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di Omar Alshogre*

 

Internazionale, 17 marzo 2021

 

Sono passati dieci anni da quando ho assaporato per la prima volta la libertà. Il 18 marzo 2011 ricevetti una telefonata da mio cugino Bashir, allora ventenne. Con voce tremante mi chiedeva di raggiungerlo nel centro di Baniyas, una città a dieci minuti dal mio villaggio, Al Bayda. "Gli uccelli si stanno radunando, devi venire", mi disse.
Avevo quindici anni ma compresi il significato delle parole in codice. Avevo visto in tv le proteste scoppiate in Tunisia ed Egitto. Il 6 marzo erano arrivate in Siria, dove gli abitanti di Daraa avevano protestato contro l'arresto e la tortura di quindici studenti che avevano realizzato dei graffiti contro il governo. Il 15 marzo c'erano stati altri disordini a Damasco. Avevo capito che era arrivato il turno della mia città.
Mio padre, un militare in pensione, aveva intercettato la nostra conversazione. "Resta a casa", mi disse, "sta' al sicuro". Conosceva fin troppo bene la corruzione e la violenza del regime visto che, alcuni decenni prima, i suoi cugini erano stati imprigionati per dodici anni. In quel momento cercava di proteggere me e i miei fratelli.
Ma io volevo disperatamente partecipare a qualcosa di così importante. Non tanto per la corruzione del regime - ormai talmente normalizzata che quasi non la si notava più - ma perché tutti i miei compagni di classe e amici partecipavano, e io volevo unirmi a loro. Mio padre credeva nella necessità di una rivoluzione, ma aveva paura per me. Tutta l'eccitazione che provavo in quel momento la incanalai nello sforzo di convincerlo a lasciarmi andare. Forse fu la speranza che vide nei miei occhi a fargli cambiare idea. Alla fine accettò di accompagnarmi in moto.
Per strada pensavo che si sarebbe unito a noi ma, una volta arrivati, si limitò a farmi scendere dicendo: "Nasconditi il viso, potrebbe morire un milione di persone". Lo guardai allontanarsi in moto.
Una rosa bianca e il sentimento di libertà - Mentre mi avvicinavo ai manifestanti, qualcuno mi mise in mano una rosa bianca. Ne ricordo nitidamente l'odore, che si confondeva con la brezza del mare. Mi sembrava che aggiungesse bellezza alla protesta e alle nostre richieste di libertà. Quando intonavo la parola "libertà" in arabo e in inglese, sentivo in me una forza incrollabile. Ma nella folla serpeggiava anche la paura. Mi rendevo conto che i manifestanti si guardavano nervosamente intorno, da un lato all'altro, come se stessero aspettando qualcosa.
Poi quel qualcosa è arrivato: migliaia di soldati dell'esercito e agenti dei servizi segreti, tutti armati. Ero confuso. Nonostante tutte le storie che avevo sentito, non avevo mai assistito in prima persona alla violenza del regime. I manifestanti mantennero un atteggiamento pacifico, scandendo lo slogan: "L'esercito e il popolo sono fratelli". Ma quel giorno i "fratelli" aprirono il fuoco, uccidendo alcune persone e ferendone molte di più. Tra le vittime c'era il mio amico di scuola, Alaa, 16 anni.
I manifestanti furono dispersi. Alcune donne ci aprirono le porte per farci nascondere nelle loro case. Ricordo la sensazione di gratitudine provata nel trovare rifugio a casa di estranei. Dopo, quando i soldati se ne andarono, tornammo in centro per continuare la nostra manifestazione. A maggio Baniyas fu assediata per sette giorni dai soldati, che uccisero altre persone. Il regime disse che erano dei "terroristi" ma l'opposizione sapeva che erano manifestanti per la democrazia.
Ma prima che succedesse tutto ciò, fui arrestato la prima volta. Il 12 aprile la mia famiglia, non sapendo che le forze governative erano arrivate nel nostro villaggio, mi mandò a comprare il pane. I soldati mi legarono le mani dietro la schiena e fui gettato per terra insieme a più di cinquecento uomini, catturati nella stessa circostanza.
Alcuni soldati mi sferravano calci sul capo e saltavano sulla mia testa e sul mio corpo, obbligandomi a gridare la mia "lealtà" al presidente: "Dio, Siria e Bashar!". Avevo scandito quelle parole nei precedenti cinque anni, all'inizio di ogni giorno di scuola. Solo quella volta capii la profonda brutalità che nascondevano. Fui rinchiuso in un centro di detenzione e torturato per due giorni. Fui liberato solo dopo aver rilasciato una confessione falsa.
Nel corso dell'anno successivo fui arrestato altre cinque volte e trattenuto per giorni o settimane, finché i miei genitori riuscivano a corrompere alcuni ex colleghi di mio padre, che mi lasciavano andare. Fui obbligato a firmare delle carte in cui dicevo che non avrei più manifestato. Ma non smisi di farlo.
Nel braccio della morte lenta - Nel novembre del 2012 fui arrestato per l'ultima volta, insieme ai miei cugini Bashir, 22 anni, Rashad, 19, e Noor, 17. Fummo trasferiti da un carcere all'altro, fermandoci alla fine nel famigerato braccio 215 di Damasco, che avevamo soprannominato il "braccio della morte lenta".
Vidi Rashad e Bashir morire in prigione, e ho sentito che anche Noor è stato ucciso. Mentre ero in carcere, il regime uccise mio padre e i miei due fratelli, il quindicenne Osman e il diciannovenne Mohammed, e diede fuoco alla nostra abitazione. Bombardò la mia scuola, arrestò i miei amici d'infanzia e massacrò la gente nel mio villaggio. Mia madre e le mie sorelle riuscirono a fuggire in Turchia.
In prigione ho imparato più cose sulla realtà della dittatura di quante ne avrei potute imparare da fuori. Le guardie avevano creato un ambiente nel quale dovevi accanirti sugli altri se volevi sopravvivere. I miei cugini e i miei compagni di cella erano costretti a colpirmi più forte che potevano. Chi voleva mangiare doveva rubare il pasto a qualcun altro. Lo stesso valeva per bere. Da bambino avevo imparato che i padri erano disposti a sacrificare la vita per i figli. Ma in prigione ho visto un padre uccidere suo figlio per sopravvivere. Ho visto un ragazzo battersi con il gemello per uno spazio dove sedersi, perché le celle erano troppo piccole per accogliere tutti i prigionieri. In quelle carceri si muore nel dolore o si vive con il dolore e il senso di colpa.
Nel buio e nella sporcizia della mia cella feci molti incubi: guardie che mi mandavano a morte o mi costringevano a uccidere amici e familiari. Ma feci anche altri sogni. Certe notti vedevo il dittatore sotto processo, lo affrontavo in tribunale, e veniva condannato alla prigione.
L'11 giugno 2015, dopo tre anni di reclusione, fui liberato da alcune guardie che erano state corrotte da mia madre. Per farmi uscire misero in scena una falsa esecuzione. Dieci giorni dopo arrivai in Turchia, dove ritrovai mia madre. Ma per ricevere le cure mediche per la tubercolosi che avevo contratto in prigione dovetti raggiungere la Svezia, attraversando il Mediterraneo su un gommone.
In Europa mi sono costruito una nuova casa e una nuova vita. Ma quello che ho vissuto in prigione continua a ossessionarmi: negli incubi notturni senza fine e nella consapevolezza che devo sempre guardarmi le spalle. Uno dei miei ex carcerieri mi ha trovato sui social network. Mi ha chiamato, dicendomi di non aprire bocca e minacciandomi. In quel momento tutto il dolore è riaffiorato, ma in qualche modo ho avuto la lucidità di registrare la chiamata, sperando di usarla in futuro in tribunale.
Secondo la propaganda del regime, i siriani che hanno lasciato il loro paese l'hanno dimenticato, ma non è così. Lo ricordiamo ancora e lavoriamo duro per diventare le persone che ricostruiranno la Siria al momento dovuto.
Negli ultimi anni io e altri sopravvissuti abbiamo offerto varie testimonianze - alla polizia svedese, ai magistrati tedeschi e ai funzionari europei che indagano sui crimini di guerra - sulla brutalità del regime, affinché si possano aprire dei processi. Ne sono derivate una serie d'incriminazioni per crimini di guerra contro alcuni siriani residenti in Europa, come Eyad al Gharib, un ex agente dell'intelligence arrestato in Germania. A febbraio Al Gharib è stato condannato da un tribunale tedesco a quattro anni e mezzo di carcere.
Io e gli altri siriani abbiamo usato il trauma per farci forza. Ci siamo adattati ai nostri incubi trasformandoli in nuovi sogni. Abbiamo fatto in modo che la nostra paura ci spronasse. Ho visto mia madre che, nonostante i lutti, era riuscita a cominciare una nuova vita in due paesi diversi, la Turchia e la Svezia. È stata lei a farmi sentire al sicuro; era lei che potevo chiamare quando facevo gli incubi; è lei che mi ha detto: "Quello che hai vissuto, e quello che io ho vissuto, vale la pena ricordarlo".

 

*Traduzione di Federico Ferrone