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di Rosaria Manconi*

L’Unione Sarda, 18 maggio 2024

Nella giornata dell’orgoglio femminile da poco celebrata e progetti per abbattere le discriminazioni ancora dure a morire nessuna/o ha rivolto il pensiero a quelle donne che, come novelle Medea, incarnazione di un femminile distruttivo, irriducibile alla cultura del focolare, dell’accudimento e della maternità, hanno tolto la vita ai loro figli.

Donne che, sfidando tutti gli stereotipi della maternità gioiosa e appagante, hanno compiuto il gesto più contro natura che possa esistere e per questo respinte dalla comunità e lasciate sole nel buio della loro mente, nell’orrore che si contrappone all’amore materno e si consuma nella contraddizione indecifrabile fra vita e morte.

Non c’è analisi psichiatrica o sociologica in grado di decodificare quel loro male profondo, tanto profondo da essere scambiato per il bene dei figli. Né che possa spiegare perché a un certo punto i pensieri, i sentimenti, le emozioni di un essere umano possano virare in senso distruttivo innescando la tragedia.

Nella insondabilità del dramma e delle ragioni che sottendono il loro gesto, per queste donne c’è solo la condanna morale della comunità e quella penale dei tribunali, senza possibilità di riabilitazione. Come se la pena inflitta dagli uomini possa esaurire le dinamiche complesse sulla base delle quali si chiede che venga fatta giustizia.

Come se la coscienza di un popolo civile possa ridursi all’orrore ed allo sgomento, alla invocazione della punizione e non richieda, invece, una profonda e costante riflessione sulla necessità e sul dovere di cambiare questo mondo che ingabbia il genere femminile in modelli impersonali di maternità e condanna alla disperazione tutte le volte che infrange i divieti sacrali o sfugge alle attitudini ed agli archetipi cui le donne sono relegate.

Sono principalmente le donne più fragili, abituate a non contare nulla, sottomesse, parti deboli di un rapporto affettivo e familiare sbilanciato, le protagoniste ed insieme vittime di questi drammi che non hanno nulla di improvviso ed imprevedibile. Donne che soccombono sotto il peso della loro sofferenza e spesso cadono nel disturbo mentale.

La conseguenza del loro gesto è spesso l’isolamento psichiatrico o, come la cronaca ci rimanda, la pena perpetua. Una soluzione che non ci sottrae ad alcuni doverosi interrogativi: dove eravamo noi, dove gli amici, le famiglie prima che si compisse la tragedia? Quali i segnali di disagio e le richieste di aiuto che non sono state colte? Dove erano i servizi deputati al monitoraggio delle situazioni di disagio sociale? Dove le istituzioni? Davvero possiamo ritenerci esenti da ogni responsabilità?

Ecco perché queste donne-madri dimenticate, fuori da ogni celebrazione, in bilico fra follia e tormento, meriterebbero almeno commiserazione e pietà, al pari di quella per i loro figli. Non fosse altro per la nostra disattenzione e perché nessuno può dirsi al sicuro dalla fragilità della mente, né escludere l’eventualità che un giorno, imprevedibilmente, quella stessa mano che accarezza il figlio possa togliergli la vita.

È di pochi giorni fa la notizia dell’ergastolo inflitto ad Alessia Pifferi per la morte della figlia Diana, una condanna sulla quale la nostra coscienza dovrebbe sussultare e riflettere. Non certo sentirsi sollevata. Riflettere sulla evitabilità di queste tragedie, sulla inutilità della pena perpetua- invocata e favorita dal clamore e dallo sdegno mediatico- quale punizione per una morte che non ha una sola colpevole.

*Avvocato del Foro di Oristano