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di Sara Sonnessa

torinocronaca.it, 26 settembre 2026

Oltre 65 mila detenuti per poco più di 51 mila posti. Mentre il sovraffollamento continua a pesare sul sistema penitenziario italiano, Nessuno tocchi Caino porta avanti visite negli istituti e iniziative per il diritto alla salute e il reinserimento. Al centro dell’attività dell’associazione c’è Rita Bernardini, affiancata da una squadra che oggi comprende anche l’imprenditore Alberto Genovese. Il carcere torna al centro dell’attenzione di Nessuno tocchi Caino. Nelle ultime settimane l’associazione guidata da Rita Bernardini è intervenuta ancora una volta sulle condizioni di chi vive negli istituti penitenziari italiani, tra sovraffollamento, problemi sanitari e difficoltà nei percorsi di reinserimento.

Uno degli ultimi casi è quello di Giuseppe “Pippo” Scuderi, detenuto a Regina Coeli con gravi problemi di salute. Il 4 settembre sua madre, Angela Scuderi, si è incatenata davanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere attenzione sulle condizioni del figlio. Sul posto sono arrivati Bernardini, il segretario di Nessuno tocchi Caino Sergio D’Elia e la tesoriera Elisabetta Zamparutti. Secondo quanto riferito dall’ANSA, Bernardini ha ricordato anche un’interrogazione parlamentare presentata nei mesi precedenti sul caso. È uno degli episodi attraverso i quali l’associazione cerca di riportare all’esterno ciò che accade dietro le mura degli istituti.

I numeri del sovraffollamento - Il quadro nazionale resta difficile. Secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto 2026, nelle 189 strutture penitenziarie italiane erano presenti 65.661 detenuti, mentre la capienza regolamentare complessiva era di 51.220 posti. In alcune regioni la distanza tra posti disponibili e presenze è particolarmente marcata. In Lombardia, per esempio, risultavano 9.260 detenuti per 6.072 posti regolamentari; in Puglia 4.788 per 2.941. Numeri che spiegano perché per Nessuno tocchi Caino il carcere sia diventato, insieme alla storica battaglia contro la pena di morte, uno dei principali terreni di intervento. Bernardini porta avanti da anni una linea fondata sulla presenza diretta negli istituti: entrare nelle carceri, incontrare detenuti, agenti, operatori e dirigenti, raccogliere testimonianze e segnalare situazioni considerate critiche.

Non soltanto celle e spazi insufficienti. Al centro ci sono anche il diritto alla salute, il lavoro, la formazione e soprattutto la possibilità di costruire un percorso che non termini con la semplice espiazione della pena.

Da oltre trent’anni contro una pena senza futuro - Nessuno tocchi Caino nasce nel 1993 come associazione radicale, nonviolenta e transnazionale. La battaglia originaria è quella per l’abolizione della pena di morte, ma nel corso degli anni l’attività si è progressivamente estesa alla condizione delle persone detenute e a ciò che l’associazione definisce il “diritto alla speranza”. È proprio il nome a riassumerne la filosofia. Caino è colpevole dell’uccisione di Abele, ma nel racconto biblico viene comunque protetto da una nuova violenza. Il principio rivendicato dall’associazione è che la responsabilità per un reato e la dignità della persona possano continuare a esistere contemporaneamente.

Oggi la presidente è Rita Bernardini, affiancata dal segretario Sergio D’Elia e dalla tesoriera Elisabetta Zamparutti. Nel comitato direttivo siede anche l’imprenditore Alberto Genovese, che all’interno dell’associazione segue la raccolta fondi destinata a sostenere le attività, dalle visite negli istituti penitenziari ai progetti legati alla pena di morte e ai diritti dei detenuti.

Una composizione che riflette il carattere dell’associazione: esperienze e percorsi diversi riuniti attorno a una battaglia comune, quella per una pena che non perda la propria dimensione umana.

Il carcere come questione pubblica - La battaglia di Bernardini e di Nessuno tocchi Caino parte da una convinzione: ciò che accade in carcere non riguarda soltanto chi è detenuto.

Il problema è anche quello di capire quale persona debba tornare nella società dopo aver terminato la pena. Senza lavoro, assistenza sanitaria, formazione e rapporti con l’esterno, il rischio è che il carcere diventi soltanto un luogo di attesa. È qui che il concetto di “diritto alla speranza” assume il suo significato più concreto. Non significa cancellare ciò che è stato commesso né confondere responsabilità e perdono. Significa sostenere che la pena abbia un limite e una prospettiva. A più di trent’anni dalla nascita di Nessuno tocchi Caino, la domanda resta quindi aperta: come si può punire un reato senza rinunciare alla possibilità che una persona cambi? Per Rita Bernardini la risposta continua a passare anche dalle porte delle carceri italiane, attraversate una dopo l’altra per riportare fuori una realtà che, troppo spesso, torna visibile soltanto quando diventa emergenza.