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di Francesco Petrelli*

L’Altravoce, 25 luglio 2025

Esisteva un tempo l’”etica dell’intenzione”. Si pensava infatti che i nostri destini fossero nelle mani del buon Dio e non dipendessero dalla nostra volontà e che per superare il giudizio etico era dunque sufficiente che le nostre azioni fossero poste in essere a fin di bene. Poi venne Weber con la più moderna “etica della responsabilità” che attribuiva alla coscienza di ciascun uomo il carico delle proprie azioni e omissioni, per ciò che effettivamente e prevedibilmente producevano nella realtà.

Basterebbe questo per accorgersi di come le vite di oltre 62.000 detenuti disperatamente stipati come merce scaduta nelle nostre carceri, o i 45 suicidi dall’inizio dell’anno, ci dicano qualcosa di inequivoco della responsabilità di chi dovrebbe rimuovere le cause di questo disastro e non lo fa. Di chi di fronte a una situazione che si fa di giorno in giorno più grave e più insostenibile fa sfoggio solo delle sue buone intenzioni.

La vita disperata che si vive in quei bracci e in quei reparti spesso fatiscenti ed insalubri, privi di essenziali servizi igienici e sanitari, messi lì a scontare una pena che, al di là delle sue ragioni e della sua misura, diviene totalmente ingiusta per il solo fatto di essere scontata in quelle condizioni degradanti ed inumane, sta lì proprio a denunciare quella politica illusionistica delle buone intenzioni.

Quelle, ad esempio, di voler tutelare la fermezza dello Stato e la sicurezza dei cittadini. Si tratta di visioni che offendono la ragione politica e il buon senso, perché non c’è chi non veda che gli uomini che usciranno dalle carceri dopo aver scontato la loro condanna in simili condizioni, saranno certamente uomini peggiori di come sono entrati e, come tali, esposti alla recidiva. Si tratta di visioni e di intenzioni che costituiscono un pessimo affare per la collettività.

Promettere la costruzione di nuove strutture significa proiettare le buone intenzioni di un presunto “piano carceri” in una dimensione futura priva di ogni realistica concretezza. Ciò che, invece, si intravede come un incubo presente è l’appresta - mento di terribili “moduli detentivi” da collocare nei pochi spazi liberi preesistenti dei nostri istituti. Moduli-contenitori che interpretando la pena come puro contenimento, ovviamente accentuano il problema delle carenze strutturali di personale di polizia, di operatori e di spazi comuni dedicati al trattamento. Si prospetta dunque un concentramento detentivo nel quale gli squilibri fra esigenze e risorse, prodotti dal sovraffollamento, vengono esaltati e moltiplicati anziché essere ridotti.

Nessun investimento e nessuna delle modeste immissioni di personale e di risorse, sinora attuati, può infatti riequilibrare l’incessante aumento del numero dei detenuti (+ 6,5 al giorno). Da due anni sono infatti sempre più quelli che entrano e sempre meno quelli che escono. Ed è così che dopo il fallimentare “decreto carcere” del luglio 2024, si giunge all’annunciato CdM che dovrebbe aiutare ad eludere ogni tentazione di accedere ad un qualsivoglia più ampio rimedio deflattivo.

Non si considera che in questa drammatica situazione di sofferenza, una liberazione anticipata speciale non avrebbe nulla di premiale, ma sarebbe invece un minimo risarcimento per quel quid pluris di sofferenza non consentito da una pena che dovrebbe consistere nella sola privazione della libertà e non di quello della dignità. Promuovere l’utilizzo delle misure alternative diviene in questa ottica asfittica e riduttiva un vero ossimoro. Come è pura astrazione il ricorso alla detenzione domiciliare in comunità dei tossicodipendenti con pene sino ad otto anni, che si scontra con la dissolvenza incrociata dell’istituzione presso il Ministero del cosiddetto “elenco delle strutture residenziali idonee all’accoglienza ed al reinserimento sociale”.

Strutture notoriamente carenti che non si è provveduto in alcun modo a finanziare o a moltiplicare, la cui fruizione da parte dei condannati è inevitabilmente legata ad accertamenti complessi e delicati. L’etica della responsabilità, che dovrebbe indurre all’adozione di soluzioni razionali, immediate ed urgenti, si scontra evidentemente con l’accanita difesa di visioni ideologiche piene di buone intenzioni ma lontane dalla realtà, che si pensava dovessero recedere davanti alla necessità di tutelare, qui ed ora, la legalità, la vita e la dignità delle persone, secondo Costituzione.

*Presidente Camere Penali Italiane