale, come certificato dal sistema satellitare Copernicus dell’Ue.

Per stabilizzare l’aumento della temperatura entro 1,5°C, i grandi emettitori di gas serra dovrebbero presentarsi alla Cop 27 con nuovi impegni di riduzione delle emissioni e la rinuncia a nuovi investimenti nell’estrazione dei combustibili fossili, come indicato anche dall’Agenzia internazionale per l’energia nel suo scenario per la decarbonizzazione. Con gli impegni espressi finora dagli stati, e solo se venissero effettivamente tutti rispettati, la temperatura media globale aumenterebbe di 2,5°C entro la fine del secolo, una catastrofe secondo i climatologi. Il metodo “più veloce, più fattibile e più conveniente per limitare il cambiamento climatico e i suoi effetti” sarebbe puntare alla riduzione delle emissioni di metano, come veniva riconosciuto nella dichiarazione finale del G20 di Roma dello scorso anno, a guida di Mario Draghi.

Di quell’impegno preso in un primo tempo da Ue e Usa, poi formalizzato a Glasgow e sottoscritto da 125 paesi, noto come methane pledge (impegno per il metano), che comporta il taglio del 30% delle emissioni entro il 2030, non si parla più (“Dobbiamo discuterne con il nuovo ministro”, si è limitato a dire Modiano), mentre fonti Ue ammettono che sarà un obiettivo difficilmente raggiungibile, non solo per il maggiore utilizzo del gas naturale liquido (Gnl) che implica maggiori emissioni, ma anche perché nulla ancora è stato deciso sul fronte della limitazione degli allevamenti che sono tra le maggiori fonti di metano in Europa.

Un ulteriore grande interrogativo sulla Cop egiziana riguarda la possibilità per la società civile di parteciparvi ed esercitare il suo ruolo di pressione. Il rischio di tensioni e violazioni di diritti umani è alto: lo sponsor della Cop 27, Coca-Cola, doveva tenerne conto.