di Giunta e Osservatorio Carcere Ucpi
camerepenali.it, 21 aprile 2026
Da giorni circola insistentemente la notizia della intenzione di procedere ad un riassetto, attraverso un decreto ministeriale, delle funzioni della nuova “Direzione generale delle specialità del Corpo di polizia penitenziaria”, istituita con Dpr 189/2025, direzione che avrebbe, fra l’altro, il compito di coordinamento delle attività del Gruppo operativo mobile, del Nucleo investigativo centrale, del Gruppo di intervento operativo creato per le rivolte in carcere, di altri reparti speciali del Corpo, del servizio traduzioni e piantonamenti. Secondo queste voci, nel DM in cantiere si stabilisce che le citate articolazioni operative stiano direttamente alle dipendenze della nuova Direzione generale e non più alla gestione diretta del capo del Dap.
L’evoluzione della nuova Direzione generale - le cui competenze mutano dal semplice coordinamento alla gestione gerarchica diretta dei reparti speciali - conferma una preoccupante involuzione culturale. Il sistema penitenziario sembra ormai orientato verso una visione puramente securitaria, a discapito della funzione rieducativa sancita dalla Costituzione. Tale deriva è aggravata da un sovraffollamento critico che, superando il 138%, compromette drasticamente ogni finalità trattamentale.
Al di là di ogni questione di natura costituzionale sulla possibilità che un atto di rango secondario, quale è un decreto ministeriale, possa svuotare e aggirare l’assetto definito da una norma superiore, quale il DPR 189/2025, siamo fortemente preoccupati per le conseguenze che tale sottrazione alle dipendenze del DAP possa provocare, rendendo la polizia penitenziaria un corpo separato, pronto ad essere gestito, in via autonoma e autoreferenziale, da un ipotetico istituendo Dipartimento di polizia penitenziaria, progetto più volte agitato da specifiche organizzazioni sindacali di settore.
Sappiamo bene con quanto sacrificio e spirito di abnegazione, nonostante le carenti risorse umane, il personale di polizia penitenziaria si affanni per riaffermare la “forza della rieducazione alla rieducazione della forza”, ancor più nell’abbandono e nel disastro attuale. Eppure, spingere verso una completa autonomia, gerarchica e gestionale, della polizia penitenziaria al di fuori del DAP, vuol dire allontanare quegli uomini e quelle donne in divisa dalla cornice costituzionale della pena. Se poi, alla paventata riorganizzazione dipartimentale, aggiungiamo lo scandaloso “pacchetto sicurezza” approvato in Senato, che autorizza le operazioni nei penitenziari dei nuclei investigativi sotto copertura, allora il rischio che la “polveriera carcere” esploda fragorosamente risulta davvero concreto.
Fermiamoci, piuttosto, a ripensare una riorganizzazione del DAP con criteri manageriali complessivi, nell’ottica di perseguire davvero il senso costituzionale della pena. Si approfitti della fase di fibrillazione che sta attraversando il dipartimento, per le ragioni a tutti note, per rivedere l’assetto attuale, assicurando all’amministrazione carceraria una dirigenza professionalmente qualificata in grado di gestire con efficienza le cospicue risorse finanziarie attribuitegli.









