di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2026
L’Ocf proclama lo stato di agitazione permanente e il Cnf prende le distanze. Le Camere penali contestano una difesa piegata agli obiettivi dello Stato. Anche l’Anm esprime sconcerto. Non si fermano le polemiche sulla norma, inserita nel decreto sicurezza, che prevede un “premio” per gli avvocati collaborativi nei procedimenti di rimpatrio degli immigrati. Il Consiglio nazionale forense, che pure figura tra gli enti coinvolti, afferma di non saperne niente. L’Organismo congressuale forense dichiara lo stato di agitazione. Le opposizioni sono sugli scudi e la maggioranza non sembra intenzionata a rivedere la norma, anche considerati i tempi strettissimi per la conversione del decreto. Unica apertura viene da Noi Moderati: Per il responsabile Giustizia Gaetano Scalise: “Si tratta di una forzatura normativa. Coinvolgere l’avvocatura in un meccanismo che prevede un compenso all’effettivo rimpatrio introduce una logica premiale incompatibile con libertà della difesa”.
La norma contestata è il nuovo articolo 30-bis (Disposizioni in materia di rimpatri volontari assistiti) che inserisce, il comma 3 bis, nell’art. 14-ter del Testo Unico immigrazione. Si prevede che al rappresentante legale che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario, è riconosciuto, all’esito della partenza, un compenso pari a 615 euro.
L’Associazione nazionale magistrati esprime “sconcerto”. E contesta anche le “limitazioni all’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero mettendo a rischio l’effettività della tutela giurisdizionale”. “Il premio all’insuccesso della strategia difensiva - proseguono i magistrati - contrasta con l’idea stessa di difesa”. “In ogni ambito, il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse”.
Il Consiglio nazionale forense commenta: “In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio Nazionale Forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il CNF precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”. “L’istituzione - prosegue - chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”. Il Presidente Greco rimarca: “Le attività previste non rientrano tra le nostre competenze istituzionali”. “Possiamo pagare - aggiunge - i dipendenti del Consiglio ma non gli avvocati”.
L’Organismo Congressuale Forense esprime “forte stupore”: “Il recente decreto sicurezza - si legge in una nota aveva già inopinatamente escluso di fatto il diritto del migrante ad accedere al patrocino a spese dello Stato. Oggi si introduce un compenso all’avvocato, subordinato esclusivamente all’assistenza al rimpatrio volontario del migrante e da corrispondere all’esito della partenza dello straniero”. “Il testo licenziato - prosegue - non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato”. “L’attività difensiva ha, quale sua prerogativa, la libertà da qualunque potere e che alcun compenso può essere subordinato o previsto solo in ragione di una sorta di collaborazione da parte dell’avvocato nel conformare la sua attività e le sue scelte agli obiettivi perseguiti dalla politica”. L’OCF delibera “lo stato di agitazione dell’intera avvocatura in attesa che, in sede di successivo passaggio alla Camera dei Deputati, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto”.
Al coro di “no” si aggiungono che le Camere penali. “L’emendamento al decreto sicurezza, trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione”. “È una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza”, prosegue la Giunta Ucpi. “Questa previsione tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione. Un’idea che non può che essere respinta con fermezza, in nome di una funzione difensiva libera, indipendente e rivolta esclusivamente alla tutela dei diritti della persona assistita”, conclude la nota”.
Difende la novità il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan: “Oggi l’avvocato viene pagato dallo Stato soltanto se fa ricorso contro l’espulsione di un migrante. Insomma, nessun legale perderà nulla e parecchi saranno invece pagati per una prestazione che oggi svolgono gratuitamente”. Intanto in giornata si parte con le votazioni nelle commissioni. A Montecitorio il voto di fiducia richiede due giorni. Poi toccherà agli ordini del giorno.











