di Matteo Leoni
Il Tirreno, 31 agosto 2019
La Cassazione dà torto al pm che aveva chiesto la detenzione per i pusher. In cella solo con una pena sopra i 5 anni. Obbligo di firma per chi non ha domicilio. Spacci droga e vieni arrestato in flagranza? Se hai un tetto dove dormire rischi concretamente di finire agli arresti domiciliari, se invece non ce l'hai puoi star certo che tornerai presto libero.
Si tratta di uno degli effetti collaterali del decreto carceri, poi convertito in legge: il paradosso è emerso da una vicenda che ha coinvolto due pusher pizzicati mentre vendevano dosi a Firenze. Per loro il pm Gianni Tei aveva chiesto il carcere. Il giudice lo ha negato proprio in virtù del decreto del 2013, che prevede che la misura cautelare in carcere non sia applicabile ai reati per i quali sia prevista dalla legge una pena inferiore nel massimo ai 5 anni. Il tribunale non ritenne neppure praticabile la misura dei domiciliari, essendo entrambi gli spacciatori senza fissa dimora. Così nei loro confronti scattò la misura dell'obbligo di firma.
Il pubblico ministero non la giudicò idonea: mettere una firma due volte al giorno in questura, pensò l'accusa, non ti impedisce di spacciare per tutto il resto della giornata. Così presentò ricorso al tribunale del riesame e, dopo il rigetto, anche alla Cassazione: la terza sezione penale della Suprema Corte, con una sentenza del marzo scorso, ma di cui si è saputo solo ieri, ha posto fine alla vicenda con un nuovo rigetto, ritenendo infondato il ricorso.
L'impossibilità di arrestate in via cautelare chi spaccia piccole quantità di droga ed è senza fissa dimora è una realtà di cui anche i pusher hanno imparato ad approfittare. Nei mesi scorsi, per fare un esempio, nel parco della Cascine a Firenze uno spacciatore è stato arrestato e rimesso in liberà quattro volte in un mese. Perché chi viene arrestato per spaccio di piccole dosi, anche se viene sorpreso in flagranza, non può finire in carcere. Se poi è senza fissa dimora, magari perché irregolare in Italia, nemmeno ai domiciliari. E così finisce che per lui vengono scelte misure cautelari non restrittive, come l'obbligo di firma o il divieto di dimora nel comune dove è stato pizzicato a spacciare.
"La norma come è attualmente formulata - scrive il pm Gianni Tei nel ricorso presentato alla Suprema Corte - introduce una ingiustificata disparità di trattamento tra soggetti senza fissa dimora e soggetti che invece dispongono di un domicilio". Il che, prosegue, "pare del tutto irrazionale" e anche incostituzionale, violando l'articolo 3 della Costituzione secondo cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Nel documento presentato alla Cassazione Tei contesta l'interpretazione che il tribunale di Firenze ha dato del decreto carceri: "Si ritiene errato l'automatismo interpretativo applicato dal tribunale del riesame - si legge nel ricorso presentato da Tei - per cui debba essere esclusa a priori per i soggetti privi di domicilio l'applicabilità della custodia cautelare in carcere per i reati per i quali la pena della reclusione inferiore nel massimo ai cinque anni". Tale automatismo, chiosa il pm, "si trasformerebbe nella rinuncia della tutela sociale della collettività in relazione ai reati commessi dai senza fissa dimora", che potrebbero continuare a delinquere rivendendo in cambio solo misure "soft" e non restrittive, come appunto l'obbligo di firma. La Cassazione però ha dato ragione al tribunale di Firenze e a quello del riesame, ponendo di fatto un punto fermo per le prossime interpretazioni del decreto.










