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di Stefano Massini


La Repubblica, 1 ottobre 2019

 

Scriveva Voltaire che il grado di civiltà di una nazione non si misura dai suoi palazzi, ma dalle carceri. Quanto è più vero oggi, ai tempi della politica online, disposta a tutto pur di conteggiare un'impennata di like: ci sono temi che attraggono l'opinione pubblica (ma dovrei dire la pubblica pancia) come il miele, ed è su quelli che insiste l'uomo politico del Terzo Millennio, quello che al comizio ha sostituito l'one man show.

Ben vengano allora le scuole, i giardini pubblici, le infrastrutture dei trasporti: chi non incassa like tagliando il nastro di una palestra per i nostri figli o una linea su rotaia che ci fa risparmiare traffico? Il carcere, viceversa, è un tabù. Non rende niente, in termini di consenso. Per definizione è un luogo chiuso, separato dal mondo da fili spinati e recinzioni, per cui - ahimè - non ci si possono organizzare picnic domenicali dove ministri e sindaci si scattino i selfie.

E allora? Perché usare i soldi pubblici per un ripostiglio che gli elettori (= i followers) non vedranno mai? Senza considerare che c'è una nutrita fetta di platea forcaiola pronta perfino a urlare "fateli stare nelle fogne, devono pagare", o simili perle da repertorio social. Nasce anche così, il degrado. Prende forma nella zona d'ombra mediatica, quella del "sarebbe giusto occuparsene, ma fa perdere voti".

E sia. Teniamoci allora Favignana con le celle marcite sotto il livello del mare, teniamoci Regina Coeli e San Vittore con i detenuti stipati sulle brande, teniamoci i bagni alla turca, i topi, le caldaie rotte. E adesso pure San Gimignano, con le torture e i pestaggi. Voltaire avrebbe detto: "che paese di merda". Dagli torto.