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di Elsa Fornero


La Stampa, 16 dicembre 2021

 

Per la prima volta da quando è al governo, con lo sciopero generale di otto ore proclamato per oggi da Cgil e Uil, Mario Draghi si trova ad affrontare - insieme al virus, purtroppo ben lontano dall'essere debellato - un vero e proprio conflitto distributivo. Anzi, si tratta forse della prima volta nella sua vita professionale, dato che i banchieri centrali si occupano di moneta e di stabilità di prezzi e cambi e non di distribuzione dei redditi e della ricchezza, materia specifica della politica fiscale. Per il governo si tratta di una difficoltà inattesa e non piccola, visto il clima di inusuale apprezzamento nei confronti del presidente del Consiglio. L'irrigidimento del sindacato (di una sua parte, visto che la Cisl non partecipa allo sciopero) è però più comprensibile se inquadrato nella prospettiva di un ritorno del "vincolo di bilancio" nella finanza pubblica.

A ogni aumento di spesa deve corrispondere un parallelo ed equivalente aumento della tassazione o del debito. Vincolo che il populismo prima (molto incline alla spesa e poco alla tassazione), la pandemia poi (con la possibilità di aumentare il debito quasi a dismisura: oggi siamo a 2734 miliardi di euro, ossia al 160 per cento del Pil, contro il 135 per cento del 2019) e infine anche le ingenti risorse del Pnrr sembravano avere definitivamente seppellito come "cosa del secolo scorso". Guai a parlare di debito pubblico eccessivo.

La posizione sindacale sembra allora così riassumibile: il governo sta forse sostenendo che non ci sono risorse per una maggiore detassazione dei redditi da lavoro o per indennizzare le famiglie e le imprese colpite dal caro-bollette? Se così è, se torna a "mordere" il vincolo di un limite all'indebitamento netto di un anno, allora - è la conclusione - "si prenda da chi sta meglio per dare a chi sta peggio".

La ragione di fondo dello sciopero sembra così poggiare sulla volontà di riportare in primo piano la questione distributiva: se con la grande recessione del 2008-2012 prima, e con la pandemia poi, il Paese intero ha sofferto e perso risorse, non tutti hanno sofferto e perso nello stesso modo. Qualcuno, anzi, si è avvantaggiato, e non si tratta soltanto delle multinazionali del web. Per esempio, i numerosi aumenti dei prezzi degli immobili non sono certo andati a favore dei poveri; alcuni settori hanno visto aumentare la domanda e i prezzi relativi dei loro prodotti, mentre altri hanno subito danni devastanti dal lockdown, dai quali sarà difficile che riescano stabilmente a riprendersi. Il sindacato indica come perdenti - e non solo da oggi - i lavoratori dipendenti e i pensionati e chiede, in particolare, che la riduzione fiscale di sette miliardi prevista per il 2022, nell'anticipo di una riforma più complessiva del fisco, vada per intero o quasi a beneficio di queste categorie, dei cui interessi è portatore. E con lo sciopero si ribella all'idea che anche i ricchi possano trarre vantaggio da questo inizio di riforma in conseguenza del vincolo - questa volta politico - di non aumentare l'aliquota massima (rimasta al 43 per cento) neppure sotto forma di un temporaneo contributo di solidarietà, ciò che avrebbe evitato che il beneficio finisse anche ai redditi più elevati.

Sia la richiesta, sia lo sciopero come strumento di pressione sono ovviamente legittimi. Ugualmente legittimi sono però i dubbi che si possono esprimere sull'opportunità temporale e sostanziale dello sciopero di oggi (e che sono stati espressi anche dalla parte del sindacato che non vi ha aderito). Si può senz'altro concordare sul fatto che l'economia italiana abbia, e ormai da molti anni, un problema di distribuzione del reddito e, più ancora, della ricchezza. È lecito però dubitare che la situazione odierna sia semplicemente una nuova puntata del tradizionale conflitto tra lavoratori e pensionati, da un lato, e "capitalisti" dall'altro: in un mondo sempre più dominato dalla finanza e dai grandi manager, il conflitto si frantuma e si diffonde in rivoli di privilegio, magari temporaneo e comunque spesso dovuto alla possibilità di sottrarsi alla disciplina della concorrenza oppure alla vicinanza al potere politico (quante ricchezze sono state generate dalla corruzione? E quante dall'evasione/elusione fiscale?). E come dimenticare che, accanto ai grandi professionisti, il mondo del lavoro autonomo è sempre più caratterizzato da situazioni precarie, da tentativi di start up non riusciti anche per lo scarso aiuto della burocrazia e del fisco? E, soprattutto, come tralasciare che quello dei perdenti è oggi il mondo dei giovani, ai quali la nostra società dà sempre minori opportunità e nessuna vera garanzia? Chi dà voce a questi giovani se la politica se ne scorda e il sindacato li rappresenta poco?