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di Marina Lomunno

Avvenire, 29 gennaio 2025

Come un’àncora di salvezza per un naufrago la seconda Porta Santa che papa Francesco ha voluto aprire nel carcere romano di Rebibbia per dare inizio al Giubileo della Speranza. Perché è di speranza che hanno bisogno le carceri italiane soffocate da sovraffollamento, strutture obsolete, carenza di personale, disperazione che nel 2024 ha spinto 89 detenuti a togliersi la vita. Il numero più alto da 30 anni, da quando il tragico conto entra nelle statistiche ministeriali, a cui bisogna aggiungere 7 agenti di polizia penitenziaria. Uno stillicidio che non si ferma: sono già 8 nel 2025 i reclusi che si sono ammazzati in cella.

Della lista nera delle carceri italiane si è parlato a Torino la scorsa settimana nella sede del Consiglio regionale al convegno “Emergenza carcere a 50 anni dal nuovo ordinamento penitenziario” promosso da Bruno Mellano, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Piemonte in collaborazione con la Conferenza dei Garanti territoriali che ha ribadito, come la situazione detentiva in Italia dopo mezzo secolo dall’entrata in vigore della nuova normativa, sia drammatica.

“La popolazione carceraria è molto cambiata negli ultimi anni e richiede risposte diverse affinché, oltre a che risolvere i problemi cronici legati al sovraffollamento (nei 189 penitenziari per adulti su 47mila posti sono recluse 62milapersone), il carcere possa assolvere alla sua funzione rieducativa come recita l’art. 27 della Costituzione. Tra le urgenze da affrontare la gestione degli spazi, l’offerta di formazione e istruzione, il lavoro dentro e fuori le mura, l’accompagnamento all’uscita per evitare la recidiva che sfiora il 70%, il mantenimento delle relazioni familiari e il diritto all’affettività”. In attesa che tutto ciò si realizzi Mellano ha ribadito che i garanti sono “compatti nel richiedere che non cada nel vuoto l’appello di Papa Francesco ad atti di clemenza”.

In sintonia con Francesco che auspica carceri che non siano luoghi dove il tempo si consuma senza speranza, il Presidente Mattarella denuncia da tempo le condizioni “inammissibili” degli Istituti penitenziari della Penisola come ha ripetuto nel discorso di fine anno alla Nazione ricordando il dovere “di osservare la Costituzione che indica norme imprescindibili sulla detenzione in carcere”.

Ma lo stato delle nostre patrie galere è in linea con il dettato Costituzionale? I relatori - tra cui Stefano Anastasia, garante regionale del Lazio, Giorgio Sobrino, docente di Diritto costituzionale dell’Università di Torino, Stefano Tizzani dell’Ordine degli avvocati di Torino e Roberto Capra presidente della Camera penale “Chiusano” sono stati concordi nell’affermare che siamo al limite dell’incostituzionalità se le nostre carceri sono “in emergenza”.

Un’allerta, ha aggiunto Stefano Anastasia, che dal decreto Caivano in poi riguarda anche i 17 Istituti penali minorili dove sovraffollamento (al “Ferrante Aporti” di Torino 8 giovani ristretti dormono in giacigli di fortuna perché su 46 posti disponibili i reclusi sono 54) e carenza di comunità alternative alla reclusione è brace che cova sotto la cenere.

Che fare allora? Non c’è nulla da inventare: seguire il dettato costituzionale (“la pena deve tendere alla rieducazione del condannato”) e “diffondere speranza” come invita il Papa che tra l’altro - come ha concluso Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali e garante della Campania - è il nuovo motto della Polizia penitenziaria (“Despondere spem munus nostrum”, garantire la speranza è il nostro compito) che, “se messo in pratica da tutti i soggetti che si occupano dei detenuti e delle loro condizioni di vita, potrebbe contribuire a risolvere l’emergenza carcere”.