di Marcello Sorgi
La Stampa, 12 novembre 2020
Adesso tutti diranno che è colpa del governo. Bastava leggere tra le righe la sconfortata intervista che Conte ha rilasciato al direttore Massimo Giannini: ora che si è capito che un secondo lockdown è in arrivo, sotto forma di resa del governo al tentativo di salvaguardare una parte delle attività economiche e dei consumi, oppure con un trasferimento generalizzato delle regioni in categoria rossa, la reazione della gente sarà quella.
Il governo non doveva riaprire le scuole, sapendo che si sarebbero trasformate in un moltiplicatore dei contagi. Doveva trovare il modo di caricare solo a metà gli autobus e le metropolitane, invece di consentire che la gente ci si ammassasse dentro come se nulla fosse.
Non doveva perder tempo quest'estate, dedicandosi al potenziamento degli ospedali che è mancato. Dopo quanto era accaduto nelle discoteche ad agosto, doveva subito impedire gli assembramenti dei ragazzi nei bar, nelle piazze, nelle strade dei centri storici chiusi al traffico. E avendo già sperimentato la disobbedienza dei governatori, avrebbe dovuto riportarli all'ordine d'autorità.
Tutto vero, per carità, e l'elenco delle colpe di cui Conte e i suoi ministri saranno chiamati a rispondere potrebbe continuare con l'indecisionismo che, a differenza di quanto hanno fatto i suoi colleghi Merkel, Macron e Johnson, ha portato il premier a rinviare troppo il blocco, sottovalutando la seconda ondata del virus; o con la caparbietà di continuare a usare gli odiati Dpcm, sollevando le ire del Parlamento. O con l'incapacità di trovare una qualche forma di intesa con l'opposizione, come invano era stato perorato da Mattarella.
Ma adesso che il lockdown è di ritorno e il cenone di Natale in pericolo, forse dovremmo chiederci se anche noi italiani non abbiamo qualcosa da rimproverarci, se insomma non ci abbiamo messo del nostro per ritrovarci nella situazione gravissima in cui siamo immersi. Basta solo ripercorrere l'elenco delle accuse, cambiando i soggetti.
Ad esempio, era proprio necessario stiparsi come sardine nei mezzi pubblici, sapendo che sarebbe stata una via sicura per moltiplicare i contagi? Ed era tollerabile che gran parte delle persone, per strada, o non portassero la mascherina o se la mettessero come un bavaglino o infilata sull'avambraccio, rendendola inutile come dispositivo di protezione?
Non parliamo del distanziamento o del ricorso frequente al lavaggio delle mani. Ecco, questi tre semplici modi di difendersi dal virus, spiegati, rispiegati e raccomandati da tutti gli esperti in tv, scritti e riscritti sulle vetrine di qualsiasi negozio, consigliati dai propri medici curanti, che abbiamo tempestato di telefonate quotidiane per dar sfogo alle nostre ansie, sono stati sistematicamente disattesi.
Ed era indispensabile formare tavolate da dodici, quattordici, sedici, venti commensali nelle pizzerie e nei ristoranti, con l'unico accorgimento, consentito dai ristoratori meno severi, di formare gruppi di tavoli da sei distanziati da una ventina di centimetri?
Fatta la legge, trovato l'inganno, anche in questo caso: ma a danno di chi? Inoltre, che senso ha avuto rispettare, anzi accogliere felicemente il ritorno allo smart working, che ci ha consentito di restare a casa dal lunedì al venerdì, per poi correre sulle spiagge il sabato e la domenica, approfittando dell'allungamento della buona stagione, sdraiandosi al sole uno addossato all'altro, o passeggiando a stretto contatto sul bagnasciuga? Ma è ridicolo, se si è in costume, mettersi la mascherina, obietterà il solito brontolone. Sarà pure ridicolo, ma è necessario.
Per finire, anche se l'elenco delle trasgressioni e delle furbizie sarebbe infinito, inspiegabile è stato il comportamento rispetto agli obblighi, in verità assai limitati, previsti per le regioni catalogate in giallo (nella prima settimana del nuovo regime, oltre due terzi del territorio nazionale). Si può dire che gli italiani li hanno interpretati come molti, troppi di loro, fanno al semaforo quando hanno fretta: il giallo è verde, attraversano e vanno a sbattere.
Così facendo - è duro ammetterlo, che amarezza - noi italiani, non tutti per fortuna, in queste due settimane che dovevano servire a garantirci un minimo di libertà, seppure in una situazione di emergenza, siamo stati capaci di dare il peggio di noi.
Di non capire che lo facevamo contro noi stessi. Di sfoderare il catalogo dei vizi che motivò la straordinaria battuta di Nanni Moretti in "Ecce Bombo": "Ve lo meritate Alberto Sordi!". Nei cinema, ha raccontato il regista, quando questa frase risuonava, scendeva il silenzio, forse carico di senso di colpa. In occasione del centenario della nascita del grande attore romano, bisognerebbe riflettere che su certe cose, certi atteggiamenti, non c'è più tanto da scherzare.










