di Annachiara Valle
Famiglia Cristiana, 6 agosto 2026
“I ragazzi che finiscono dietro le sbarre provengono da ambienti nei quali non si valutano gli effetti dei propri comportamenti. Dobbiamo dare a questi “guerrieri” nuove opportunità, volgendo in bene il coraggio e la determinazione di cui hanno dato prova”. A pochi passi dal golfo di Napoli, separata dalla terraferma da un ponte che sembra sospeso tra due mondi, c’è un’isola che, per dirla con Edoardo Bennato, “sembra inventata”. Nisida è mare, è bellezza, è carcere minorile. Da trent’anni Gianluca Guida, il suo direttore, attraversa quel ponte ogni giorno, con la stessa emozione della prima volta, confessa nel suo ultimo libro “Guerrieri” (Il Pellegrino).
Un testo che sfida stereotipi e pregiudizi e prova a raccontare ciò che accade tra quelle mura. Quel tentativo non di “salvare i ragazzi, ma di offrire loro opportunità”, ripete. Perché “nessuno di loro è solo il peggio di ciò che ha fatto”. Li chiama “guerrieri” perché ogni adolescente, per crescere, deve affrontare “delle guerre di identità, di riscatto, di autodefinizione”.
Nel caso dei ragazzi di Nisida, si tratta di “guerre assai più impegnative”, combattute spesso “dalla parte sbagliata”. Ma, continua, “per stare in guerra servono coraggio, determinazione. Qualità che, se voltate al bene, possono diventare strumenti di riscatto”. Lo Stato poi “in quanto vincitore - perché lo Stato, con una sentenza di condanna, si pone come tale nei confronti del ragazzo - ha un dovere di onore delle armi nei confronti del “guerriero”, di riconoscere il valore del suo combattimento, non per giustificare la gravità della sua battaglia, ma per considerare la forza che ha saputo mettere in campo”.
Perché, alla fine, “è molto più importante avere un guerriero in grado di curare il proprio giardino che non un giardiniere che va in guerra. E questi ragazzi hanno bisogno di imparare a curare sé stessi, i propri bisogni, le proprie attese”. Oggi a Nisida ci sono circa 70 ragazzi, la maggioranza dei quali napoletana. La devianza minorile non cresce nei numeri, anche se in carcere finiscono più ragazzi di prima, “ma sicuramente è cambiata nella qualità. Un tempo c’erano due o tre che avevano reati contro la persona, oggi sono un terzo e la metà ha usato violenza, spesso con armi”. Questo “alimenta un allarme sociale” al quale il Governo risponde con provvedimenti sempre più securitari: l’imputabilità che scende a 14 anni, il fermo preventivo per i minorenni.
Guida, “da tecnico e non da politico”, spiega che “sul tema della sicurezza e della giustizia, spesso la collettività ragiona di pancia e la politica cerca di assecondare queste attese”. E invece “bisogna tenere in equilibrio i nostri tre cervelli: pancia, testa, cuore. Anche perché, dal mio osservatorio, posso dire che su una certa tipologia di devianza e di criminalità minorile, il restringimento e il carattere generalmente preventivo della punizione hanno un’efficacia limitata. Questi ragazzi vivono in un ambiente nel quale non si guarda agli effetti del proprio comportamento come farebbe un coetaneo che vive in un contesto sano.
Hanno un’esistenza impulsiva, emotiva, adrenalinica. La reazione della collettività, anche la più repressiva, non è detto che sortisca l’effetto sperato”. Sono “ragazzi che non hanno maturato la loro identità, se cercano un benessere, una felicità, oppure se - come dicono e cantano anche - vivono in una tale condizione di malessere che la morte non gli toglie nulla”.
Sono ragazzi con delle “ferite che precedono il gesto”, come scrive Maurizio De Giovanni, nella prefazione al libro. “Questo è un tema centrale”, sottolinea Guida: “I nostri ragazzi vivono una complessità di ferite che, a volte, hanno un carattere familiare. Queste ferite non ricomposte attivano una serie di meccanismi difensivi che possono generare comportamenti irrazionali”. Come équipe educativa abbiamo dovuto affrontare il fatto che vivono certe esperienze con una tracotanza superiore a quella che caratterizza un normale adolescente.
Arrivano a considerare la morte un semplice punto di passaggio, pensano che non hanno nulla da perdere, per cui il fatto che la loro vita possa interrompersi improvvisamente non gli importa. Questo ci deve porre delle domande. Sono “ragazzi cresciuti troppo in fretta, che vivono il presente e non sanno coniugare il futuro”. Ma, osserva Guida, “la percezione del tempo non è qualcosa che noi abbiamo come innata, la impariamo”. Molti di questi ragazzi “non hanno frequentato la scuola materna. Sono arrivati alle elementari già con dei gap culturali, dell’attenzione, senza aver imparato la linea del tempo, la prescrittura, il limite. Inevitabilmente partono un passo indietro agli altri”.
La scuola non ha colpe, precisa, ma questo ritardo non si riesce a compensare”. Il lavoro da fare è complesso. E c’è, come scrive il cardinale Mimmo Battaglia nel suo contributo al libro, “l’urgenza di una giustizia riparativa”. Fondamentale, spiega Guida, è l’alleanza che l’arcivescovo di Napoli ha lanciato con “il patto educativo, una sinergia tra gli adulti della comunità, tra le istituzioni verso un obiettivo comune”, per guardare “da qui a vent’anni, a che tipo di comunità vogliamo essere”. Per dare opportunità a questi ragazzi.
“All’inizio”, spiega ricordando la prima volta che ha guardato negli occhi uno di loro che aveva ucciso, “nel suo sguardo c’era un atteggiamento difensivo del genere “io non sono quello, non mi riconosco, stai parlando di un’altra persona”. Ma poi, aggiunge, “tante volte quegli occhi li ho visti cambiare, guardarsi dentro, provare dolore e, a un certo punto, anche empatia”. E se è vero che “non ci sono risposte semplici per affrontare la devianza, il dividere il mondo tra buoni e cattivi sicuramente non genera sicurezza né per gli uni né per gli altri”.









