di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 17 giugno 2026
Il divieto dei social network per i minori di 16 anni annunciato dal premier britannico Keir Starmer fa parte di un pacchetto più ampio di misure portato avanti dal governo: controlli più severi sull’età degli utenti, limitazioni alle interazioni con sconosciuti, restrizioni per alcuni chatbot, smartphone zero nelle scuole e persino l’idea, radicale, di instaurare un coprifuoco dalle 20.30 all’alba per i minori di 18 anni. Mischiando tutela della salute mentale dei giovani e questioni di ordine pubblico Starmer sovrappone fenomeni molto diversi tra loro, una baby gang e l’uso di TikTok, una rissa di strada e uno scroll su Instagram muovendosi nel solco del proibizionismo paternalista: “Anche se sarà difficile far rispettare tutti i divieti si tratta dei nostri principi morali, bisogna prevenire i comportamenti”.
Una tendenza che accomuna molte democrazie occidentali che si confrontano con la nuova rivoluzione digitale: fino a ieri le politiche giovanili erano state costruite, almeno teoricamente, attorno a istruzione, integrazione, accesso al lavoro, partecipazione civica. Oggi una parte crescente dell’azione pubblica sembra muoversi lungo un’altra direttrice: prevenire comportamenti considerati rischiosi prima che si manifestino. In rete come nella vita cosiddetta reale.
L’elenco è lungo, verifiche obbligatorie dell’età online. controlli parentali, piattaforme bandite, restrizioni agli assembramenti, DASPO urbani. Limitazioni alla vita notturna e repressione della “malamovida”. controlli rafforzati sugli spazi pubblici frequentati dagli adolescenti. Ciascuna misura nasce da motivazioni specifiche e spesso da problemi reali, eppure, osservando l’insieme di queste politiche ci si chiede perché si finisce per ricorrere sempre allo stesso repertorio di strumenti?
La risposta probabilmente non riguarda soltanto i minori e la “questione giovanile” in senso lato ma il modo in cui le società contemporanee affrontano il rischio in un contesto segnato da allarme mediatico e pressione dell’opinione pubblica, la limitazione preventiva dei comportamenti appare spesso la strada più semplice, più visibile per placare l’ansia collettiva, anche se le cifre ci dicono che i reati minorili sono diminuiti, che le città sono più sicure e che persino i suicidi, nell’epoca della declamata solitudine digitale, sono in calo rispetto a trent’anni fa, quando nessuno aveva un telefonino in mano. Il risultato è che la gioventù è diventata uno dei principali terreni di sperimentazione di questa politica della prevenzione del comportamento deviato. Non è un caso che il primo decreto in assoluto del governo Meloni nell’autunno 2022 venne consacrato alla repressione dei rave illegali.
Un provvedimento che, al di là del numero effettivo di eventi coinvolti, ha dato un’impronta specifica all’azione di Palazzo Chigi, basti pensare al successivo decreto Caivano o al cinque in condotta nelle scuole. La stessa logica si ritrova, con modalità diverse, in molti altri paesi europei. In Francia i governi liberal democratici hanno applicato coprifuochi limitati per i minori in città come Tolosa, Clermont-Ferrand, Béziers, Nîmes, Limoge, stabilito sanzioni per i genitori di ragazzi coinvolti in disordini, nel 2023 la premier Élisabeth Borne nnunciò un piano che prevedeva il collocamento di giovani delinquenti in strutture educative più controllate e, in alcuni casi, ispirate a modelli di disciplina quasi militare. E naturalmente anche a Parigi, come a Madrid e in altre capitali europee, è in dirittura d’arrivo la legge che vieterà i social ai minori di 16 anni.
Come si vede non si tratta di destra e sinistra, conservatori, socialdemocratici, liberali, populisti: attorno all’idea che la questione giovanile possa essere gestita restringendo gli spazi di autonomia e libertà individuale accomuna un po’ tutte le famiglie politiche. Il minore non è visto come un cittadino in formazione ma come un soggetto potenzialmente vulnerabile o potenzialmente pericoloso da monitorare. Due rappresentazioni apparentemente opposte ma che condividono un medesimo presupposto: il rischio deve essere neutralizzato prima che si traduca in un comportamento deviante. E in un problema politico.










