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di Luca Grecchi

Corriere della Sera, 18 luglio 2026

Risulta ancora frequente, nella mentalità comune, sentir parlare, in rapporto a vari gruppi minoritari di persone, come gli stranieri, i poveri o i disabili, di “noi” e “loro”. Ritenersi parte del “noi” produce l’effetto rassicurante di costituire un’identità di appartenenza maggioritaria. La presenza di un “noi” richiede però, appunto, la presenza di un “loro”, ossia di un gruppo sociale che per vari motivi - culturali, economici, psicofisici - viene considerato inferiore, da cui prendere le distanze. Questo processo sociale di “alterizzazione”, ossia di creazione della figura dell’altro, recide tuttavia in modo artificioso l’unità sostanziale del genere umano, con effetti che sono sempre dannosi, i quali stanno all’origine di ogni discriminazione.

Chi distingue tra un “noi” e un “loro” non è necessariamente razzista, classista, abilista, ecc., ma è anzi solitamente una persona che, all’interno di un contesto sociale gerarchico e competitivo come quello attuale, semplicemente segue la corrente immaginandosi, tra i vari gruppi in cui viene suddivisa la società, in quello più forte, spesso soprattutto per ridurre il timore di appartenere a quello più debole. Da sempre, del resto, il potere si struttura dividendo le persone. La politica, tuttavia, come prevede la Costituzione, incentrata su una filosofia di matrice personalista - che pone a fondamento del vivere civile il carattere universale dell’essere umano -, dovrebbe sul piano culturale allontanare proprio da questa deriva, ossia dalla diffusione di differenze discriminanti. Accade però, sovente, il contrario.

Le differenziazioni non necessarie sono in effetti oggi molto diffuse, come si può notare, ad esempio, riflettendo sul caso della creazione di uno specifico Ministero per le Disabilità. Anche qualora, infatti, il Governo che lo ha istituito fosse stato mosso da finalità inclusive, si dovrebbe quanto meno sottolineare, in merito, che ha compiuto un’operazione culturalmente inopportuna. La disabilità è in effetti una condizione trasversale, che può riguardare tutte le persone, per cui occuparsi dei disabili richiede, semplicemente, occuparsi di tutti, e non creare situazioni speciali. Per questo motivo non occorre un Ministero ad hoc, ma che le risorse siano disponibili, gli ospedali funzionino, le opportunità lavorative esistano, e così via. Le persone con disabilità sono esattamente come tutte le altre. La presenza di un Ministero apposito produce invece l’effetto, nel senso comune, di alimentare una presunta differenza, rafforzando nell’immaginario collettivo l’idea che “loro” siano beneficiarie di chissà quali risorse supplementari rispetto a “noi”.

Ritorniamo, in ogni caso, al carattere filosofico della questione, il quale mostra chiaramente che, in generale, ogni divisione tra “noi” e “loro” risulta essere arbitraria. Ciò si evince, peraltro, già dal fatto che non è mai univoco il punto in cui dovrebbe determinarsi tale divisione. In questo senso, la separazione tra persone abili e disabili è solo un caso particolare della regola generale. Molteplici sono in effetti le abilità degli esseri umani, per cui non si comprende quali, e di quanto, esse dovrebbero risultare mancanti affinché le persone siano inserite nell’una o nell’altra delle due categorie. Ciò può essere esito soltanto di una convenzione sociale, come tale appunto, nel contenuto, arbitraria. Come ricordato, comunque, è la stessa idea di una possibile cesura all’interno del genere umano ad essere, filosoficamente, ingiustificata.

Il genere umano è infatti unitario. Gli esseri umani, cioè, come scriveva Aristotele nelle Categorie, sono tutti sostanze della medesima specie, per cui sono, nella loro essenza, tutti uguali. Ciò che cambia sono esclusivamente, in ogni individuo, gli elementi individuali, che in quanto tali non sono, appunto, essenziali - ossia non determinano le caratteristiche generali dell’umanità, ma solo i tratti specifici del singolo -, per cui non producono alcuna separazione ontologica all’interno del genere. A tutte le sostanze, quali sono come detto anche gli esseri umani (in greco anthropoi), appartiene inoltre sia la proprietà di non ammettere contrario (non esiste il contrario di anthropos), sia di non ammettere differenze di grado (non si può essere più o meno anthropoi). Per questo non è possibile effettuare, in maniera fondata, alcuna cesura all’interno del genere umano, tale da porre alcuni soggetti da una parte ed altri dalla parte contraria, a causa di una loro presunta minore umanità.

Essere “disabile”, nei vari modi in cui si può esserlo, è pertanto solo una delle molteplici caratteristiche di ogni persona, così come essere saggia, mancina, magra, ecc. Per questo le cesure che dividono in due l’intero campo della realtà umana, considerando come determinante un unico aspetto di quella che è invece la pluralità composita delle dotazioni di ogni persona, risultano inopportune. Non è casuale, in proposito, che proprio da queste separazioni binarie siano nate, nella storia, le maggiori forme di differenziazione, tutte con effetti dannosi. Tale fu ad esempio, in alcuni decenni del V secolo a.C., la distinzione oppositiva tra greci e barbari operata nella Grecia classica, una delle prime contrapposizioni occidentali poste in essere tra un “noi” e un “loro”.

Vorrei però ricordare, in merito, che già Platone, nel Politico, criticava questa opposizione effettuata soprattutto dal senso comune. I barbari erano infatti, per lui, semplicemente i “non greci”, o meglio i “non parlanti in lingua greca”, e non individui invasori “meno umani” di altri. Egli riteneva che questa distinzione contrastiva costituisse una operazione ontologicamente insensata, come dividere i numeri naturali separando il 10.000 da tutti gli altri numeri, oppure dividere il regno animale separando gli esseri umani da tutti gli altri animali. Nel Sofista, inoltre, Platone disapprovava ogni dicotomia applicata a entità complesse, ovvero costituite da una molteplicità di caratteristiche essenziali, proprio in quanto la riduzione delle stesse ad una sola semplificava in maniera eccessiva, quindi arbitraria, la realtà. Una separazione dicotomica, infatti, può essere applicata soltanto a entità semplici potenzialmente binarie (come ad esempio l’insieme dei numeri naturali, effettivamente divisibile nelle due categorie escludentisi di pari e dispari), non a entità complesse come il genere umano, con riferimento al quale le cesure agiscono in maniera inevitabilmente riduzionistica. Finché, tuttavia, non si prenderà atto della comune umanità di tutti gli esseri umani, nessuno escluso, la separazione tra “noi” e “loro”, nelle sue varie forme, continuerà a sussistere, con il suo carico di discriminazione.