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di Alessandro Parrotta*

Il Dubbio, 19 maggio 2022

Continua incessante il vigoroso dibattito sulla Riforma Cartabia e, in particolare, sulle modifiche che questa apporterebbe nella vita lavorativa dei magistrati.

Da un lato, infatti, in nome di una maggiore efficienza della macchina della giustizia - elemento di per sé neutro, e anzi, da più parti auspicato - viene contestato il presunto metodo “aziendalista” che parrebbe esser stato prescelto dal Legislatore e che condurrebbe a ottenere i risultati attesi mediante una tanto laboriosa quanto rischiosa “gerarchizzazione degli uffici giudiziari”, perseguita mediante una stratificazione del programma di gestione. Gestione non più calibrata solo sull’ufficio ma anche sulla sezione e da questa sul singolo magistrato, supportata dalla minaccia dello strumento disciplinare nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

I sostenitori di tale orientamento, tra i quali, da ultimo, il dottor Claudio Castelli, presidente della Corte d’Appello di Brescia, ritengono che alcune delle proposte di cui alla Riforma contribuirebbero a colpire in profondità l’indipendenza del magistrato. Trattasi di quelle che introdurrebbero nuove ipotesi di illeciti disciplinari o estenderebbero la portata di quelli già presenti, che amplierebbero i poteri dei capi degli uffici, che vedrebbero la creazione di un fascicolo personalizzato delle performance del magistrato ai fini della valutazione di professionalità e delle attitudini per il conferimento di incarichi dirigenziali, sulle quali lo scrivente ha già detto su queste pagine.

Non solo. L’intervento riformatore, a detta del dottor Castelli, incrementerebbe un “deleterio carrierismo e arrivismo” tale da condizionare i magistrati ad assumere come unico metro di giudizio della loro attività il “prodotto sentenze”, determinando così un certo conformismo nelle decisioni. Conseguenza immediata di questa deriva sarebbe l’abdicazione dell’organo giudicante ad una visione evolutiva del diritto, perlomeno in tutti quei casi in cui forte sarebbe l’esigenza di adottare pronunce meno comode ma più “coraggiose”. D’altro canto, v’è chi invece accoglie con maggior favore la Riforma, osservando con una buona dose di onestà intellettuale che “uno dei temi cruciali per la riforma della giustizia è la scarsa efficienza di molti uffici giudiziari”. Osservazione di Giuseppe Pignatone, attualmente in carica come presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, il quale rileva - del tutto condivisibilmente che seppur la scarsa efficienza di certi uffici giudiziari non possa attribuirsi tout court a una scarsa produttività dei singoli magistrati, sussistono tuttavia ampi margini per un miglioramento tanto dell’organizzazione dei primi quanto dell’operato dei secondi.

Non si deve infatti dimenticare che il principio ispiratore di questa Riforma, prima ancora che su correzioni a meccanismi più o meno perfettibili che interessano l’amministrazione della giustizia, poggia su una riconquista della credibilità e dell’immagine dell’indipendenza del magistrato agli occhi dei cittadini, i quali inevitabilmente sono portati a valutare il loro grado di affidamento nella stessa in ragione dei soggetti (e delle loro professionalità) che incontrano nell’amministrarla.

È in questi termini, dunque, che le innovazioni apportate dalla Riforma, pur comportando delle importanti modifiche sul piano del funzionamento degli uffici giudiziari e su quello dell’attività professionale del singolo magistrato, si inseriscono e vanno lette. Smettiamola: nessun attentato all’indipendenza del magistrato, costituzionalmente tutelata e strenuamente difesa da tutti gli operatori del diritto.

La qualità dell’amministrazione della giustizia può mantenersi solo in un sistema nel quale la valorizzazione di ciascun magistrato (anche in un’ottica di carriera e di ottenimento di incarichi direttivi o semidirettivi) passi attraverso una costante valutazione soggettiva, completa, integrata, trasparente ed obiettiva di professionalità, come in ogni ambiente lavorativo. Il merito va premiato tanto quanto vanno investigate e, in taluni casi, sanzionate prassi deontologicamente scorrette o gravi e inescusabili negligenze. Lo si ripete, come in ogni ambiente lavorativo e in ogni ordine professionale. Nessuna caccia alle streghe, ma solo l’ambizione di riavvicinare la Giustizia al cittadino, nel nome del quale è amministrata, destinatario ultimo e primo interessato dell’operato dell’attività della magistratura. Amministrare la giustizia significa creare un Sistema che, fermo nei principi costituzionalmente tutelati, sia anche efficiente; sia, cioè, in grado di combinare saggiamente la libertà di giudizio del singolo con l’esigenza di garantire una certa uniformità delle decisioni.

Non si dimentichi, poi, non potendo che aderire sul punto a quanto lucidamente osservato dal dottor Pignatone, che “una giustizia inefficiente è di per sé giustizia negata, che contribuisce quanto gli errori clamorosi o la mancata professionalità a provocare danni serissimi alla collettività”.

*Avvocato, Direttore Ispeg