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di Nadia Boffa

huffingtonpost.it, 25 gennaio 2023

Intervista al direttore dell’Institute for Global Studies: “Mancano una leadership e un elemento capace di aggregare”. Sulle sanzioni avverte l’Ue che “assegnare lo status di terroristi ai pasdaran paralizzerebbe i rapporti”, mentre una contromossa iraniana per chiudere il Golfo avrebbe “conseguenze ben più gravi” a livello internazionale.

“Qualsiasi azione intrapresa unilateralmente dall’Iran per limitare i flussi marittimi nello stretto di Hormuz sarebbe una minaccia di portata globale e comporterebbe una reazione da parte della comunità internazionale che potrebbe spingersi fino all’intervento militare”. Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies - think tank specializzato sui temi della politica, della sicurezza e dell’economia nelle regioni del Medio Oriente e dell’Africa - non usa mezzi termini per sottolineare ad Huffpost la gravità della minaccia che la Repubblica islamica dell’Iran ha rivolto all’Ue come contromisura per l’emendamento approvato recentemente dal Parlamento europeo che chiede l’inserimento delle Guardie della rivoluzione iraniana nella lista dei terroristi designati dall’Unione Europea. Il budello di Hormuz è tra le più grandi riserve di petrolio e gas al mondo e, pertanto, uno dei principali snodi per il commercio globale di idrocarburi. Per questo, sottolinea Pedde, “un’eventuale azione dell’Iran genererebbe conseguenze ben più gravi di una semplice crisi politica”. L’esperto di Iran e di Medio Oriente, intervistato da Huffpost, fa anche un punto sulle proteste in Iran, che secondo lui, dopo più di quattro mesi “non possono ancora essere definite una rivoluzione”, “mancano di leadership e non c’è al momento un elemento capace di diventare aggregatore”. Infine Pedde analizza quelli che sono ad ora, i rapporti “controversi” tra l’Iran e il Paese alleato di lunga data Iraq.

La Repubblica islamica dell’Iran ha risposto alla risoluzione votata dal Parlamento europeo per inserire i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche con una minaccia significativa. Il Parlamento iraniano starebbe valutando un piano urgente per “imporre restrizioni ai movimenti delle navi commerciali nello stretto di Hormuz”. Che cosa significa questo per l’Europa?

Dallo stretto di Hormuz (stretto che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran mettendo in comunicazione il Golfo di Oman a sud-est, con il Golfo Persico ad ovest, ndr) non passano solo i flussi di petrolio del Golfo Persico che rappresentano il 40% dei flussi totali, ma transitano flussi commerciali di altro tipo che interessano tutta l’area della penisola arabica. Un’azione unilaterale da parte dell’Iran di limitazione dei flussi navali - che sarebbe peraltro una palese violazione dei trattati internazionali - sarebbe una minaccia di portata globale che genererebbe conseguenze ben più gravi di una semplice crisi politica. Qualsiasi azione intrapresa dall’Iran per limitare i flussi marittimi in quest’area comporterebbe una reazione da parte della comunità internazionale che potrebbe spingersi fino all’intervento militare.

Dopo il voto del Parlamento, oggi c’è stato il Consiglio Affari Esteri a Bruxelles, dove la questione relativa ai pasdaran è passata in realtà in secondo piano. Lei che cosa pensa del dibattito europeo su questo tema?

La spinta a dichiarare i pasdaran come organizzazione terroristica è molto più politicamente emotiva, che non tecnico-securitaria. Nel senso che i pasdaran sono già talmente interessati da sanzioni e dunque di ostacoli nella loro capacità di gestione dei rapporti internazionali che onestamente, da un punto di vista tecnico-operativo, la decisione di designare l’organizzazione come terroristica non renderebbe la situazione così diversa. Differente è la conseguenza di tale azione sul piano politico, perché si è già dato un segnale molto forte al Paese affermando che una parte delle sue forze armate sono considerate dal Parlamento europeo un’organizzazione terroristica. Tale affermazione ha una forte valenza politica. Infatti l’Iran ha anche minacciato di far passare una risoluzione in Parlamento mirata a designare le forze armate europee come terroristiche. Se le Guardie della Rivoluzione fossero inserite nella lista delle organizzazioni terroristiche, si complicherebbero i rapporti con Teheran e si rischierebbe di generare la paralisi. Se l’oggetto dell’interesse della politica europea è quello di cercare la via dell’interlocuzione, sicuramente una decisione del genere andrebbe a farla precipitare fortemente. Bisogna capire che cosa uscirà dal dibattito europeo e quali sono le diverse posizioni.

Josep Borrell si è mostrato cauto sulla proposta relativa ai pasdaran e ha sottolineato l’importanza di mantenere ancora una qualche trattativa sul nucleare con l’Iran. Ma secondo lei è concretamente possibile resuscitare gli accordi a questo punto?

L’accordo nucleare in termini teorici per l’Ue è ancora in piedi e il suo bilancio è oggetto dell’interesse espresso più volte dalle diverse personalità europee. Certo, allo stesso attuale, con una situazione così depravata delle relazioni e con un intervento del piano sanzionatorio nei confronti dell’Iran - legittimo e giustificato dalla repressione - auspicare che l’aspetto negoziale possa fare progressi nell’immediato è utopistico. Ci sono delle faglie tra Ue e Iran di tale portata da rendere il quadro del rapporto bilaterale molto critico. Ma sono cambiate molto le condizioni e i termini generali sul tavolo. La Germania è diventata molto ostile a un accordo sul nucleare, la Francia ha mantenuto una posizione molto ambigua e fortemente critica su tutto ciò che riguarda la repressione della protesta. L’Ue si trova quindi da una parte a voler mantenere la speranza nella trattativa, ma ci sono pochissimi elementi su cui costruirla. Soprattutto nel momento in cui il piano sanzionatorio è incrementato giustamente. E poi è cambiato anche il quadro in Iran. Le ultime elezioni politiche hanno portato le correnti conservatrici ad aver la maggioranza parlamentare e il controllo della presidenza, ma la protesta in atto ha ulteriormente radicalizzato lo scontro politico tra le forze tradizionaliste - quelle più pragmatiche anche nel contesto dei conservatori - e quelle più radicali - che nell’apertura al negoziato con Ue e Usa in particolare non hanno alcun interesse - Poi la protesta, a mio parere, ha accelerato nella società un processo critico, quello di sostituzione generazionale.

Che cosa intende?

A mio parere, il vero elemento di interesse da una parte, e di rischio dall’altra è che questa fase della dinamica politica iraniana può accelerare la transizione tra prima generazione - quella del clero che esprime ancora le leadership del Paese - e la seconda generazione - che non è espressa dal clero, è una generazione molto più legata all’industria, alla componente militare, al commercio ed è molto polarizzata al suo interno, con idee molto spesso contrastanti tra di loro - Questa generazione potrebbe sacrificare la prima generazione sull’altare di questo processo rivoluzionario - lo voglio chiamare così anche se non è ancora a mio parere un processo rivoluzionario quello che sta avvenendo in Iran - a proprio vantaggio. Con l’obiettivo di consolidare il proprio controllo sull’apparato governativo, economico ed amministrativo. E in questa seconda generazione c’è una forte componente legata ai pasdaran. Uno dei grandi errori che si commettono in Occidente, negli Usa in particolare, è considerare i pasdaran solo ed esclusivamente come apparato militare, quando invece sono un conglomerato con all’interno una componente militare, industriale, economica, culturale. Quando si vanno a colpire i pasdaran si va a colpire di fatto qualcosa di molto più ampio con il rischio di generare una paralisi di tutti i rapporti con il Paese.

Quindi secondo lei manca una visione da parte dell’Ue sulla strategia da adottare nei confronti dell’Iran?

Più che lasciare il dibattito sull’Iran alla pancia della diaspora e all’opinione pubblica, il quadro politico europeo e americano dovrebbe prendere una decisione su che cosa va fatto con l’Iran. Va bloccato completamente il rapporto o va innescato un tentativo di ripresa del dialogo diplomatico ed economico? La politica non può sottrarsi a questa responsabilità. Poi sulla base di questo si possono compiere diverse azioni. Anche la scelta dei pasdaran deve essere costruita a monte su una chiara strategia da adottare nei confronti della Repubblica islamica. Altrimenti il meccanismo attraverso cui si costruisce il rapporto con l’Iran resta molto confuso.

Parliamo delle proteste. In un’intervista che lei ha rilasciato sempre ad Huffpost lo scorso settembre, all’inizio delle proteste, lei ha detto che “per proseguire e avere successo, le proteste avrebbero dovuto essere incanalate in un processo più articolato”. Sono passati più di quattro mesi dall’inizio delle rivolte. Secondo lei la loro natura è cambiata?

No, di fatto no. Le proteste restano legate a un sentimento popolare molto ampio, molto sentito e partecipato che però manca di una leadership. E questo è l’elemento della loro debolezza. Manca una leadership riconosciuta all’interno dell’Iran e nessuno dei gruppi all’esterno del Paese, quelli della diaspora iraniana, è a mio avviso in grado di porsi come elemento di indirizzo della rivolta. Un po’ perché alcuni gruppi della diaspora non godono di alcuna credibilità all’interno del Paese, un po’ perché alcuni di questi gruppi sono così polarizzati nella competizione interna alla diaspora da non riuscire a diventare una piattaforma unica di sostegno alla protesta. L’elemento di novità che posso ritrovare nelle proteste di oggi è quello della resilienza, è vero infatti che le proteste stanno andando avanti, sta crescendo la loro intensità e oltre a ciò c’è un ricorso alla violenza sempre più intenso, nell’ambito sia della protesta che della repressione. Dall’altra parte però la rivolta resta debole come strumento politico, perché non ha una sua identità politica. Anche la Rivoluzione islamica è iniziata così, senza una leadership, ma poi è stata cavalcata da una componente che era quella del clero combattente. Un gruppo religioso che faceva riferimento all’ayatollah Khomeini che è riuscito ad imporsi in una certa fase come leadership della Rivoluzione. Anche se la Rivoluzione era iniziata più nell’ambito dei gruppi marxisti, comunisti o islamico-marxisti. Poi però questi gruppi non trovavano una linea comune di gestione della rivolta e quindi sono stati permeati dalla componente rivoluzionaria del clero.

Dunque, a suo parere, l’elemento della diaspora, su cui molti attivisti e organizzatori delle proteste puntano, è molto limitato?

Il potere della diaspora è meno che limitato, in questo momento non vedo alcuna capacità di aggregazione. Molti gruppi della diaspora si presentano all’estero come l’unica forma legittimata della protesta, del potere, ma non è così.

E che cosa pensa del ruolo che sta cercando di ritagliarsi il figlio dell’ultimo scià, il principe ereditario Reza Pahlavi? Lui chiede che le fazioni dell’opposizione al regime si uniscano per essere riconosciute internamente dal popolo…

Il figlio dello scià è stato inattivo per lungo tempo. Non è mai stata una figura particolarmente carismatica ed è in gran parte sconosciuta agli iraniani, perché ha assunto un ruolo defilato in questi anni. È vero che l’istituto della monarchia e le figure della monarchia ancora oggi hanno un certo tipo di fascino in alcune componenti della società, in particolare quelle meno giovani che identificano nel periodo monarchico il periodo della prosperità, della crescita del ruolo dell’Iran. Il padre dell’ultimo scià (Mohammad Reza Pahlavi, ndr) viene evocato come figura di riferimento da parte delle frange nazionaliste iraniane. Un certo carisma esercitava ancora fino a qualche tempo fa la moglie dell’ultimo scià, Farah, ma è ormai anziana. Poi di fatto non avrebbe grandi possibilità di andare al potere perché all’epoca la monarchia seguiva la linea dinastica maschile, bisognerebbe riformare quindi una Costituzione che in realtà non è neanche più esistente perché lei possa andare al potere. Poi dovrebbe usurpare il trono al figlio, non penso che lo farebbe mai. La verità è che la monarchia si è affievolita come elemento dell’opposizione. È una componente della diaspora che è rimasta silenziosa molto a lungo, formata da ex elementi dell’alta borghesia che sono scappati all’estero e hanno ben poco radicamento nel Paese. L’immagine della monarchia potrebbe generare interesse sul piano politico in alcune generazioni, ma non credo assolutamente che ci possa essere interesse da parte della maggioranza degli iraniani. Il problema è che questo tipo di monarchia che attrae è legata all’idea di assolutismo monarchico del padre dell’ultimo scià, più che a quello di suo figlio che vuole invece essere un monarca costituzionale. In definitiva non penso che il figlio dello scià eserciti così tanto fascino. E poi deve scontare il suo stesso errore che è stato quello di stare troppo ai margini della società in questi anni.

Arriviamo ai rapporti correnti tra Iran e l’alleato di sempre Iraq. Secondo il Washington Institute l’Iran in questo momento si trova ad un bivio. L’instabilità presente nel Paese da alcuni mesi potrebbe portare da un lato l’IRI ad allontanarsi dall’Iraq, dall’altro ad aumentare la sua sfera di influenza nell’area. Come si sta muovendo e si muoverà l’Iran in Iraq?

La politica iraniana verso l’Iraq è stata costruita sulla percezione occidentale di un Iran che ha l’egemonia di questo Paese, che è in grado di controllarne le dinamiche. Sicuramente i legami tra i due Paesi sono intensi, ma anche controversi all’interno. Le ultime elezioni politiche hanno visto la vittoria del movimento guidato da Moqtada al-Sadr, rappresentante del fronte anti-iraniano. E quindi c’è un risultato elettorale che mostra come la percezione dell’Iraq nei confronti dell’Iran sia critica. Ed in effetti è così. Da anni ci sono tutta una serie di contenziosi tra i due paesi dal punto di vista politico e economico. In Iraq c’è però una componente legata all’ex primo ministro Nouri al-Maliki e alla colazione politica che è vicina a Nouri, che è molto vicina all’Iran e che è quella che è riuscita a diventare l’esecutivo del Paese per l’abbandono della componente maggioritaria, cioè quella dei sadristi che ha scelto di non entrare nel governo. Quindi si può dire che l’Iran sia in una posizione favorevole nei confronti dell’Iraq perché l’esecutivo in questo momento è vicino alle posizioni iraniane, ma il governo iracheno di oggi non è espressione del voto che ha portato poi alla formazione della maggioranza in parlamento. È molto controversa dunque la posizione dell’Iran in Iraq. L’ulteriore elemento di forza dell’Iran poi è quello delle milizie legate a gruppi paramilitari. Le milizie sono un ibrido perché sono parte di un sistema che rappresenta un po’ un elemento complesso al suo interno, perché molti militari delle forze armate nazionali sono anche espressioni di milizia paramilitari che operano agli ordini del contesto politico. È come se un nostro militare facesse parte dell’esercito Italiano, ma anche di strutture militari parallele e tali strutture sono legate all’Iran. Quindi il grado di fedeltà di questi uomini è molto ambiguo e questo è parte del contenzioso politico che riguarda il rapporto tra Iran e Iraq. In termini generali dunque l’influenza dell’Iran sulla politica irachena è forte, ma non è egemonica. Tant’è che quando c’è stata, circa sei mesi fa, l’acme della crisi politica irachena - quando i sostenitori di al-Sadr hanno occupato l’area dei palazzi del Parlamento (il 22 luglio 2022 centinaia di sostenitori del leader sciita al-Sadr hanno preso d’assalto il parlamento di Baghdad nella notte per protestare contro la nomina, da parte dei partiti armati sciiti filo-iraniani, di un candidato premier, Muhammad Sudani, ostile al fronte sadrista, ndr) è stato lo stesso comandante delle IRGC a volare urgentemente a Teheran chiedendo ai loro stessi alleati di non esacerbare il clima di tensione che caratterizzava il quadro politico. Loro stessi si rendono conto che il quadro politico è particolarmente teso e potrebbe ritorcersi contro gli interessi iraniani.

Una minore influenza iraniana in Iraq potrebbe dare ai politici curdi e sunniti un ruolo più attivo negli affari iracheni?

La maggioranza della popolazione irachena è sciita quindi è nell’ambito del mondo sciita che si decidono le sorti della politica nazionale. All’interno della componente sciita ci sono profonde divergenze, anche sul piano clericale e religioso. La componente sciita irachena ha una posizione in larga parte divergente rispetto a quella iraniana. Ad esempio la massima autorità del clero sciita iracheno (Ali Sistani, ndr) rifiuta il modello teocratico e politico dell’Iran. E questo ha riflessi di natura politica, perché la componente sciita si divide al suo interno in due gruppi principali, che sono il gruppo tradizionalista - che mantiene un profilo di indipendenza tra politica e religione - e quello più rivoluzionario - che è più vicino al modello iraniano. Da quello che esprime la società in termini di votazioni possiamo dedurre che il modello tradizionalista è maggioritario, ma il sistema iracheno è molto frammentato e soprattutto è diventato molto polarizzato al suo interno e ha portato alla situazione paradossale in cui la componente tradizionalista ha vinto le elezioni e ha la maggioranza parlamentare, ma non governa. Governa invece una coalizione formata da componenti più vicine all’Iran.

Nei rapporti tra Iran e Iraq il Kurdistan in questo momento che ruolo gioca? Secondo il Washington Institute sembra che la regione del Kurdistan tornerà ad essere un’arena del conflitto tra Iran e Usa...

Anche il Kurdistan è diviso in zone di interesse diverse tra loro. Gli iraniani, più in generale con i curdi, non in particolare con gli iracheni, hanno sempre mantenuto una politica di forte ambiguità, nel senso che da una parte hanno sostenuto e sostengono le istanze autonomiste e indipendentiste. Ma le sostengono al di fuori di casa loro. Quando poi quando la questione dell’autonomia tocca le componenti curde che vivono in Iran, questa è oggetto di una politica totalmente diversa, come poi si è visto in queste ultime fasi della protesta in Iran. Nel caso del Kurdistan iracheno, si tratta di una linea di faglia, nel senso che l’Iran ha dei rapporti con alcune delle componenti curde della regione, con altre strutture della regione invece è in aperto contrasto e questo porta, più che ad uno scontro con gli Usa, alla definizione di sfere di influenza della politica estera che sono potenzialmente critiche. Come ha dimostrato l’incursione missilistica che l’Iran ha fatto sul Kurdistan iracheno (nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 2020 22 missili balistici iraniani si sono abbattuti su due basi irachene che ospitano soldati statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS, ndr) all’indomani dell’uccisione del generale Soleimani (generale iraniano figura chiave della strategia iraniana in Medio Oriente, ucciso da drone in un attacco voluto dagli Stati Uniti all’inizio di gennaio del 2020, ndr). Laddove gli interessi americani sono più marcati nel Kurdistan, là sono più forti anche le pressioni iraniane, ma non è omogenea la posizione dell’Iran sul territorio del Kurdistan, ci sono aree dove gli iraniani hanno una maggiore capacità di gestione delle proprie relazioni.

Parliamo sempre del Kurdistan, ma della provincia iraniana. Che ruolo ha nella protesta?

Più che la componente curda è la componente araba della popolazione iraniana che ha avviato una forma di protesta sempre più disegnata in chiave settaria. Ci sono un paio di leader religiosi, uno in particolare della regione che ha chiesto al governo una riforma costituzionale che equipari i diritti, le competenze e il peso delle volontà arabo-iraniane all’interno del sistema della Repubblica islamica. Le componenti arabe del Paese sono sempre state quelle più riottose sotto il profilo del rapporto con le autorità centrali. Ma questo accadeva anche in epoca pre-rivoluzionaria. Il tessuto persiano sciita rappresenta poco più della metà della popolazione iraniana. Poi ci sono componenti minoritarie che sono riconosciute all’interno del Paese nella Costituzione, ma che concretamente godono di un ruolo e di una capacità di esercizio del potere politico che sono ridotti rispetto a quelli del gruppo etnico persiano. La protesta ha alimentato, dentro queste aree dell’Iran occidentale, una rivolta nella rivolta. Non è solo una rivendicazione dei diritti relativi alle libertà individuali, a questioni di carattere sociale che hanno riguardato la stragrande maggioranza delle proteste nell’Iran centrale e orientale. Nelle regioni a maggioranza curda e delle minoranze arabe c’è anche un connotato etnico che va ad inserire una matrice di riconoscimento dei diritti e delle prerogative di esercizio delle libertà politiche e religiose che si aggiungono alle matrici della protesta in corso nel Paese. Così le manifestazioni e la repressione sono diventate molto intense. Ad esempio ci sono state proteste importanti a Zahedan, l’interruzione totale della rete internet, diversi posti di blocco. Il governo iraniano è consapevole che la deriva etnica di questa protesta può innescare un fattore ulteriore rispetto alla protesta in corso nel Paese e come sempre cerca un capro espiatorio.

Un capro espiatorio esterno?

Il governo cerca di individuare all’interno di una matrice esterna al Paese l’elemento che va a fomentare questa protesta, alimentando il sospetto che siano i sauditi o altri Paesi della regione del Golfo, nemici dell’Iran, ad innescare una dinamica di tipo etnico nella protesta. E questo ha fatto diventare molto forte il contrasto politico con l’Arabia Saudita. Il dialogo bilaterale in corso tra i due Paesi, promosso dall’Iraq, praticamente è ormai fermo e senza grandi possibilità di ripresa nell’immediato. Questo elemento sta facendo salire fortemente di nuovo la tensione nell’area del Golfo. Fino ad un anno fa c’era la speranza che si potessero riprendere i colloqui. Poi però i dialoghi si sono rarefatti, complice l’emergere della protesta e la percezione di una regia internazionale dietro la protesta.