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di Bernard Henry-Levy

La Stampa, 14 agosto 2025

In Ucraina l’Europa è con le spalle al muro: se Zelensky rifiuterà la falsa pace voluta da Putin e Trump, saremo capaci di opporci agli Usa? Nessuno sa, mentre scrivo, cosa verrà fuori dall’incontro di venerdì in Alaska tra Putin e il presidente Trump. Se il vertice ci sarà, come è probabile, il presidente russo avrà ottenuto una foto valida per il visto di riammissione nell’insieme delle nazioni. Il presidente americano, invece, avrà dimostrato di non essere stato travolto dall’ondata di collera della sua base alla quale aveva detto: “Vi verrà l’acquolina in bocca, miei cari, sono in arrivo le succose rivelazioni del caso Epstein”. Poi, però, all’ultimo momento le aveva tolto il piatto da sotto il naso. Gli europei saranno stati messi in disparte. Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Zelensky non sarà stato preso in considerazione.

E, quantunque nell’arena politica possa sempre accadere di tutto, quantunque si possa sperare di vedere Trump toccato dalla grazia ucraina o costretto dalla minoranza dei rappresentanti - che, nell’ambito della sua maggioranza, non ne possono più di vedere la Russia putiniana, l’eterna nemica dell’America, infangare la loro bandiera e ridicolizzare i loro valori -, è più plausibile che possa accadere quanto segue. Un piano americano, con l’apparenza del buonsenso, confonderà le opinioni e maschererà la sua infamia sotto l’opinabile involucro di uno “scambio di territori”, barattando terre ucraine (occupate e mantenute) con altre terre ucraine (dove l’esercito di Zelensky resiste e che si avrà la bontà d’animo di lasciargli).

Come sempre, potrei sbagliarmi. Tuttavia, ho parlato con uno degli inviati di Trump. Al Congresso ho perorato la causa dell’Ucraina, una, indivisibile e libera, e mi sono fatto un’idea abbastanza precisa di quello che la maggioranza dei Maga desidera. C’è davvero da temere che l’ultima parola, ahimè, non sia quella. Si può immaginare, pertanto, la gioia malvagia delle opinioni, l’euforia dei mercati finanziari e le acclamazioni dei pacifisti che - come i “cons”, i “cretini” di cui parlò Daladier di ritorno da Monaco, sibilando all’orecchio di Alexis Leger, detto Saint-John Perse, che non avevano idea di quale menzogna stessero acclamando - si ritroveranno immediatamente oltre al disonore anche una nuova guerra ancora più terribile e ancora più mondiale. Ciò su cui non sussistono dubbi, al contrario, è che gli ucraini non prenderanno mai parte a questa disfatta e non accetteranno un piano che, da qualunque parte lo si consideri, equivarrebbe a una capitolazione.

Perché mai dovrebbero farlo? Quando si sono perduti tanti connazionali e tanti dei propri cari, quando si sono viste ammucchiarsi cataste dei morti, quando a ogni angolo di strada ci si imbatte in eroici uomini e donne divenuti mutilati, è mai possibile cancellare tutto, quasi si trattasse di un calcolo errato alla lavagna, “sofferenze inutili”, “morti inutili”? E, soprattutto, fino a quando si continuerà a ripetere, come un disco rotto, che “il tempo gioca a favore della Russia” e che “l’Ucraina è in difficoltà”, tenuto conto che in tre anni e mezzo di combattimenti la prima non è riuscita a conquistare che l’uno per cento del territorio desiderato e che non passa settimana senza che la seconda possa vantare una vittoria eclatante in territorio russo che attira l’ammirazione dell’intera comunità internazionale?

Certo, tutto può ancora cambiare. Io non sarò mai più ucraino degli ucraini, ma credo che Zelensky non abbia motivo di cedere a una soldataglia russa che lui sa essere demoralizzata, rimpinguata da mercenari ancora meno motivati e che, su taluni fronti, ricorda lo stato d’animo dei combattenti del 1917 che alzarono le armi in segno di resa e prepararono la pace separata di Brest-Litovsk.

Resta l’atteggiamento degli alleati e, in particolare, dell’Europa. Se l’Ucraina rifiuterà la falsa pace senza garanzie di sicurezza che si tenterà di imporle in Alaska e se Trump, esasperato, se ne tirerà fuori - come non smettono di minacciare dietro le quinte i suoi consiglieri (“non esasperate il presidente… se il presidente dovesse perdere la pazienza, manderà tutti a quel paese e lascerà i belligeranti ai loro giochi…”), saremo capaci di opporci a un’America che non abbiamo avuto il coraggio di contrariare per la questione dei dazi doganali?

Raccoglieremo, al posto suo, il guanto della sfida che il Cremlino ha lanciato al mondo libero, con una mossa senza precedenti da ottanta anni a questa parte? Il ministro tedesco degli Affari esteri fa sul serio quando, in visita a Kiev, promette di dotare l’Ucraina di una “difesa aerea” degna di questo nome? La formula di una Coalizione di volenterosi, lanciata a Londra il 2 marzo dal primo ministro britannico Starmer, è un’idea campata per aria, un progetto nato morto, oppure le verranno accordati i mezzi per esistere prima di concludere un cessate il fuoco che, al momento, tutto sembra indicare che si farebbe a spese degli ucraini? E il presidente Macron, che nel corso degli anni ha allacciato rapporti di fiducia con il suo omologo Zelensky, sarà ascoltato quando ripete che le frontiere dell’Ucraina sono le nostre frontiere, che la sua guerra è la nostra guerra, che difendendola è anche per noi che combattiamo?

In Ucraina, l’Europa è con le spalle al muro. Adesso o mai più, dice il gran maestro degli orologi che scandiscono il tempo degli uomini liberi. Un giorno, che Dio non voglia, la macchina infernale, lanciata a tutta velocità, non potrà più fermarsi ed egli dirà: il momento giusto era ieri o mai più. Quel momento è passato. È troppo tardi.