di Marco Liberatore
Il Manifesto, 27 agosto 2026
Il punto non è tanto aver riconosciuto che queste piattaforme sono state immaginate per fornire un’esperienza sempre più totalizzante, quanto che debbano essere in parte riprogettate. Cosa ne uscirà, ossia se la toppa sarà peggiore del buco è presto per dirlo. Cosa ce ne facciamo di questa “sentenza storica”? Certo vedere Meta e Google inchiodate per aver causato dipendenza e non avere implementato misure di sicurezza per l’uso da parte dei minori fa un certo effetto. Ma è una vittoria?
Forse dovrebbero chiedere consiglio ai nostri di Autistici/inventati che da più di vent’anni offrono servizi alternativi e indipendenti e sono uno dei server più importanti a livello europeo che si batte per la libertà di espressione e i diritti digitali. Invece scopriamo che il dipartimento del Tesoro degli Stati uniti ha imposto delle sanzioni al collettivo italiano che ora è accusato di terrorismo per il supporto tecnico che fornisce alle organizzazioni antifasciste e a quelle di sostegno alla Palestina. Anche questo è tecnofascismo.
Insieme ad Autistici/Inventati a molti altri gruppi e collettivi, sin dal 2012 abbiamo indicato nei sistemi di gamificazione di algoritmi e interfacce uno snodo centrale del problema e abbiamo contribuito a disinnescare la narrazione dominante della Silicon Valley sulle nuove tecnologie, creando la cornice teorica necessaria allo sviluppo di riflessioni e tecnologie non egemoniche. Le sentenze che condannano Meta rendono certamente chiara una posizione di monopolio che impedisce qualsiasi forma di alternativa. Se non viene intaccato questo elemento le big tech continueranno a essere nella posizione di imporre tecnologie tossiche a miliardi di persone senza troppo preoccuparsi delle conseguenze. Finché non metteremo in discussione il software proprietario e le strutture centralizzate il piano di confronto sarà sempre inclinato a loro favore.
I leviatani digitali esistono perché in assenza di leggi antitrust sono stati assemblati software che non rispettano i requisiti minimi di apertura del codice, architettura distribuita, decentralizzata e federata, possibilità di modificare e riprodurre il software, protocolli di comunicazione comuni. Quindi, da una posizione di forza e privilegio, programmi e piattaforme sono di fatto imposti all’utenza meno smaliziata e consapevole.
Certo, nessuno ci punta una pistola alla tempia per usare un servizio anziché un altro, ma è proprio questa la forza dei monopoli: indurre una servitù volontaria data dalla percezione di assenza di alternative. Ma le alternative esistono eccome, oramai da molti anni. Forse conoscerle e iniziare a usarle non è così semplice se non si inquadrano le questioni dalla necessaria prospettiva. Noi ne proponiamo una postumana: la macchina è di fatto un quasi soggetto. Di conseguenza, è più preciso parlare di co dipendenza e non di semplice dipendenza. I dispositivi hanno bisogno di noi, senza il nostro coinvolgimento smettono di produrre senso e dunque denaro. Nei nostri gruppi di ascolto cerchiamo di andare a fondo rispetto al tipo di relazione che la macchina mette in gioco. I saperi antiproibizionisti e i metodi di riduzione del danno acquisiscono nuova rilevanza, come “scalare” lo si decide assieme, senza giudizi né forzature. In questa cornice persone adulte e persone bambine spesso hanno le stesse difficoltà. Per questo quando si lavora con i minori non si può dare per scontato che le persone nel ruolo genitoriale siano perfettamente in grado di problematizzare la dipendenza.









