di Niccolò Carratelli, Eleonora Camilli
La Stampa, 27 settembre 2025
Respinto l’appello del Quirinale a fermarsi. Venti attivisti lasciano. La portavoce torna a Roma per trattare. Discussioni, chat roventi e riunioni fiume. Quella di ieri è stata un’altra giornata di tensione per la Global Sumud Flotilla. E stavolta non per le minacce di Israele. Una ventina di persone, la metà italiani, ha abbandonato la missione. Chi per stanchezza, chi per paura, chi in disaccordo con le decisioni del direttivo centrale. Dopo gli ultimi alert, che segnalano nuovi possibili attacchi, non tutti sono concordi nella decisione di proseguire dritti, senza esplorare la mediazione offerta dalla Cei e del patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa.
C’è chi considera quella raggiunta finora già una vittoria, per aver portato gli occhi dell’opinione pubblica internazionale sul massacro a Gaza e per aver attirato l’attenzione dei governi. E chi teme di mettere in pericolo gli equipaggi. Perché nelle ultime missioni della Flotilla l’idea di forzare il blocco navale israeliano è stata interpretata “politicamente”: arrivare a ridosso del limite di acque internazionali e poi, una volta intercettati dall’Idf, arrendersi.
Il timore è che, questa volta, qualcuno voglia andare oltre. In quel caso, la risposta dell’esercito di Tel Aviv potrebbe essere particolarmente violenta. Per questo ogni nave sta facendo le sue considerazioni. La responsabilità ultima, infatti, è dei singoli capitani, che potrebbero decidere di staccarsi dalla Flotilla lungo il percorso, se la missione dovesse diventare troppo pericolosa. Di certo, i prossimi cinque giorni, previsti per l’arrivo davanti alla Striscia, saranno decisivi da un punto di vista diplomatico. Gli attivisti vogliono ottenere un risultato tangibile e duraturo: chiedono di aprire un corridoio umanitario permanente via mare, con le navi Onu, o via terra, ad esempio con la riapertura del valico di Rafah dove sono stoccate tonnellate di aiuti. Uno dei due portavoce della delegazione italiana della Flotilla, Maria Elena Delia, oggi torna in Italia in Italia anche per provare a mediare da terra.
Nelle prossime ore potrebbe essere ricevuta alla Farnesina per poi continuare le interlocuzioni con la Cei. Del resto, gli italiani, parlamentari compresi, sono tra quelli che più spingono per una soluzione di compromesso. Furiosi perché la premier Meloni, con l’annuncio alla stampa da New York, ha rovinato una trattativa che era già in corso tra Pizzaballa e il direttivo della Flotilla. Ora, dunque, dopo l’appello del presidente Mattarella, lo strappo va ricucito senza che la politica cerchi di intestarsi il risultato. Questo non vuol dire che i rappresentanti di Pd, M5s e Avs (Arturo Scotto, Annalisa Corrado, Marco Croatti e Benedetta Scuderi) non stiano lavorando sottotraccia per favorire una soluzione. Fermi nel porto di Creta, in attesa di ripartire, passano il loro tempo al telefono. Ma la linea arrivata da Roma, dai rispettivi leader, è quella di non esporsi troppo. Anzi, di precisare a ogni occasione che non sono loro a decidere.
“Spetta agli organizzatori, a chi ha il governo della Flotilla - dice Giuseppe Conte - i parlamentari sono lì come cittadini, non partecipano ai vertici dove si decide cosa fare”. E Angelo Bonelli, Avs: “È compito dei membri della Flotilla fare la giusta valutazione”. Anche dal Pd il responsabile esteri Peppe Provenzano sottolinea che “i parlamentari sono lì come scorta istituzionale, ma non rappresentano la Flotilla. E gli italiani sono solo una delle 44 delegazioni”.
Dichiarazioni che possono suonare come una presa di distanza, di certo servono a mettere le mani avanti rispetto a quelli che saranno gli sviluppi della missione. Nessuno li può prevedere con certezza, ma nessuno vuole nemmeno subirli dal punto di vista politico, a maggior ragione dopo l’intervento del Quirinale. La linea di dem, 5 stelle e Verdi-Sinistra è più o meno simile: sostenere la Flotilla, ma fare di tutto per scongiurare una forzatura del blocco navale israeliano, con i rischi per l’incolumità dei partecipanti che ne conseguirebbero.
Poi, come sempre nel campo progressista, ci sono sfumature diverse a livello comunicativo. Se il Pd è allineato all’appello di Mattarella e Avs “sconsiglia” di arrivare allo scontro davanti alle coste di Gaza, Conte invita gli attivisti della Flotilla a un “supplemento di riflessione”, ma assicura che “qualunque decisione prenderanno avranno sempre il nostro sostegno”, scandisce il presidente del Movimento. Quindi, in teoria, anche qualora dovessero decidere di provare ad avvicinarsi alle coste di Gaza sfidando le navi militari israeliane.
In quel caso, però, è improbabile che il senatore M5s Croatti e gli altri tre colleghi parlamentari saranno ancora a bordo delle barche su cui stanno partecipando alla Flotilla. Perché, anche se nessuno lo ammette esplicitamente, loro dovrebbero fermarsi comunque a Cipro, prossima tappa prevista, l’ultima prima di avventurarsi verso Gaza. “Ad oggi non c’è intenzione di sbarcare”, si limita a dire Scuderi. Non ci si deve esporre, ma nemmeno dare l’impressione di volersi disimpegnare da una missione, che ha assunto una dimensione politica e mediatica superiore alle aspettative.











