di Valeria D’Autilia
La Stampa, 14 aprile 2025
Le testimonianze dei dottori diventano un libro: “Ustioni e disidratazione, la traversata del Mediterraneo è un inferno”. “Kullu tamam?”. “Tutto bene?” chiedono, in arabo, i soccorritori. E poi la risposta, di quelle che aprono il cuore: “Miya Miya”. Tradotto letteralmente: “Al 100 per cento”. Nonostante la traversata, la paura, i segni sul corpo e nella mente, va davvero “tutto bene”. Perché sono salvi. Lo capiscono i medici che, da tempo, sono in prima linea nell’accoglienza. Imparano a capirlo da subito anche gli specializzandi in malattie infettive e tropicali dell’università degli studi di Bari “Aldo Moro” che, da due anni, operano sul molo Favaloro di Lampedusa. A rotazione, sono impegnati nella vigilanza sanitaria transfrontaliera durante gli sbarchi, grazie ad un accordo tra università e direzione prevenzione del ministero della Salute (nello specifico Usmaf-Sasn Sicilia), riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “best practice” per la promozione della salute di migranti e rifugiati.
E così quella frase - che hanno sentito spesso durante le operazioni di soccorso - è diventata un libro. Si chiama “Miya Miya. Riflessioni da uno scoglio di confine” (edizioni La Meridiana) ed è una raccolta di pensieri e testimonianze di questi giovani specializzandi che, per qualche settimana, sono stati in prima linea sull’isola. Sanno di essere cambiati, “come persone e come medici”. Per ognuno di loro, un mese di permanenza. Qualcuno ne ha fatti due.
La dottoressa Mariangela Cormio è rientrata da Lampedusa il mese scorso. Era la sua quarta volta. “Ognuno di noi è consapevole che ci sono persone che si mettono in mare e rischiano la vita per arrivare in Italia. Ma solo quando sei lì, capisci che è una storia che potrebbe essere anche la tua”. Ha 39 anni, con la memoria ripercorre prima i ricordi più felici. “Il suono di un “grazie” in inglese da parte di una bambina solo perché le avevo chiesto come potevo aiutarla”. E poi altri bimbi in condizioni considerate ad alto rischio che però, grazie alle cure, si normalizzavano. O una donna sieropositiva che ha trovato il coraggio di confidarsi con lei, intuendo che a quella dottoressa estranea poteva dire tutto. “Poi ci sono quelli che non ce l’hanno fatta, spesso molto giovani”. Ha vissuto anche gli sbarchi del settembre di due anni fa. “Circa 10mila persone in pochi giorni, senti tutto il peso dell’impotenza”.
Gli specializzandi coinvolti nel progetto fanno soprattutto screening. Sono attività assistenziali sotto tutoraggio, grazie alla collaborazione con l’ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera. Molti arrivano con ustioni, segni di disidratazione, malattie della pelle o problematiche legate all’insolazione durante la lunga traversata. È proprio sul molo che viene fatta una anamnesi rapida, in modo da individuare chi necessita di un intervento immediato. “Nei giorni di sovraffollamento - ricorda Mariangela - ho chiesto il loro aiuto per la gestione dell’ordine. E quindi di non spingere, aspettare, rimanere fermi. E lo chiedevo a persone che arrivavano da giorni di stenti. Eppure mi hanno ascoltata. Ciò che colpisce è la loro dignità e la capacità di aprirsi all’altro”.
L’idea di questo diario collettivo è nata dagli stessi specializzandi. Al loro rientro, sentivano di voler affidare alla scrittura questa esperienza. All’inizio con dei post sulla pagina Facebook della scuola di specializzazione in malattie infettive e tropicali di Bari, poi con il volume vero e proprio. Stefano racconta di essersi sentito “travolto” da qualcosa di più grande di lui, in grado di “ricordarti perché fai quel che fai e perché è giusto farlo”. Roberta ha negli occhi quei bambini. “Spesso - scrive - bastano dei gessetti colorati e delle bolle di sapone dati dai volontari a riportarli alla loro età”. Alla notizia dell’ennesimo barcone in arrivo, Laura sente che la sua angoscia è quella di tutti. “Staranno tutti bene? La barca riuscirà a raggiungere il molo senza che si rib
alti?”. Luisana era lì la notte del 20 ottobre 2022, quando un’esplosione su un barchino “ha spento la vita di una bambina di 10 mesi e di un bimbo di 2 anni. Assisto a un dolore a cui credo non ci si possa abituare mai”.
La professoressa Annalisa Saracino è la direttrice dell’unità operativa di malattie infettive del Policlinico di Bari. “Dal 2022 ad oggi sono 22 i medici partiti dalla nostra clinica per prestare assistenza a Lampedusa. Per un infettivologo l’esperienza formativa sul campo, in situazioni di frontiera, non deve mancare. Questo progetto non solo rafforza le competenze cliniche e umane, ma rappresenta anche un modello innovativo per la formazione sanitaria”. Sull’isola c’è stata anche lei, per le attività di supervisione. “Spesso si dice che è difficile coinvolgere i giovani. Invece tutti quelli che sono tornati ci hanno ringraziati per questa opportunità. Oltre all’interesse dal punto di vista scientifico, è stato forte l’impatto umano. Per un medico avere a che fare con la morte non è mai semplice, ma nelle loro parole ci sono anche tante esperienze di vita”.











