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di Flavia Amabile

La Stampa, 29 giugno 2026

L’attivista della Flotilla Domenico Centrone racconta il mese di sequestro: così hanno assaltato e distrutto le ambulanze. L’ipotesi di un’azione legale per violazione dei diritti umani. Sospettati di essere dei fiancheggiatori di Hamas, le ambulanze prese d’assalto, gli inganni, le continue violenze psicologiche da parte degli agenti della Libia orientale controllata dal generale Haftar. Domenico Centrone, uno dei due attivisti italiani della missione di terra della Global Sumud Flotilla costretti a rimanere per un mese in un centro di detenzione dei servizi segreti a Bengasi mentre portavano aiuti umanitari a Gaza, aggiunge alcuni dettagli ancora non noti sul trattamento subito. Un trattamento per il quale stanno valutando se procedere con un’azione legale per violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. “Fermare un convoglio umanitario è ancora una volta una violazione del diritto internazionale” spiega. Ma il convoglio non è stato solo fermato, è accaduto qualcosa di molto più grave.

È domenica 24 maggio quando, dopo essere rimasti bloccati a Sirte, una delegazione della Flotilla di terra si avvia verso il confine con la Libia orientale per discutere modi e tempi della prosecuzione della spedizione. “Ci siamo addentrati verso il confine solo con due ambulanze”, racconta Domenico Centrone. “Io ero nell’ambulanza di destra e ho visto lungo il confine un muro formato da venti blindati e una cinquantina di soldati con le uniformi blu della Cirenaica. Arrivati a 100-200 metri dal checkpoint siamo stati fermati da due Suv che sono arrivati a grande velocità e hanno tagliato la strada alle ambulanze costringendole a fermarsi. Dai Suv sono usciti degli uomini in borghese che ci hanno intimato di scendere. Una volta fuori, ci hanno strattonato, perquisiti con una certa violenza, strappandoci anche i vestiti e l’hijab a una nostra compagna musulmana. Poi hanno messo a soqquadro le ambulanze lanciando a terra medicinali, lettini e tutto quello che c’era all’interno”.

Senza una parola di spiegazione e senza che il confine fosse stato attraversato, gli attivisti sono stati portati via, gli uomini in un blindato, le donne nei Suv. In totale, dieci persone. “Ci hanno portato in un centro di smistamento dei migranti a Sirte”, prosegue Domenico Centrone. Abbiamo trascorso un giorno e mezzo lì e abbiamo subito l’interrogatorio più lungo e duro di tutti, con toni violenti e minacciosi. Il mio turno è stato dalle due alle sei meno un quarto del mattino. Volevano sapere tutti i dettagli della missione ma soprattutto erano convinti che ci fossero dei terroristi di Hamas al nostro interno. Mi hanno mostrato foto di persone per sapere se le conoscessi, volevano sapere i nomi dei nostri compagni della Libia occidentale. Abbiamo resistito, nessuno di noi ha rivelato nulla per non mettere inutilmente in pericolo delle persone che con Hamas non hanno nulla a che fare”.

Dopo un giorno e mezzo nel centro, sono stati trasferiti in un aeroporto dove un charter li stava aspettando. “Le guardie si sono scusate e ci hanno detto che ci avrebbero riportato in Italia. A noi sembrava normale che fosse così, non avevamo commesso alcun reato. Una volta all’interno dell’aereo abbiamo sentito il pilota che annunciava che saremmo andati a Bengasi, cioè nella Libia orientale invece di riportarci a Tripoli da dove avremmo potuto prendere un aereo per l’Italia. Abbiamo chiesto spiegazioni, hanno continuato a rassicurarci. Ci hanno detto che lì ci avrebbe aspettato qualcuno e che poi saremmo rientrati. Ci siamo fidati, abbiamo pensato che avessero preso accordi con il console che sarebbe stato lì all’arrivo”. All’aeroporto di Bengasi effettivamente c’erano dei Suv parcheggiati sulla pista. Ma hanno portato gli attivisti, a grande velocità e con le sirene spiegate, molto lontano dal consolato. “Abbiamo attraversato la periferia della città e ci siamo fermati solo quando siamo arrivati davanti a una struttura gigantesca, senza insegne, senza nomi. Eravamo pietrificati perché passare dalla gioia del rientro trovarci in un carcere dei servizi segreti ci ha messo molta paura”.

Da quel momento in poi sono stati messi prima in isolamento, ognuno in una cella di 2 metri per due. Poi in celle lievemente più grandi dove dormivano in tre a terra “su dei materassini sudici”. “Siamo rimasti lì un mese - prosegue Domenico Centrone - senza poter parlare con un avvocato, senza capire che cosa contenevano le nostre dichiarazioni scritte in arabo, senza parlare con le nostre famiglie se non dopo dodici giorni. Sono violazioni che ci hanno messo addosso una pressione psicologica molto forte”.

Isolati rispetto al mondo esterno ma all’interno dopo alcuni giorni si è creato un rapporto con le guardie del carcere. “Condividevano le sigarette, il tè, il cibo. Ci hanno confidato le loro difficoltà e molti ci hanno confessato che il prossimo anno si sarebbero organizzati per venire in Italia con un barcone”. Domenico Centrone si concede un sorriso alla fine di questo lungo racconto: “Li abbiamo sconsigliati”.