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di Maurizio Ermisino

retisolidali.it, 16 novembre 2022

Nei suoi 10 anni il manifesto No Prison ha proposto una prospettiva alternativa alla detenzione. La convention “Basta parole: superare il carcere”.

Il manifesto No Prison, scritto nel 2012 da Livio Ferrari assieme a Massimo Pavarini, ha compiuto 10 anni. Nei venti punti di cui si compone offre una nuova prospettiva di pace e riconciliazione, alternativa al carcere, per “ridurre il più possibile il dolore e la sofferenza delle persone che hanno commesso dei reati, e delle vittime degli stessi”, come ricorda Livio Ferrari. L’11 e il 12 novembre scorsi si è svolta a Milano la convention “Basta parole: superare il carcere” e l’assemblea del Movimento. Si è svolta in un momento particolarmente drammatico per le persone in stato di detenzione. A oggi, quest’anno sono 73 i suicidi e 149 i morti nelle carceri italiane, senza dimenticare le migliaia di atti di autolesionismo e le violenze.

Secondo l’art. 27 della Costituzione italiana, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma le morti e violenze che continuano a segnare le esistenze dentro al carcere rendono ancora più evidente quello che era stato affermato già nel 2012 dal manifesto No Prison. In Italia siamo in ritardo per modificare l’attuale assetto dell’esecuzione. Ed è necessario che chi ha le responsabilità legislative trovare un modello che vada oltre un’istituzione come il carcere, che produce tanti morti e sofferenza, e trovare un modello di esecuzione delle condanne che riduca al minino la perdita della libertà. Ne abbiamo parlato con Livio Ferrari, giornalista, scrittore, cantautore ed esperto di politiche penitenziarie, presidente e fondatore del Centro Francescano di Ascolto di Rovigo e portavoce del Movimento No Prison.

Come è stato recepito in questi anni il messaggio del Movimento No Prison? “Il messaggio si è diffuso soprattutto negli ambienti più intellettuali in tutto il mondo” ci ha risposto Livio Ferrari. “Il libro è stato tradotto in Spagna ed è uscito a dicembre, e sta per uscire in Brasile, tradotto in portoghese, dove è nato il movimento No Prison. Quel libro lo abbiamo fatto con tante mani, con tanti amici, nel 2018. L’edizione italiana, Basta dolore e odio: No Prison, lo abbiamo presentato a Milano perché, anno dopo anno, lo vogliamo portare nelle diverse regioni”. “Non abbiamo però supporto degli organi di stampa, a parte qualche caso” ci confida Ferrari. “C’è una lontananza totale. E questo fa sì che continuiamo ad essere dei carbonari. Mentre quello che sta succedendo presupporrebbe una situazione ben diversa dal mondo carcere”.

Morti in carcere: la responsabilità è di governi e parlamenti - Questo che si va a concludere è stato davvero un annus horribilis per le carceri. “Quest’anno, ancora più degli altri, è cresciuto il numero dei morti nelle carceri italiane” ci spiega Ferrari. “Il numero di suicidi è altissimo, e credo che ciò indichi come questo luogo sia fallimentare dal punto di vista degli obiettivi che si era prefisso, quelli della rieducazione. La prevenzione e gli altri meccanismi sono completamente saltati, e questo è ben evidente da quello che succede. Che è la punta dell’iceberg. Ma sotto ci sono atti di autolesionismo, violenze, morti da parte della polizia penitenziaria”. “È un mondo dove c’è un dramma grande, rispetto al quale nessuno fa niente, nessuno si prende le proprie responsabilità” continua. “Mentre le responsabilità ci sono, perché ci sono delle leggi che attengono a questo luogo. Il carcere non è uno stato naturale: è stato creato attraverso delle leggi, e le leggi le fanno i governi e i parlamenti. Sono loro ad avere la responsabilità di quelli che in questi anni stanno soffrendo e sono morti. Ma non è che questa cosa sollevi particolari interessi. E non c’è nessuno che punta l’indice verso queste persone. Che dovrebbero prendersi le loro responsabilità perché la vita delle persone è sempre una responsabilità”.

Il modello dei paesi del Nord Europa - Mentre il movimento No Prison non si ferma all’Italia ma si diffonde nel mondo, ci chiediamo se ci siano, all’estero, dei modelli virtuosi che sono già più avanti rispetto a noi verso misure alternative al carcere. “Diciamo che ci sono leggi virtuose nei paesi del Nord Europa, come Finlandia, Norvegia e Svezia” ci spiega Livio Ferrari. “Ma nella pratica hanno anche loro molte storture e cose negative. Però hanno dei principi che sono quelli più avanti di tutti dal punto di vista legislativo: hanno ridotto la pena a livelli molto bassi, non c’è l’ergastolo come da noi, e soprattutto non c’è l’ergastolo ostativo, per cui non esci più per tutta la vita”. “C’è un’attenzione diversa, c’è una coscienza diversa” continua. “E, soprattutto, negli istituti vengono messe persone che sono pericolose. Ma colui che non è pericoloso non ha nessun senso che rimanga in un luogo di restrizione. Anzi, ha senso che vada liberato per fare tutta una serie di percorsi che vanno dalla restituzione del danno alla ripresa nel senso della legalità della sua storia umana”.

No Prison: creare un movimento più ampio - All’incontro di Milano le voci sono state abbastanza univoche. “In un momento così drammatico anche Luigi Pagano, ex direttore di carcere, ex direttore generale dell’amministrazione penitenziaria, ha ammesso a chiare lettere quanto sia fallimentare questo luogo” ci ha raccontato Ferrari. “L’ aspetto più importante ed emblematico, sul quale lavoreremo nel prossimo futuro, è stato vedere quante realtà nel nostro paese stanno denunciando quello che sta succedendo nel mondo delle carceri. Magari in maniera diversa da noi, che vorremmo proprio buttare via questo modello per costruire invece un altro tipo di risposta a chi commette dei reati, riducendo al minimo la presenza delle carceri, ma in luoghi che non siano come questi. Che siano dei luoghi rispettosi della dignità delle persone: non si può riportare una persona al bene trattandola male, facendola morire o soffrire. Perché ci sia la rieducazione devi fare qualcosa di bello, di positivo. Le nostre posizioni magari sono diverse da quelle di altri soggetti che ci sono in Italia, come l’Associazione Antigone. L’idea generale che è uscita, che è stata alimentata da tanti dei partecipanti al convegno, è stata quella di dire: confrontiamoci, mettiamoci insieme per creare un movimento più ampio, che non sia fatto di tante parrocchie, ma che trovi un minimo comune denominatore. per far sì di incidere sulle politiche espresse dal parlamento e dal governo, e far sì che si possa cambiare”.

Gherardo Colombo: seminare tra i ragazzi - Uno dei personaggi più conosciuti tra le persone che hanno partecipato al convegno è l’ex magistrato Gherardo Colombo, noto per aver fatto parte del pool di Mani Pulite. “Ha dichiarato il suo impegno per tanti anni per creare un mondo più vivibile e far sì che il carcere non sia quello che è” ci ha raccontato Livio Ferrari. “E si sta battendo per un’idea molto bella, quella di seminare tra i ragazzi. Probabilmente chi ha una certa età e una formazione di un certo tipo difficilmente cambierà idea. Se si inizia a promuovere una coscienza, una conoscenza di questi ambienti già in età scolare, questo diventa fondamentale per crescere dentro una storia di legalità e democrazia che in tante parti d’Italia non c’è”.

Le reazioni di pancia vanno mediate con la ragione - Ci sembra che, parlando con le persone, venga fuori sempre una disponibilità generale, un’apertura a un carcere più umano, o, come stiamo dicendo oggi, a luoghi e situazioni alternative al carcere. Ma poi quando arriva il fatto di cronaca più eclatante, più brutale e duro da digerire, ci sono sempre levate di scudi e richieste di pene assolute e severe. È l’aspetto più mediatico, che fa leva sulla pancia delle persone e rischia di spostare l’opinione pubblica vero un altro modo di intendere la pena. Se n’è parlato anche all’incontro di Milano. “È venuto fuori questo aspetto, perché non poteva non esserci” ci racconta Livio Ferrari. “Fa sempre parte di quell’azione necessaria di conoscenza e sensibilizzazione rispetto a tutto quello che succede. Queste sono reazioni di pancia, che vanno poi mediate con la ragione. È come se una macchina sta per investirci, e ci viene un impeto di fastidio. Ma dieci minuti, o mezz’ora dopo, dovrebbe intervenire la ragione per chiedersi cosa è successo. Ci sono sempre delle domande a cui è necessario dare delle risposte, che non devono essere figlie dell’impeto del fastidio e della pancia. Non si torna indietro dai reati, ma si può restituire. Con alcune azioni che portano a politiche di giustizia. Ci sono varie opzioni ed è ora di creare un fronte comune per capire cosa veramente si può fare per arrivare alla cosa essenziale, quella di evitare tutte queste morti, di evitare questo dolore e fermare questa ondata drammatica”.

Come l’Ucraina: il carcere è come una guerra - “Ho paragonato il momento storico a quello che sta succedendo in Ucraina” racconta Livio Ferrari. “Là c’è una guerra in cui sappiamo bene chi sono coloro che l’hanno determinata. Qui abbiamo una guerra in cui tutti i giorni la gente muore ma nessuno chiama in causa i fautori, che sono i politici e i nostri governi che si sono succeduti, che in anni e anni non hanno mai toccato da questo mondo, nonostante le morti. Da Duemila, dall’inizio del nuovo secolo, è un’ecatombe. E non c’è mai stato un intervento per cambiare rotta. Uno dei modi per farlo è modificare le leggi carcerocentriche. Con la sentenza Torregiani l’Italia era stata costretta a ridurre il numero di persone in carcere, anche se poi il numero era sempre quello, perché c’erano le persone ai domiciliari, ma il numero complessivo non è mai cambiato. Il numero non cambierà mai perché, se per un anno o due riduciamo il carcere e aumentiamo la ritenzione domiciliare, una volta che il trend riprende i numeri sono sempre quelli. Perché se non cambi le leggi che creano carcerazione, e le principali sono la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, su immigrazione e tossicodipendenza, le due grosse fette che compongono la presenza in carcere di persone a cui non ha senso che venga tolta la libertà, non cambia niente”.

Mettere in carcere qualcuno significa deresponsabilizzarlo - Ma c’è anche un aspetto finale nel discorso che stiamo facendo. “Mettere in carcere qualcuno dopo che ha commesso un reato significa deresponsabilizzarlo: questa persona così può anche disinteressarsi degli effetti di quello che ha commesso. La responsabilità invece dovrebbe essere un aspetto fondamentale della nostra legge: chi ha commesso un reato dovrebbe non tanto essere condannato per la cattiveria, ma avere l’opportunità di fare dei percorsi che servano a restituire il danno commesso, ad avere effetti risarcitori. Ma, soprattutto, a riprendersi la propria storia di persona legale in uno Stato di diritto, in una repubblica”.