di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 4 maggio 2026
Ho insegnato per anni alle persone detenute il valore della testimonianza, le ho accompagnate a scavarsi dentro e a non risparmiarsi nel racconto di sé, oggi raccolgo doppi frutti, i frutti del fatto che in tanti hanno regalato ai ragazzi delle scuole le loro preziose storie, e ribadisco, “preziose”, perché capire il male, scoprirne i meccanismi, imparare a difendersene è un grande privilegio. Ma il doppio frutto che raccolgo è che anch’io ho imparato a raccontarmi, a spiegare il mio star male, a non parlare solo degli altri ma anche di me, perché la vicinanza tra chi ha fatto il bene e chi il male (equiprossimità la chiamano saggiamente quelli che si occupano di Giustizia Riparativa) insegna molto più della saggia e misurata giusta distanza.
Qualche tempo fa ho scoperto che se non mi operavo in fretta di un meningioma poteva succedermi di tutto (me lo spiegò con dettagli quasi crudeli un giovane chirurgo un po’ sadico): perdita della vista, dei riflessi, della mia grande indipendenza, delle facoltà particolari del mio cervello), e comunque la situazione era così complicata che nessuno mi poteva rassicurare su niente. Ma io almeno ho avuto la possibilità di consultare tre eccellenti specialisti a Milano, dove sono andata con le mie gambe a parlare con loro per capire a chi volevo affidare il mio complicato cervello.
Mi sono sentita rassicurata da un primario che ha sorriso e scherzato con me, che mi ha spiegato un intervento complesso ma mi ha anche detto che sono la sua materia, quegli interventi, non sono roba da superman. Mi sono sentita una malata “normale”, non un caso disperato. Ecco, il primo desiderio sarebbe che anche in carcere trattassero le persone appunto da persone, le incoraggiassero, le aiutassero a pensare che non sono diverse dagli altri “pazienti” (a proposito, pazienti perché? Perché dobbiamo pazientare tanto prima di avere delle risposte? Perché abbiamo paura di fare domande, e io invece da chirurgo direi: “Chiedimi tutto, non so se riuscirò, a risponderti, ma ci proverò”.
Dall’ospedale sono uscita, dopo due interventi di 5 e di 7 ore con la calotta cranica segata, una rete di titanio e un cervello così ben funzionante che in terapia intensiva parlavo correntemente russo, come succede nella mia vita reale, segnale che la mia testa aveva deciso di tornare a funzionare magistralmente. Quello che però mi pareva funzionare poco era il mondo circostante.
Uscita dalla terapia intensiva, ho capito che nelle carceri c’era un nuovo problema: per un detenuto non era più possibile neppure avere un frigorifero per amico, il frigorifero (con complesse distinzioni fra frigobar e frigo a pozzetto) costituiva il nuovo nemico dell’Amministrazione: “In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento per le criticità più volte evidenziate legate alla possibilità di occultamento di oggetti o sostanze non consentite, nonché di utilizzo improprio come per barricamento e/o strumento atto ad offendere”.
Ma possibile che un’Amministrazione che si occupa dei temi delicati della Giustizia non sia in grado di trovare degli strumenti per accompagnare le persone detenute non a tirarsi addosso frighi e pozzetti, ma a ricostruire delle relazioni civili in cui le persone scoprano che è possibile vivere decentemente guardando avanti e usando i frigoriferi per quello per cui sono stati inventati, mantenere “al fresco” quello che da fresco ti dà sollievo?
A febbraio ho incontrato a Roma con Volontariato e Terzo settore (Coordinamento Carcere Due Palazzi) il Capo del DAP, Stefano Carmine De Michele e il direttore della Direzione generale Detenuti e Trattamento Ernesto Napolillo. Abbiamo parlato soprattutto di Alta Sicurezza, e di quello che si dovrebbe fare, se davvero vogliamo vedere le persone cambiare, e non morire come è morto Pietro Marinaro, di disperazione perché nessuno ha capito che TUTTI possono e devono avere l’opportunità di diventare persone diverse. Siamo sicuri che presto ci chiameranno per tornare a parlare del valore del cambiamento, anche per l’Alta Sicurezza, per parlare della fantastica bellezza di vedere la vita cha cambia per tutti, anche per quelli frettolosamente definiti “cattivi per sempre”. A me è successo con la malattia, che si è trasformata in una opportunità di vita nuova, lo stesso deve succedere alle persone detenute che nelle carceri devono trovare la voglia e la possibilità di ribaltare la propria vita, per i loro figli, per le compagne, per sé stessi, perché è più bello svegliarsi di fianco alla propria compagna e non avere paura di nulla, che aspettarsi l’irruzione della polizia e sapere che ti sarà impedito tutto, anche di crescere tuo figlio al momento giusto, quando ha davvero bisogno di te.
*Direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia











