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di Grazia Longo


La Stampa, 22 luglio 2021

 

Il Procuratore capo di Catanzaro: "Troppi ricorsi, le Corti saranno costrette a dichiarare la improcedibilità".

Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, perché con la nuova riforma il 50% dei processi gravi è a rischio prescrizione?

"Innanzitutto perché i processi di appello e cassazione sono troppi, tanto è vero che già in questo modo il sistema non regge. Le corti di appello fissano per udienza circa 30 processi, medio-piccoli, oltre ai maxi processi che spesso richiedono udienze straordinarie. Ebbene, non essendo previsto alcun serio filtro e non essendo introdotta alcuna norma che riduca sensibilmente il numero di ricorsi, gli imputati, avendo la prospettiva di ottenere la improcedibilità, opteranno tutti per l'impugnazione. Per cui le Corti di appello, già gravate, saranno costrette a dichiarare la improcedibilità di un elevato numero di processi. Peraltro, poiché la decorrenza dei due anni coincide con la scadenza dei termini per la proposizione dell'appello e non con la ricezione degli atti dai tribunali alle corti di appello, i processi arriveranno nelle corti già morti".

 

Davvero, come lei ha dichiarato in commissione giustizia, sarà più conveniente delinquere?

"Certamente. Seria sarà la possibilità di farla franca. Basti pensare che oggi una rapina si prescrive in 10 o 20 anni a seconda delle aggravanti. Se passa la riforma il rapinatore, processato per direttissima il giorno dopo, saprà che sfruttando la improcedibilità dopo appena 2 anni dalla commissione del reato vedrà il suo processo dichiarato improcedibile. E quindi sarà incentivato a delinquere".

 

Come si può ovviare al rischio di effetto tagliola sui processi?

"Bisogna intervenire in maniera radicale. In primo luogo ottimizzando le risorse che ci sono: limitando il numero di magistrati fuori ruolo, accorpando uffici giudiziari in modo da migliorare l'efficienza del lavoro e potenziando le sedi veramente in difficoltà. Poi bisogna rivisitare l'impianto processuale in maniera sistematica e, in particolare, bisogna seriamente sfoltire le ipotesi di impugnazioni stabilendo condizioni rigorose per proporre appello. Basterebbe anche ampliare le ipotesi di inammissibilità degli appelli".

 

La riforma è stata scritta per velocizzare i processi. Sarà possibile o no? Perché?

"Non verranno in alcun modo velocizzati. Sono previste alcune iniziative apprezzabili, come la semplificazione delle notifiche, ma, ripeto, se non si pone un argine alle impugnazioni, i processi non si sveltiranno in alcun modo. Tra l'altro in questo modo oltre il danno c'è anche la beffa perché, da un lato, si "investe" denaro pubblico per fare le indagini e il processo di primo grado, dall'altro, se entro il termine indicato, non si decide sulla impugnazione si cancella tutto con un colpo di spugna. Questa non è "una giustizia giusta"".

 

A parte i processi contro la 'ndrangheta quali sono a rischio?

"Quelli più complicati con imputati a piede libero, tra cui quelli contro la P.a. che per loro natura richiedono tempo per la loro trattazione. Ma anche processi in materia di disastri colposi, inquinamento ambientale. E a poco servono le rassicurazioni della ministra Cartabia sui processi antimafia, a noi interessa l'intero complesso".

 

Se aumentasse l'organico dei magistrati e del personale amministrativo le conseguenze della riforma che ritiene negative sarebbero più contenute?

"Sarebbero sicuramente più contenute. Ma gli effetti si vedrebbero a lungo tempo. Infatti, già è difficile di per sé selezionare più di 300 magistrati all'anno perché la selezione non è facile. Figurarsi adesso che tra pensionamenti e diradamento dei concorsi, vi sono enormi buchi di organico. Già è difficile coprire i vuoti di organico, figurarsi ampliare il numero dei magistrati. È un'illusione".