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di Simonetta Agnello Hornby

La Stampa, 8 ottobre 2022

Ascolto l’allarme di queste ore, la paura di un nuovo conflitto nucleare, le sirene della diplomazia che cercano di scongiurare la guerra mondiale e ripenso a quella sventata di poco nel 1962, le settimane in cui con la crisi della Baia dei Porci rischiammo forse più di quanto all’epoca credevamo sarebbe potuto accadere.

Quando il presidente americano Kennedy e quello russo Chruscev si sfidavano sulla pelle di noi tutti, avevo diciassette anni e vivevo nella mia città, Palermo. Cuba era lontana. Quel nome evocava i Caraibi, un luogo che avrei conosciuto solo anni dopo visitando l’Avana per un congresso di scrittori, dove mi fu possibile immergermi in quel popolo ideologizzato e umano, coraggioso, capace di sopportare gli stenti quotidiani. A Cuba ci si accontentava del mito e dei sigari leggendari. Ero una ragazza semplice nel 1962 e la guerra minacciava il mio futuro, ma non avevo paura. Credevo, come pensavo credessero tutti, nell’umanità progressiva, ed ero convinta, come tanti altri, che ce l’avremmo fatta. Lo spettro dell’Apocalisse non si sarebbe materializzato.

Vivevamo di sogni, di orizzonti da scoprire, di grandi paure da esorcizzare ma anche di grandi speranze da condividere. Scoprivamo Paesi lontani e viaggiavamo. La nostra Europa, quella della Comunità europea, garantiva una pace duratura su cui i nostri genitori non avrebbero scommesso mai. Credo che il vero deterrente della guerra fredda sia stato sociale, eravamo noi, era la consapevolezza di venire dalle macerie di due conflitti mescolata alla fiducia nella comunità; sapevamo cosa era successo durante le due guerre mondiali e la conoscenza ci avrebbe protetto dal ripetere il male. Oggi che sono nonna vedo il mondo con occhi diversi. Alle certezze degli ideali si è sostituita l’insicurezza esistenziale, la rabbia, la polverizzazione dei punti di riferimento. Mi sembra che oggi nessuno creda più in qualcosa, che prevalga l’avidità della ricchezza, che la società rivendichi tutto come fosse un diritto al godimento e al sesso, che si sia perduta la bussola. Cosa c’entra con la guerra? C’entra perché mi sento più in pericolo. C’entra perché ho l’impressione che l’individualismo portato alle estreme conseguenze coincida con il nazionalismo e i nazionalisti sono guerrafondai. Allora c’era un equilibrio, nel mondo della crisi di Cuba, ed è saltato.

Ho lavorato per tanti anni come avvocato dei minori. Nelle famiglie di cui mi occupavo ho visto svanire il senso di responsabilità sia nelle madri che nelle nonne, per non parlare dei padri.

Così, camminiamo oggi mantenendoci in bilico su un sentiero strettissimo, come funamboli senza rete. Viviamo in un mondo molto pericoloso. Ma non è il mondo ad essere cambiato, i potenti si sono sempre fatti la guerra. Siamo noi, gente normale, ad essere cambiati e viviamo questa vita come un film, da spettatori che partecipano a distanza. Siamo lontani dal dolore altrui come non lo eravamo quando avevo diciassette anni e questo ci mette in pericolo, più di prima. Anche perché c’è più cattiveria e ci sono più armi a disposizione. Guardiamo tutto leggermente, ci si dispera appena e nutriamo deboli speranze; siamo informati di tutto ma non partecipiamo a nulla, aspettiamo. Anche alla mia età marcerei per un ideale, ma non ci sono marce. Ignavia? Apatia? Penso che siamo semplicemente addormentati. Bisogna fare attenzione a questo, il sonno della ragione può generare mostri. Oggi rischiamo più di ieri. Dobbiamo svegliarci per rendere migliore la vita dei nostri figli e la società intera.