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di Barbara Cottavoz

La Stampa, 2 marzo 2026

“Non ho nessuna notizia da Ahmad” dice Vida Mehrannia, stremata dall’ennesima assenza di informazioni sulle condizioni del marito Ahmadreza Djalali, rinchiuso in una cella di Evin, il famigerato carcere di Teheran, e condannato a morte. Quando Israele aveva attaccato a giugno, il medico e ricercatore del centro Crimedim dell’Università del Piemonte Orientale, era stato prelevato e portato in una località sconosciuta da cui non aveva potuto dare notizie di sé per tre mesi. La moglie ora teme che accada di nuovo. Il ricercatore specializzato nella Medicina dei disastri è stato arrestato il 25 aprile del 2016, pochi mesi dopo il suo trasferimento a Stoccolma da Novara, dove aveva abitato e lavorato tre anni. È stato accusato di essere una spia al soldo di Israele e condannato all’impiccagione. Fino ad ora la sentenza non è ancora stata eseguita, nonostante alcune messinscene macabre e crudeli, perché Djalali poteva tornare utile al regime come moneta di scambio, grazie alla cittadinanza svedese, che gli era stata concessa nel frattempo, e ai rapporti di lavoro con Belgio e Italia.

La mossa di Bruxelles - Ma poi nel 2023 Bruxelles ha scelto di richiedere la liberazione dell’operatore umanitario Olivier Vandecasteele in cambio di Assadollah Assadi, diplomatico iraniano accusato di terrorismo ad Anversa e nel luglio 2024 anche la Svezia aveva ceduto Hamid Nouri, funzionario sotto processo alla corte di Stoccolma per crimini compiuti nelle carceri iraniane, per ottenere la liberazione di due connazionali svedesi. Djalali si era sentito abbandonato, aveva lanciato un appello disperato e le sue condizioni fisiche e psicologiche erano di nuovo peggiorate al punto che nel maggio 2025 è stato colpito da un infarto, peraltro non curato in ospedale.

Il bombardamento del giugno 2025 - Un mese dopo è sparito in seguito al bombardamento del giugno 2025 del reparto dei detenuti politici da parte di Israele che ora è tornato ad attaccare. L’ultima volta che Vida e il marito Ahmad si sono parlati è stato venerdì scorso: di solito Djalali chiama la sorella a Teheran e lei telefona alla cognata a Stoccolma avvicinando i due microfoni. Ma questo succedeva prima che le bombe tornassero a cadere sulla’Iran: “Da allora non ho più sue notizie” si limita a dire Vida che non sa se lui sia ancora a Evin o sia stato di nuovo spostato. Intanto il tempo scorre: sono 3.598 i giorni che Djalali ha trascorso in cella.