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di Luigi Manconi*

La Repubblica, 13 maggio 2022

Uno dei pm più famosi d’Italia e un politico da sempre schierato per il garantismo. Dialogano su ergastolo ostativo, pentiti, boss. Senza essere (quasi) mai d’accordo.

Tra Nino Di Matteo e me corre uno spazio di dissenso talmente profondo che capita di chiedermi: ma perché mai siamo ancora qui a cercare di intenderci? Quel dissenso si concentra su una questione che, per lui, rappresenta la vita e la professione e un motivo di perenne angoscia. Per me, una passione civile e politica: la giustizia. Sul tema il procuratore Di Matteo e io fatichiamo a trovare anche solo il più esile punto di condivisione. Eppure almeno uno, lo scopriamo proprio intorno al più radicale dei temi, così sintetizzabile: c’è redenzione per il mafioso? Il suo autorevole collega, Giancarlo Caselli, in un’intervista radiofonica ha affermato che “il mafioso resta sempre mafioso”, dal momento che “chi come i mafiosi, ontologicamente non si pente, non ha nessuna intenzione di reinserirsi nella società”.

Lei, che condivide con Caselli la fede religiosa, sottoscrive il giudizio sul mafioso che resta sempre mafioso?

“Io penso che il mafioso può redimersi e cambiare vita. Anche se non è mio mestiere indagare sulla coscienza del mafioso, talvolta, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di molto simile a un ravvedimento morale. Ma penso anche che la premessa ineludibile sia la rottura esplicita e ben visibile del legame associativo”.

Questo significa giustificare l’ergastolo ostativo, ovvero il mancato accesso ai benefici e alla liberazione condizionale, qualora non vi sia collaborazione con i magistrati...

“In teoria il mafioso può cambiare anche se non ha prestato collaborazione, ma nella realtà, l’unico vero modo di recidere il vincolo criminale è una presa di posizione pubblica che lo renda inaffidabile agli occhi degli associati”.

Sono quasi 1.500 i detenuti in ergastolo ostativo, ovvero destinati a restare in carcere fino alla morte. E mi sembra illegittimo far dipendere il giudizio su ciò che la Costituzione chiama “rieducazione del condannato” da un atto tassativo quale la collaborazione. È evidente, infatti, che il mafioso potrebbe non avere nulla da riferire o correre un rischio troppo alto per sé e i familiari qualora lo facesse; o, ancora, la sua testimonianza potrebbe non aggiungere alcunché a quanto già acquisito...

“Ma io continuo a pensare che se non recide il vincolo con un’esplicita scelta di campo, è alto il rischio che possa rimanere per sempre legato alla criminalità”. Dopo che la Consulta ha dichiarato parzialmente incostituzionale l’ergastolo ostativo, il Parlamento sta elaborando una soluzione di compromesso, a mio avviso negativa. Quasi per riscattare quella che era apparsa a molti una sconfitta del cosiddetto fronte Antimafia. E qui vale la pena fare un ripasso. A sfogliare Wikiquote - l’archivio delle citazioni dell’enciclopedia on-line - alla voce “sconfitta” si trovano frasi celebri, in prevalenza assai mediocri. Ma, poi, ecco una citazione di Alberto Moravia: “La sconfitta non rende ingiusta una causa”. Semplice, no? Questa sembra essere l’autocoscienza di Di Matteo, quando riflettiamo su quella che appare a me - e a molti - una vera e propria débâcle: la sentenza della Corte d’Assise d’Appello del 23 settembre 2021 che ha ribaltato il verdetto di primo grado del processo detto della “trattativa Stato-Mafia”. Quel giorno gli telefonai, mentre lo pensavo assediato dai dodici uomini della scorta, una moltitudine di giornalisti e una schiera di colleghi. Alla fine, rispose e io: “Ricorda la lezione Zen: comunque vada, deve rimanere sereno”. La premessa implicita era che la sentenza sarebbe stata accolta in maniera totalmente diversa da lui e da me: se lui ne avesse gioito io me ne sarei rammaricato. E viceversa.

Poi, si sa come è andata e ho immaginato Di Matteo che, nel momento del massimo sconforto, pensa ai suoi “giorni felici”. Così mi viene di chiedergli di quelle tante cittadinanze onorarie ricevute...

“Tra quelle che ho accolto direttamente, partecipando alle cerimonie e quelle che mi sono state comunicate, ne ho contate una trentina. Ricordo la prima, presso il consiglio comunale di Modena: alta intensità emotiva, gran folla, importanti momenti di solidarietà in una fase particolare della mia vita, quando venne scoperto quel carico di tritolo destinato alla mia persona. Ma non mi sono mai sentito né una celebrità né un leader, bensì un semplice magistrato apprezzato da una parte significativa dell’opinione pubblica, in particolare quella più giovane”.

Ma rispetto a tutto ciò, cosa si prova quando una sentenza mette radicalmente in discussione il suo lavoro e ne certifica quello che, in termini mediatici, possiamo chiamare un fallimento?

“È difficile credermi, ma non ho vissuto la sentenza di assoluzione come un fallimento e prima non avevo sentito come un mio personale successo le condanne del tribunale. Certo, ho condotto quella inchiesta con molta partecipazione e ho provato soddisfazione nel contribuire a far emergere responsabilità e crimini, anche istituzionali, connessi alle stragi mafiose del 1992-’93. D’altra parte, neppure la sentenza di appello ha messo in discussione molti dei fatti accertati dalla Procura, nonostante l’assoluzione di Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno”.

E prima ancora quella di Mannino...

“Voglio dire che, a esempio, la mancata condanna di alcuni imputati non significa che gli alti gradi del Ros dei carabinieri non siano stati autori di condotte anomale - anche in relazione alla lunga latitanza di Bernardo Provenzano - bensì che quelle condotte non costituirebbero reato. Vale lo stesso per altri passaggi importanti della lunga storia di quegli anni. Dalla mancata perquisizione del covo di Riina, ai colloqui informali con Vito Ciancimino”.

Vado diritto al punto: e se tutta quella attività che lei ha ritenuto criminale non fosse altro che una spericolata iniziativa politica, non solo possibile, ma addirittura necessaria perché motivata dalla sacrosanta esigenza di fermare l’attacco stragista?

“Io ho sostenuto che gli imputati “istituzionali” non avessero agito perché collusi con Cosa Nostra, bensì per una non dichiarata (e pertanto giuridicamente inaccettabile) ragion di Stato. E qui nasce il problema: la politica che si sporca le mani deve dichiarare apertamente questa motivazione. Oppure, se non lo ha anticipato, quando il pm si trova a indagare, gli deve opporre il segreto di Stato. Se, invece, la presunta ragion di Stato è occultata, si presta ad abusi assai pericolosi”.

Uno degli argomenti addotti per dimostrare l’intesa tra Cosa Nostra e le istituzioni è quello dei benefici che i mafiosi avrebbero ricevuto in materia di regime di 41 bis. Da qui l’accusa a quel gran galantuomo di Giovanni Conso che, da ministro della Giustizia, avrebbe declassificato centinaia di detenuti sottraendoli al regime speciale. Posso affermare che, di quelle centinaia di detenuti declassificati, appena 23, per alcuni 18, erano siciliani, e dunque l’interesse di Cosa Nostra per quell’operazione sarebbe stato assai scarso. La declassificazione, insomma, è stato un fatto fisiologico...

“Il dato del conseguimento o meno dei benefici ai fini del reato è irrilevante. E ricordo che tra i 334 detenuti non più sottoposti al 41bis, c’erano capi della ‘ndrangheta calabrese e gli appartenenti a Cosa Nostra erano una trentina, alcuni di alto livello criminale”.

Mi permetto di insistere: i siciliani erano 18 o 23. E, in ogni caso, il ragionamento non cambia...

“Il segnale fu importante, io non sostengo che Cosa Nostra abbia ottenuto allora tutto ciò che voleva: e, se fossi davvero cattivo, direi che lo sta ottenendo ora. Diciamo che il punto non era la realizzazione degli obiettivi, ma la trasmissione della minaccia”.

Un altro tema controverso: il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Penso che lo scopo dell’azione penale sia esclusivamente quello di accertare fatti rilevanti sotto il profilo criminale. Indubbiamente, anche la conoscenza del contesto in cui si commette il reato è importante. Ma l’aver trasformato l’analisi di un ambiente in una fattispecie penale - il concorso esterno in associazione mafiosa - mi sembra un errore gravissimo...

“È indubbio che lo scopo dell’azione penale debba essere quello di provare reati. Ma è altrettanto indubbio che alcuni delitti sono espressione di sistemi criminali più complessi. È ovvio che si debba partire dal contrasto all’area militare di Cosa Nostra, e questo da Falcone in poi è stato fatto. Ma il problema è che quella tipologia di criminalità, specie in Sicilia, si è nutrita di rapporti stretti con il potere e di un vastissimo sistema di solidarietà. Se così non fosse stato, Cosa Nostra non avrebbe avuto la forza di uccidere decine di magistrati, sacerdoti, funzionari pubblici, ufficiali di polizia e carabinieri, esponenti politici”.

Ma così si rischia che il reato di concorso esterno finisca col colpire atteggiamenti che, se pure deprecabili, come la simpatia o la sudditanza psicologica verso la mafia, non costituiscono comunque fattispecie penale...

“Sono in totale disaccordo. Il concorso esterno è l’applicazione, in termini addirittura scolastici, dei principi generali in tema di concorso nel reato. Vale anche per la rapina: c’è il rapinatore e c’è chi ha dato le informazioni utili”.

Ma, così, possono diventare reati anche una serie di atteggiamentiche, al più, configurano una mancata estraneità...

No, non è così. La storia della mafia insegna che non ci sono solo gli affiliati, ma molti altri soggetti che, in forme assai diverse, possono contribuire agli scopi dell’associazione stessa”.

Ma, per spiegare quell’“esterno”, si devono abbandonare la materialità e la determinatezza del reato e ricorrere alla sociologia e alla letteratura.

“La tranquillizzo. Le sentenze non colpiscono mai il fenomeno di semplice omertà, ma sempre il contributo del non affiliato all’associazione, che deve essere reale e intenzionale. Ne è conferma il fatto che il titolo del reato è “concorso in associazione mafiosa”, mentre il termine “esterno” è solo un’aggiunta giornalistica”.

Eppure vi si ricorre anche nelle motivazioni delle sentenze. Ma su questo, tra noi, ogni intesa è impossibile. Andiamo oltre, lei ha appena superato i sessant’anni. Quale è il suo principale rimpianto?

“Se oggi iniziassi la carriera di pm, per evitarmi guai e pericoli, mi limiterei a svolgerla con un approccio esclusivamente burocratico”.

Non ci credo proprio. Queste parole non corrispondono né alla sua indole né al suo pensiero. Come procuratore lei ha ottenuto il massimo, fino all’elezione al Csm, comportandosi in modo non opportunistico. E lo dico pensando non a quello che viene definito il suo coraggio. Vede, a mio avviso, il suo valore non consiste tanto nel mettere a repentaglio la vita, piuttosto nella sua professionalità di investigatore, paziente e tenace, anche quando le capita di sbagliare. Come avrà capito, non mi piace affatto la retorica sacrificale...

“Nemmeno a me. E spero di essere apprezzato per il mio lavoro e non per la condizione in cui sono costretto a vivere, che certo non è facile. Tutto è molto complicato, ma non è mica la fine del mondo”. Qui il procuratore mostra un notevole understatement, ma è un dato innegabile che l’originaria scelta professionale nasce sotto il segno della tragedia: “Ero ancora all’Università quando uccisero Rocco Chinnici ed ero appena entrato in magistratura quando vennero trucidati Falcone e Borsellino”. E la sua vita e il suo mestiere continuano in un’atmosfera sempre attraversata dalla minaccia. Forse questo spiega la mia irresistibile simpatia per un uomo di cui non riesco a condividere, in materia di giustizia, nemmeno una parola: ovvero il fatto che in un’esistenza così profondamente connotata dall’immanenza della morte, possa trovare spazio la complessità di un carattere forte, eppure capace di ironia. Come quando - nella trattoria da Candido, serviti dallo scrittore-cameriere Sandro Bonvissuto, davanti al celebre polpettone - fa l’imitazione di Joe Pesci nel film Irishman. (E gli uomini della scorta sono così riservati che nessuno si accorge di loro).

*Ha collaborato Marica Fantauzzi