di Mario Di Vito
Il Manifesto, 1 novembre 2025
Il costituzionalista Grosso alla guida del comitato delle toghe. Ma nello scontro mediatico già emerge la leadership di Gratteri. Ha il volto rassicurante, il tono di voce pacato e l’eloquio raffinato, Enrico Grosso, avvocato penalista, docente di diritto costituzionale a Torino, presidente onorario del comitato lanciato dall’Anm per sostenere il no al referendum sulla riforma della giustizia, previsto per la prossima primavera.
Il problema è che il dibattito pubblico non funziona così e per accorgersene basta prestare appena un minimo di attenzione verso volti, toni ed eloquio di chi lo frequenta abitualmente. Tutto il contrario rispetto a un Grosso, presentato ufficialmente ieri nella sede dell’Anm al quinto piano del palazzaccio della Cassazione, che parla della separazione delle carriere come di uno “specchietto per le allodole” perché in realtà si parla di una “riforma della garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”. E poi argomenta: “Il punto vero è che si tocca è il Csm sotto tre profili fondamentali: viene duplicato e depotenziato, sorteggiato nella componente togata e gli viene sottratta la funzione disciplinare. Questo serve a realizzare il disegno complessivo di indebolire il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello stato e in particolare da quello politico”. Anche il giudice Antonio Diella, presidente esecutivo del comitato, fa professione di ragionevolezza. “La nostra sfida, bellissima, è quella di uscire dai convegni per parlare con i cittadini - dice -, non andremo a riporto di nessuna forza politica, vogliamo dimostrare di non essere una casta né una corporazione”.
Dall’altra parte abbiamo già visto quali sono i toni. L’ultimo esempio è eloquente: la Corte dei conti boccia il ponte sullo Stretto di Messina e la premier Meloni risponde dicendo che ci penserà la riforma della giustizia a pareggiare i conti. L’intento punitivo del governo verso i magistrati (peraltro quelli contabili non sono minimamente toccati dalla faccenda, ma non importa) è palese. E non passerà giorno, da qui fino al referendum, senza che si parli di casi di malagiustizia, indagini ormai assurde su cold case di decenni fa, dossieraggi sulle vere o presunte stranezze personali di questo o di quel giudice. Questo sarà il dibattito, inutile farsi illusioni.
Così, chi in realtà ha già preso le redini del gioco e non le mollerà è Nicola Gratteri, procuratore di Napoli e volto televisivo capace di attrarre share da partita della nazionale di calcio. Il suo frasario è eloquente: “Quando c’è un governo di destra, mi dicono che sono di sinistra. Quando ce n’è uno di sinistra, dicono che sono di destra. I colleghi mi danno del fascista”; “Stanno demolendo il codice di procedura penale, potremo indagare solo i ladri di polli”; “Gli errori giudiziari? Chi mangia fa molliche”. Con la soglia d’attenzione corrente - stimabile in pochi secondi - lo stile gladiatorio di Gratteri funziona alla grande, quello colto di Grosso molto meno. Sarà sconsolante, ma è un dato di fatto.
Il Comitato “Sì separa” messo su dalla Fondazione Einaudi a sostegno della riforma, conta tra le sue file un gran numero di persone ben allenate al ritmo televisivo, dal presidente Gian Domenico Caiazza a Claudio Velardi, da Ernesto Galli Della Loggia a Pierluigi Battista, fino a quello che quasi inevitabilmente sarà il frontman, Antonio Di Pietro, corteggiatissimo dal governo, anche se lui assicura che farà campagna di testa sua (e c’è da credergli, almeno su questo).
Resta il piano del merito del discorso, che nonostante tutto è il più importante, perché la materia è delicata e riguarda da vicino quello che accade nei tribunali del paese. E così se chiediamo a Grosso perché secondo lui la stragrande maggioranza delle associazioni forsensi, piene di suoi colleghi avvocati, sostenga il sì alla riforma, la risposta è molto chiara. “La separazione delle carriere è uno slogan caro a molti, a partire dall’Unione delle camere penali - sostiene il costituzionalista -, si sono fatti coinvolgere perché così potranno dire di aver realizzato questo loro obiettivo. Ma la separazione è già nei fatti dopo la riforma Cartabia e la vera partita è un’altra”. Quella che punta al Csm e alla demolizione dell’attuale ordine giudiziario. “Questa cosa dovrebbe preoccupare per primi gli avvocati”, conclude Grosso.
La strada verso il referendum è tracciata. Nel comitato dell’Anm l’ultima discussione riguarda la possibilità di raccogliere le firme per indire la consultazione. Non ce n’è bisogno, in realtà: parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione possono supplire l’incomodo dell’organizzazione dei banchetti e molti si sono detti disponibili a farlo. Ma la febbre già sale: Pd, M5s e Avs vogliono partire subito. Saranno mesi lunghissimi.











