di Annamaria Bernardini De Pace
La Stampa, 21 giugno 2021
Il gruppo aveva agito "con pervicacia, crudeltà e disinvoltur" senza "alcuna remora" nel portare a termine stupro e omicidio. Il branco era composto da quattro africani, che avevano circuito Desirée Mariottini, le avevano ceduto e somministrato sostanze stupefacenti e psicotrope, per poi violentarla e lasciarla morire.
È più che naturale che la madre, alla lettura della sentenza, che ha inflitto a due l'ergastolo e agli due 27 e 24 anni di galera, abbia detto "non è stata fatta giustizia"; tanto più che per uno di loro c'era la possibilità di tornare libero. Io penso che qualsiasi genitore cui sia stato ucciso, peraltro così ferocemente, un figlio, nel proprio intimo vorrebbe perfino vedere morti gli assassini e valuti qualsiasi pena del tutto inadeguata all'orrore commesso e al proprio infinito dolore. A meno che, quel genitore, non sia un santo o quantomeno profondamente religioso. Poi, tutti i giornali hanno riportato che la madre si è sentita "rasserenata" dal sapere che non era più tornato libero il delinquente che sembrava colpito da improvvisa fortuna per un'insperata uscita dal carcere.
Noi cittadini, peraltro, non riusciamo mai a capire che cosa sempre succeda tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, e perché ogni volta ci debbano confondere con i loro dissidi, gli equivoci, le prese di posizione, gli aggiustamenti dell'ultimo minuto. Ecco, forse da qui parte la grande sfiducia che tutti abbiamo nella giustizia e nei magistrati e che ci impedisce di accettare con rispetto qualsiasi sentenza. Errori giudiziari, imprecisioni, distrazioni, lentezze, competizione tra giudici indolenti e procure insolenti; poteri esagerati dei pubblici ministeri, anche come raccontati da Palamara, perché insiti nelle modalità elettive del Csm.
Siamo tutti noi i primi a criticare e disperarci per l'involuzione della giustizia, che in un paese civile dovrebbe essere inattaccabile. E possiamo mai criticare una madre che dice, con il cuore grondante di disperazione, "non è stata fatta giustizia "? No certamente; però la stampa non può fare da eco acritica a questa istintiva reazione. Non c'è dubbio che l'incarcerazione degli assassini di Desirée risponda a esigenze di tutela concreta della collettività. D'altra parte, come potrebbe la collettività non temere chi pronuncia frasi come: "meglio lei morta che noi in galera"?
Nessuna empatia, peraltro, per la vittima da parte dei carnefici; i quali ora devono andare in carcere e ivi trattenersi il più a lungo possibile. Nel rispetto della legge. L'unica persona che può augurarsi, oggi, una pena senza fine per i carnefici di Desirée è la sua mamma. La collettività, invece, non deve identificarsi nel dolore di una madre, ma nello Stato. Confidando, però, che i nostri giudici possano giudicare con razionalità e nel rispetto della legge. Mai con la pancia. Mi piace ricordare un'espressione intelligente di un grande magistrato, Giacomo Ebner, che ha notato una cosa sfuggita ai più: "nella parola legalità è inclusa quella di lealtà".
I giornalisti devono avere una preparazione etica e culturale, e anche giuridica se si occupano di cronaca giudiziaria; il che, potrebbe evitare il loro, per quanto generoso, asservimento alle parole di una madre inconsolabile e ormai sperduta nella vita. Giornalisti preparati, e non ipnotizzati dalle reazioni emotive, avrebbero potuto e dovuto spiegare che la legge non misura la sanzione in rapporto al dolore della vittima, o dei parenti della vittima.
Questo, se mai, può valutarlo una sentenza civile nell'eventuale successiva causa di risarcimento del danno morale ed esistenziale. Ma anche qui, senza reale proporzione tra danno e dolore. Giornalisti preparati avrebbero, quindi, dovuto chiarire ai loro lettori, o ascoltatori, che la pena conseguente a un reato si misura partendo dalle previsioni del codice, passando dalle richieste del Pm, attraversando il contraddittorio processuale, e quindi dando spazio alla difesa, per arrivare al libero convincimento dei giudici; che è basato naturalmente anche sulla verità processuale, cioè sulle prove munite di dignità e non solo sui fatti in sé.
Così facendo, nessun articolo e nessun pezzo raccontato avrebbero mai potuto contenere la forza polemica del giustizialismo fine a se stesso, se non destinato pericolosamente a influenzare l'opinione pubblica. Mettere in primo piano il dolore e la condivisibile rabbia di una madre, abbattuta dallo schifoso e inqualificabile comportamento di quattro criminali, fa però più scena del razionale ragionamento sulla misura della pena in rapporto al reato.
Purtroppo, credo che continuando a fare così, cioè ragionando non sul funzionamento tecnico della giustizia, bensì enfatizzando le emozioni negative, il sistema giustizia sia condannato all'ergastolo della confusione e dell'inadeguatezza. Senza alcuna possibilità di sconto della pena che noi cittadini dobbiamo pagare.











