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di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 24 ottobre 2025

A Gaza non c’è ancora la pace, mentre in Italia continua una zuffa politica con accuse e contraccuse che non offre alcun contributo e diventa una paradossale comfort zone ideologica alla quale rischiamo di abituarci. “The war is over”. La guerra è finita, ma non esattamente. Non a Gaza, dove Hamas - a colpi di kalashnikov ed esecuzioni sommarie degli “oppositori” - sta riempiendo il vuoto lasciato tra le macerie dall’esercito di Israele. Non in Italia, dove accuse e contraccuse tra schieramenti opposti si inseguono lasciandoci in balìa di una ruota di verità alternative che non porta da nessuna parte. È un po’ quella “stasi iperaccelerata” o “inerzia polare” di cui parla, sul piano della riflessione filosofica, Mauro Bonazzi (a pagina 31). La sensazione è che la ruota dei famosi criceti sia diventata una paradossale comfort zone ideologica: sappiamo che non contribuiamo ad alcun cambiamento, continuando ad azzuffarci, ma non doverci spostare - non dover abbandonare la nostra gabbietta - ci regala un sollievo inconfessato. Magari resta, sì, un residuo di cattiva coscienza: confidiamo però di abituarci, come si fa con il fischio costante dell’acufene. E così la guerra non finisce.

Potremmo, nel disordine e nel dolore, tentare invece di salvare qualche frammento, pezzi sparsi, buoni per ricostruire. Parole che sono state pronunciate in questi giorni e che sono finite “missing in action”. Disperse sul campo di battaglia.

Pierbattista Pizzaballa, cardinale, francescano, patriarca di Gerusalemme, ha chiesto una piccola cosa gigantesca. Che la tregua porti con sé, tra le falle di un accordo con troppi punti sospesi, l’inizio dell’anno scolastico per i bambini e le bambine di Gaza. Due anni sono stati bruciati dalla guerra, ma ora - ottobre 2025 - potrebbe essere il tempo giusto di una ripartenza.

Via dalle strade polverose, dove li vediamo rincorrersi nei video che ci raccontano la Striscia, e dentro qualunque spazio che li protegga dalla mancanza di istruzione. Prima del 7 ottobre, data del pogrom che generò il conflitto, il sistema scolastico di Gaza (supportato dalle Nazioni Unite) era tra i più sviluppati della regione: garantiva ai 2,2 milioni di abitanti un tasso di analfabetismo bassissimo rispetto al mondo arabo (1,8 per cento nel 2022). Si contavano una dozzina di università o istituti di educazione superiore, di cui quattro a Gaza City. Ricominciare da lì - dai libri e dai computer, dalla ricostruzione fisica delle aule come dallo sviluppo di scuole digitali itineranti già avviate in questi mesi - significherebbe (anche) sottrarre braccia armate ai terrorismi futuri. In un fazzoletto di terra dove il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e neppure il 3% raggiunge i 65.

E ancora. Yair Lapid, capo dell’opposizione israeliana, l’unico leader che non sia entrato nella coalizione guidata da Benjamin Netanyahu, ha preso la parola alla Knesset (nel giorno della celebrazione di Trump, il 13 ottobre) e si è rivolto ai manifestanti proPal: non fatevi ingannare dalla propaganda, Hamas non è resistenza, bensì un’organizzazione di fanatici terroristi che non possono in alcun modo essere “condonati” se vi riconoscete nei valori liberali. Non giustificate i movimenti o i regimi integralisti in nome del progressismo: non sono soltanto un pericolo per la nostra sicurezza, rappresentano una minaccia morale e ideologica nelle vostre città.

Possiamo scegliere il nostro angolo. E scendere dalla ruota delle parole inerti.