di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 maggio 2026
Nelle ore successive al brutale attacco avvenuto a Modena, il dibattito pubblico ha preso subito una direzione precisa: terrorismo, radicalizzazione, sicurezza. Una reazione quasi automatica, alimentata dalla dinamica dell’evento e dalle origini marocchine della famiglia del responsabile. Poi gli accertamenti della Procura hanno escluso qualsiasi matrice ideologica o religiosa. E a quel punto è riemerso un altro elemento, molto meno spendibile sul piano politico e mediatico: il grave disagio psichico di Salim El Koudri, trentunenne già seguito dai servizi di salute mentale e poi uscito dal percorso di cura. È qui che si concentra il punto vero della vicenda. Perché il caso di Modena non racconta soltanto un episodio di violenza estrema. Racconta anche la fragilità di un sistema che fatica a intercettare, seguire e mantenere in cura persone con disturbi psichiatrici importanti.
E mostra ancora una volta quanto sia più semplice invocare repressione e allarme sicurezza piuttosto che affrontare il tema della salute mentale pubblica. Dal 2022 era in cura al Centro di salute mentale dell’Asl di Modena per disturbi psichici riconducibili a un quadro schizoide. Attenzione, parliamo di casi particolari, altrimenti c’è il rischio di criminalizzare i disturbi psichiatrici che non hanno alcun automatismo con la violenza. Dopo quel periodo, però, l’uomo avrebbe interrotto i contatti con i sanitari e di lui si sarebbero perse le tracce. Non si sa esattamente perché. Forse ha smesso di presentarsi agli appuntamenti. Per quasi due anni di lui si sono perse le tracce. La disoccupazione, l’isolamento, il progressivo distacco dalla realtà. Il terrorismo islamico esiste e fa vittime reali anche nel cuore dell’Europa. Ma questo non è quel caso. E insistere a chiamarlo con quel nome non protegge nessuno.
Una storia che si ripete - Tredici anni fa, all’alba dell’11 maggio 2013, Adam Kabobo percorse le strade del quartiere Niguarda a Milano armato di piccone. Uccise tre persone, ne ferì altre due. Era un cittadino ghanese al quale le perizie riconobbero la seminfermità mentale per schizofrenia paranoide. Non risultava in carico ad alcun servizio di salute mentale. Anche allora i primi giorni portarono il dibattito fuori strada: si parlò di sicurezza, di immigrazione, di come le pene fossero troppo miti. Beppe Grillo usò quella storia sul suo blog per invocare l’inasprimento delle pene, il solito repertorio di chi sa come avere consensi facili. Il problema vero, quello delle cure psichiatriche mancanti, restò sullo sfondo.
La storia si ripete perché ogni volta si preferisce la spiegazione più immediata. Il nemico straniero, il fanatico, il criminale incallito. Funziona perché è semplice e perché sposta l’attenzione da un sistema che non funziona a un individuo da isolare. Quando però i fatti non reggono questa lettura, come nel caso di Modena, il racconto implode ma il danno è già fatto: l’opinione pubblica ha già incanalato la rabbia nella direzione sbagliata, e il problema strutturale è rimasto intatto. Chi lavora nei dipartimenti di salute mentale lo sa bene. Una psicologa che opera in uno di questi servizi ha spiegato a Il Dubbio: “È complicato coniugare il mandato di cura con quello di controllo sociale che alla psichiatria è spesso demandato. Lo è per le carenze organiche, lo è anche per la difficoltà di fare coesistere in modo equilibrato queste due funzioni in un unico operatore. Come società dobbiamo chiederci quanto senso di sicurezza siamo disposti a perdere per tutelare il diritto all’autodeterminazione, anche nelle cure”. È una domanda scomoda. E la risposta non è facile da dare. C’è una complessità da affrontare.
Il tempo che manca ai centri di salute mentale - In Italia il finanziamento della salute mentale è fermo a circa il 3 per cento del fondo sanitario nazionale da oltre venticinque anni, invariato persino durante la pandemia, mentre già nel 2001 i presidenti delle Regioni si erano impegnati a raggiungere il 5 per cento. Secondo il Collegio nazionale dei direttori dei dipartimenti di salute mentale, servirebbero almeno 2 miliardi di euro in più e il 30 per cento di personale in più per poter prendere in carico tutte le persone che hanno bisogno di aiuto. Il Piano di azione nazionale salute mentale 2025-2030, approvato a dicembre scorso dalla Conferenza Stato-Regioni, stanzia ottanta milioni di euro per il 2026. Ottanta milioni contro un fabbisogno stimato in due miliardi. Sono risorse ventisei volte inferiori a quelle che servono.
In questo contesto, i Centri di salute mentale lavorano in emergenza permanente. Le liste d’attesa sono lunghe. Il personale è ridotto all’osso. La continuità delle cure, che dovrebbe essere il cuore di ogni presa in carico psichiatrica, diventa spesso impossibile da garantire. Solo il 57,9 per cento delle persone con disturbi mentali riceve un trattamento adeguato. Il resto rimane fuori, in una zona dove il disagio cresce senza che nessuno se ne accorga fino a quando non esplode. Salim El Koudri era in quella zona grigia da almeno un anno e mezzo. Un ragazzo con una diagnosi documentata, seguito da un servizio pubblico, poi perso di vista nel momento in cui ne aveva più bisogno. Questo non significa che i sanitari abbiano sbagliato: significa che il sistema li ha messi in condizione di non poter fare il loro lavoro come si deve.
La stessa psicologa aggiunge a Il Dubbio un’osservazione che riguarda direttamente il modo in cui la politica risponde a queste vicende: “In carcere il disturbo che viene trattato non è la patologia mentale ma tutto ciò che altera l’ordine dell’istituto. Questa non è cura. Stare sulla sicurezza della custodia può sembrare più rassicurante, ma a fine pena viene restituita alla società una persona più sofferente di prima, potenzialmente anche più pericolosa”. In altre parole, chi invoca pene più dure non sta risolvendo nulla. Inasprire le pene non cura nessuno. Non riporta in vita chi è morto. Non restituisce le gambe alla donna di via Emilia. Serve a dare l’impressione di fare qualcosa, che è la cosa più comoda e la più inutile che esista.










