sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Andrea Spinelli Barrile

Il Manifesto, 27 dicembre 2025

Secondo l’Indice globale del terrorismo 2025 la Nigeria è al sesto posto tra i paesi più problematici al mondo. Era all’ottavo posto l’anno scorso e l’anno ancora prima ed è vero che la situazione è andata peggiorando. Se da un lato i numeri macroeconomici raccontano un paese dall’economia esplosiva e con una classe media in costante aumento (la megalopoli di Lagos oggi conta oltre 20 milioni di abitanti, nel 1960 meno di un milione), dall’altro quei numeri non rendono giustizia alla realtà, quella in cui la ricchezza non viene distribuita in maniera equa.

La violenza invece è democratica e colpisce tutti, con i problemi che ne derivano: secondo l’Ufficio nazionale di statistica, tra il 2023 e il 2024 la Nigeria ha registrato 614.937 omicidi e oltre 2,2 milioni di rapimenti, una vera e propria industria del terrore capace di generale 1,3 miliardi di dollari solo in riscatti. L’1,1% delle famiglie nigeriane ha subito un rapimento denunciando l’episodio alla polizia (cifra che sale al 4,1% nelle aree rurali del nord) e se c’è qualcosa che viene veramente distribuito equamente nel paese africano, la livella di Totò che riguarda tutti, potenti e fantasmi, ricconi e poveri in canna, questo è proprio la violenza. Nessuno spazio, che sia familiare, pubblico, tradizionale o religioso, è più al sicuro in Nigeria, un problema talmente stratificato nel tempo che lo Stato nigeriano non sa più cosa fare.

La pressione dell’esercito sugli storici “santuari” del nord del Paese ha provocato la migrazione verso sud dei gruppi armati. Oggi Zamfara, Katsina e Sokoto non sono più le capitali del terrore: lo sono le città satellite ai lussureggianti corridoi forestali (impenetrabili, quindi indifesi) che collegano gli stati di Kebbi, Niger, Kwara e Kogi, il “Triangolo del terrore”, lo chiamano i giornali in Nigeria.

Il 91% dei rapimenti avviene a scopo di estorsione sotto forma di denaro, beni o altri benefici, il 2,4% dei casi di rapimento viene attribuito a obiettivi politici, criminali o terroristici, il 2,1% a controversie personali o familiari. Se da un lato il paese ha la capacità di offrire il proprio intervento militare all’amico e vicino Benin, colpendo i militari golpisti con veri e propri bombardamenti aerei, chirurgici e in piena città, dall’altro fa fatica a fronteggiare il nemico interno e il motivo è molto semplice: non è un nemico solo. Sono decine, probabilmente centinaia, i gruppi armati che, per ragioni diverse (business, religione, potere “mafioso”), proliferano in Nigeria: in un recente intervento presso il Government College di Ibadan, il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka ha detto che l’insicurezza è diventata così pervasiva nel tessuto nazionale che le scuole dovrebbero iniziare a insegnare la “consapevolezza della sicurezza” come materia formale: come individuare i pericoli, gli informatori, sopravvivere ai rapimenti e come nascondersi dagli uomini armati.

Oggi i gruppi armati sono alle prese con una notevole crescita su modello capitalistico: ci sono gruppi dotati di droni di sorveglianza, che vengono lanciati sui villaggi prima di razziarli, un avanzamento tecnologico che ha dei costi importanti e che ha alzato il livello dello scontro. Servono più soldi per comprare più droni per fare più soldi e comprare altri droni. A ottobre l’esercito nigeriano ha ammesso che i gruppi armati hanno più volte utilizzato droni armati, lanciarazzi e altre armi moderne per attaccare le truppe dell’esercito nello stato di Borno, una consapevolezza a cui non segue un’adeguata preparazione delle truppe. A fine novembre, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale.