sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marino Longoni

Italia Oggi, 24 ottobre 2022

Si fa presto a dire Intelligenza artificiale. E magari pensare di risolvere in questo modo la lentezza dei processi e la non prevedibilità delle sentenze. In realtà le cose non sono così semplici. Perché l’attività giurisdizionale non è un fatto meccanico ma è un’attività complessa.

Si fa presto a dire Intelligenza artificiale. E magari pensare di risolvere in questo modo gli incancreniti problemi della giustizia, prima di tutto la lentezza dei processi e la non prevedibilità delle sentenze. Che ci vuole? È sufficiente disporre di una buona banca dati (input) e di un algoritmo in grado di mettere in rapporto il caso concreto con casi analoghi già giudicati in precedenza (metodo induttivo) e il gioco è fatto, la sentenza che ne uscirà in modo quasi automatico sarà la sintesi (output) o la media dei dati inseriti in precedenza e opportunamente valutati dal sistema di intelligenza artificiale. Oppure il sistema potrebbe essere strutturato per mettere in relazione la fattispecie concreta con il dettato normativo di riferimento (metodo deduttivo) per ricavarne, anche qui in modo automatico, la sentenza.

In realtà le cose non sono così semplici. Se ne stanno rendendo conto gli avvocati che, a questo argomento, hanno dedicato una delle tre tavole rotonde del loro ultimo congresso nazionale. Perché l’attività giurisdizionale non è un fatto meccanico ma è un’attività complessa, che si evolve e si modifica in un processo dialettico con l’evoluzione della società. Avendo a che fare con delle persone e non con delle cose, la giustizia non è riducibile in modo deterministico (o a una questione di calcolo, come ipotizzava Leibniz). Anche perché verrebbe altrimenti impedita la funzione di adattamento delle norme giuridiche in senso evolutivo e il processo si limiterebbe a una monotona ripetizione e applicazione di regole morte e sempre più staccate dalla vita della collettività. C’è differenza tra un abito cucito su misura e uno in taglia unica che deve essere indossato da persone con età, corporatura, altezza e peso diversi.

E poi c’è il problema della qualità dei dati che vengono utilizzati. Nei pochi casi di utilizzo dell’intelligenza artificiale legati al mondo della giustizia già registrati a livello mondiale, questo problema si è evidenziato in modo drammatico. Negli Usa, per esempio, uno strumento di Ia per la prognosi di recidiva del condannato è stato messo sotto accusa perché la qualità dei dati inseriti non era in grado di evitare problemi di discriminazione razziale. La stessa cosa è successa in Olanda con il caso Syri dove l’algoritmo ha rilevato 20 mila casi di frodi nell’utilizzo di sussidi, che in realtà sono risultati un falso positivo dovuto a problemi di discriminazione razziale nell’input. Il caso è esploso in modo così clamoroso che ha portato alle dimissioni del governo in carica.

In Italia, al momento, ci sono in corso, a livello sperimentale, numerosi progetti che puntano all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come ausilio dell’attività giurisdizionale (ne parla Claudia Morelli nel suo articolo a pag. 2). Quello che si annuncia il più operativo nella pratica, al momento, è il programma Prodigit portato avanti congiuntamente dal ministero dell’economia e dal Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, che si propone di elaborare il primo algoritmo predittivo in ambito fiscale, che opererà sulla base di un milione di sentenze delle commissioni tributarie previamente inserite e dovrebbe consentire ai professionisti e ai contribuenti di conoscere il probabile esito di una data causa nel giudizio di merito. L’Uncat, l’unione nazionale degli avvocati tributaristi, è prontamente intervenuta chiedendo che il progetto sia realizzato in modo trasparente e conoscibile, anche per quanto riguarda il contenuto del data base e le modalità di funzionamento dell’algoritmo, che dovrebbe peraltro essere messo in grado di operare non solo in base ai precedenti giurisprudenziali, ma anche sulla base delle argomentazioni delle parti (Agenzia delle entrate e difensore del contribuente), questo per evitare di ritrovarsi con un sorta di algoritmo-poliziotto che, secondo gli avvocati, sarebbe “quanto di più ripugnante possa essere escogitato”. Un ragionamento che merita una seria riflessione.