di Fulvio Fulvi
Avvenire, 18 novembre 2022
Lettera aperta di 70 penalisti sul caso Cospito: non è un boss, non serve il carcere duro. Manconi: mi appello al Dap, neppure il medico riesce a visitarlo. L’uomo è sottoposto all’ergastolo ostativo nel carcere di Sassari. Dal 20 ottobre fa lo sciopero della fame, mentre cresce la mobilitazione per lui.
condannato all’ergastolo ostativo, l’anarchico Alfredo Cospito sta scontando la sua pena nel carcere sassarese di Bancali. Notte e giorno dentro una piccola cella senza finestre e con una rete sul tetto da cui traspare il cielo a scacchi, unico contatto con l’ambiente esterno. Il detenuto, in stato di isolamento, può uscire da quelle quattro pareti di cemento solo una volta al giorno, per l’ora d’aria. E poi basta. È il rigido regime del 41bis.
È vero, l’anarchico Cospito è finito dentro per “strage contro la sicurezza dello Stato”. Così è scritto nella sentenza della Cassazione. Secondo i giudici con l’ermellino, infatti, fu lui, insieme a una complice, nella notte fra il 2 e il 3 giugno del 2006, a far esplodere due pacchi bomba a basso potenziale nella Scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo.
Non vi furono morti né feriti e nemmeno seri danni alla struttura. Però è terrorismo. Dal 20 ottobre scorso il detenuto, 55 anni, originario di Pescara ma residente a Torino, fa lo sciopero della fame. Non mangia e ha perso finora più di 20 chili.
Ma perché il “prigioniero” si ostina a rifiutare, con questo gesto estremo, la pena che gli è stata applicata? E perché a sostegno del suo caso si è formato in questi mesi in Italia e all’estero un largo movimento con petizioni, appelli e iniziative di protesta? Cerchiamo qui di capire le ragioni.
Nel primo e nel secondo grado di giudizio, il reato ascritto a Cospito era qualificato come “delitto contro la pubblica incolumità”, ma nel luglio scorso la Suprema Corte ha modificato l’imputazione nel ben più grave reato di “strage volta ad attentare alla sicurezza dello Stato” (art. 285 del codice penale).
L’ergastolano non ha mai collaborato con la magistratura, perciò, secondo la legge, gli è stata applicata l’ostatività: ovvero il “fine pena mai” senza possibilità di libertà condizionata né benefici. Eva anche detto che, prima di questa “svolta giudiziaria”, pur essendo sottoposto al regime di Alta Sicurezza: Cospito, come gli altri detenuti nella sua condizione, poteva comunicare con l’esterno, scrivere e ricevere la corrispondenza, mentre ora le lettere gli vengono trattenute. La sua vita in regime di “carcere duro” è un buio assoluto. Senza prospettive. Praticamente sepolto vivo.
Eppure Alfredo Cospito non è un criminale comune e neppure un mafioso stragista. Ha le sue responsabilità, certo, e non si tira indietro. Lo sciopero della fame è l’unico grido possibile che gli rimane contro l’applicazione del 41bis. Vale per lui e per gli altri nella sua medesima condizione. A sostenere questa causa, tra gli altri, il sociologo ed ex parlamentare Luigi Manconi, che ha anche rivolto un appello al capo del Dap (Dipartimento dell’amministrazione giudiziaria), Carlo Renoldi, “affinché a Cospito sta garantita la migliore assistenza”, visto che la dottoressa che deve monitorare le sue condizioni fisiche in questi giorni ha avuto difficoltà persino a incontrarlo.
Intanto i legali del condannato hanno presentato un’istanza di reclamo contro l’applicazione del 41 bis nei suoi confronti: verrà esaminata il primo dicembre. Settanta avvocati penalisti italiani hanno inviato una lettera aperta ai mass media per sollecitare interventi della stampa sul caso Cospito. E ieri, un messaggio di solidarietà all’esponente anarchico è stato affisso sulla facciata del Palazzo di giustizia di Torino.










