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di Gianni Beretta

Il Manifesto, 21 agosto 2022

È rovente il conflitto tra il regime e la Chiesa cattolica che protegge il dissenso. Era rinchiuso da due settimane nella sede vescovile della cittadina rurale di Matagalpa insieme ad altri sette fra preti e seminaristi, con gli agenti di polizia che impedivano di portar loro persino generi di prima necessità. Fino a che la scorsa notte, in uno scenografico operativo delle forze speciali orteguiste, monsignor Rolando Alvarez è stato prelevato a forza e portato nella casa di famiglia a Managua e sottoposto agli arresti domiciliari. Mentre i suoi collaboratori sono stati tradotti direttamente nel carcere del Nuevo Chipote della capitale “per indagini”.

“Abbiamo atteso con pazienza, prudenza e senso di responsabilità un segnale positivo dal vescovado; ma le attività provocatorie sono continuate” recita un farneticante comunicato del capo della polizia, consuocero del presidente Daniel Ortega il quale aveva equiparato tempo addietro i presuli nicaraguensi a dei “terroristi”. Come delirante era stato il discorso della sua vice nonché consorte Rosario Murillo (regista dell’intera operazione) che aveva insultato qualche giorno fa il vescovo Alvarez accusandolo di “incitamento all’odio” e “crimini di lesa umanità che mettono a rischio la sicurezza delle famiglie nicaraguensi”.

Tutto era cominciato il 4 agosto scorso quando gli agenti avevano impedito al prelato di celebrare messa. Monsignor Alvarez era allora uscito dalla curia benedicendo in ginocchio gli agenti, fino a implorarli per “una pace fraterna” con l’ostensorio fra le mani.

La coppia presidenziale, dopo aver espulso nel marzo scorso il nunzio apostolico Waldemar Sommertag, cacciato dal Nicaragua 18 suore di Madre Teresa di Calcutta e incarcerato tre sacerdoti, pretendono ora che monsignor Alvarez lasci il paese (come già hanno fatto un paio di altri sacerdoti). Ma il vescovo ha fatto capire che da cittadino nicaraguense preferisce eventualmente essere imprigionato.

Azzerati i partiti dell’opposizione e silenziato la stampa, oltre che ogni espressione della società civile, il regime orteguista ha preso di mira da ultima la chiesa cattolica, che durante la rivolta popolare del 2018 (repressa nel sangue con 350 morti) aveva offerto protezione ai giovani ribelli nei propri templi, oltre ad aver svolto (invano) un ruolo di mediatrice fra le parti.

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, attraverso il proprio portavoce, ha manifestato la propria preoccupazione per “la grave ostruzione dello spazio democratico in Nicaragua per le recenti azioni contro le organizzazioni della società civile e la libertà religiosa”.

Sono giunte prese di posizione di condanna da numerose conferenze episcopali latinoamericane. Ma anche voci critiche da vari fronti verso papa Francesco che non ha ancora proferito parola. Cui ha replicato il messicano Rodrigo Guerra, segretario del Pontificio Consiglio per l’America Latina: “Il silenzio del papa non significa che non sia informatissimo su quanto accade in Nicaragua; lui e la Santa Sede lavorano con discrezione”. Chissà che Bergoglio non dica qualcosa oggi all’Angelus domenicale.