sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Elisa Forte

La Stampa, 13 aprile 2026

La psichiatra Stefania Andreoli e il romanzo sulla violenza giovanile: “La famiglia dialogante ha falle significative”. Le baby gang seminano paura nelle città. Le coltellate sono arrivate in aula, fino ai banchi di scuola. E le famiglie normali? Dalla realtà alla finzione. Vi portiamo in una storia stile Adolescence. Qui, il coltello viene usato in una villetta con il giardino curato, in una famiglia che tutti avrebbero indicato come la migliore del quartiere. Stefania Andreoli, psicoterapeuta dell’adolescenza tra le più ascoltate d’Italia, ha smesso di aspettare e ha scritto un romanzo. Si chiama Un’ottima famiglia (Rizzoli). Ed è più inquietante della cronaca. Perché i Costa, i protagonisti, sono “esemplari”. Non picchiano. Non trascurano. Amano. Male.

Perché un romanzo, dopo dieci anni di saggi e sei libri? Cosa può dire in più la narrativa?

“Si è trattato di un impulso, una direzione obbligata. L’ispirazione mi venne dopo aver visto Adolescence. O meglio: dopo aver registrato le reazioni del pubblico degli adulti alla visione della serie, dalla quale gli adulti stessi uscivano descritti (correttamente) come inconsistenti, ridicolizzati, fuori tempo e fuori fase. Avrebbe dovuto infastidirci, diamine! Invece leggevo e sentivo ovunque persone sconvolte da cosa i giovanissimi fossero in grado di fare. Empatici con i genitori. Ho pensato: una storia di finzione spaventa meno del saggio di una addetta ai lavori. Da lì, è stato immediato: ci vuole un romanzo”.

Quando un ragazzo aggredisce con un’arma, spesso l’analisi si ferma sull’atto. Lei racconta i dieci anni prima. Cosa stiamo sbagliando a guardare?

“Nessun gesto criminale può essere mai circoscritto all’atto in sé. Il raptus non esiste, è per questo che con i colleghi insistiamo sulla preziosità della prevenzione e della formazione come i soli orizzonti di futuro possibili: perché il dopo dipende sempre dal prima, mai dal qui e ora”.

Guardare indietro spaventa?

“Certo. Ci rende parte dello svolgimento. Invece, il nostro strabismo educativo ci fa guardare alla rete, ai social, alle cattive influenze. Noi adulti dove ci collochiamo? Ci siamo, sulla scena dei nostri figli? In che ruolo? Con gesti e battute scritti da uno sceneggiatore da Oscar? O a pronunciare frasi fatte e a puntare il dito contro la scuola, la società, TikTok?”.

Nel suo libro i genitori “peggiori” non urlano mai. Come si riconosce una famiglia che fa male ai figli pur sembrando esemplare?

“Un’ottima famiglia è sempre difficile da mettere in discussione, anche per i figli stessi, perché si muove su dinamiche subliminali, passivo-aggressive: è la carta d’identità della famiglia contemporanea. Si cerca il meglio per i figli, glielo si dà, si fanno scelte per il loro bene. Peccato che non si sa quale sia. E il nostro bene, fare bella figura con gli altri, avere un figlio che ci dia soddisfazione, lo facciamo diventare il loro”.

Cristian, uno dei protagonisti, soffre in silenzio per anni. È invisibile per i genitori, la scuola e i coetanei. Perché si è ciechi davanti al dolore dei ragazzi quando non ha la forma dell’ansia o del ritiro scolastico?

“La storia di Cristian ha uno svolgimento quasi banale, per quanto è ricorrente. Parliamo tanto di stereotipi di genere a danno delle donne, ma i cuori dei maschi sono stritolati dalla convinzione e dall’aspettativa che i ragazzi siano “fatti così”, che è normale siano più schivi, che siano meno sensibili delle femmine. Sono sciocchezze che ancora una volta ci occorrono per non veder crollare le nostre teorie”.

I videogiochi violenti diventano una prova a carico di Cristian. Come, spesso, nella realtà. L’educazione basta, o a un certo punto serve anche un argine?

“Ovviamente serve un argine, ma chiediamoci: se mio figlio tredicenne gioca a Gta quattro ore al giorno, chi glielo ha comprato? Chi glielo permette? Chi ha fatto in modo di arrivarci - ancora una volta - senza pensare prima a come gestire l’uso della console? L’amara verità è che i pusher di device siamo noi: fatti apposta per anestetizzarci e renderci dipendenti, sono un eccellente intrattenimento per i nostri figli mentre noi scrolliamo le nostre timeline”.

Concretamente, dunque?

“Si stila un patto educativo, prima ancora dell’acquisto del dispositivo. Con clausole chiare di utilizzo e sanzioni eventuali a fronte delle trasgressioni. Con la sottoscrizione di ambo le parti. E poi lo si rispetta. Tutti”.

Giulia, la voce narrante, mente in tribunale per senso di giustizia e finisce in messa alla prova. Il decreto Caivano ha acceso il dibattito: i percorsi alternativi alla detenzione per i minori servono davvero o diventano un modo per aggirare la responsabilità?

“Sono stata un giudice minorile a Milano, sono il supervisore di diverse équipe che si occupano di penale minorile e tutela minori: il tema lo conosco bene. È complesso dare una risposta sintetica, ma sono convinta che le misure alternative siano dispositivi di valore: mezzi di comprensione, rieducazione, conservazione della dignità umana. Se funzionassero come dovrebbero e ognuno facesse adeguatamente la sua parte”.

I suoi saggi hanno raccontato genitori ansiosi, figli fragili, adulti smarriti. Ora la violenza nasce dentro una famiglia normale. È un salto di qualità nel disagio o abbiamo sempre guardato dall’angolazione sbagliata?

“Le famiglie sono e saranno sempre luoghi pericolosi, ma non siamo mai stati pronti ad ammetterlo. Così, ci siamo inventati la famiglia di oggi: dialogante, con padri presenti, investita nel suo intento di felicità. Che invece sta rivelando falle significative: i nostri ragazzi stanno sempre peggio, li capiamo sempre meno. L’apparenza è diventata l’ottavo vizio capitale, continuare a fingere non è più un peccato privato o un innocuo meccanismo di difesa. È ormai un agente patogeno, le cui conseguenze sono e saranno disastrose”.